Si parte a tavoletta con il primo numero oscuro dell’anno.

Deadwood – Rituals Of A Dying Light (Innerstrength Records)
Noti per una presenza scenica dal vivo davvero maestosa, i Deadwood hanno trascorso il 2025 attraversando in tour il Giappone con gli Humanity’s Last Breath e i DVRK, prima di aprire due volte per i Born Of Osiris a Montréal e di partecipare, da protagonisti, allo statunitense Inkcarceration Festival. Il gruppo, salito alla ribalta dalla combo composta dall’EP “Nemesis” (2022) e dal debutto sulla lunga distanza “Inhumanity” (2023), vede in line-up i chitarristi Fred Element e Stephane Filion, il drummer Charles Etienne Lafrance e il singer Martin Demontigny, formazione che vanta una certa esperienza nel contesto metal della regione francofona del Québec. Il nuovo mini “Rituals Of A Dying Light” non muta di molto la direzione stilistica della band, ancora una volta abilissima nel suonare un deathcore assai tecnico che flirta con l’eredità dei Thy Art Is Murder e non nasconde influenze cibernetico/brutali da Meshuggah e Suffocation, mostrando inoltre un certo gusto avantgarde nella combinazione delle varie suggestioni. I canadesi non reinventano certo la ruota, s’intende, ma perizia, piglio ed entusiasmo li catapultano, in quest’inizio d’anno, tra le realtà più intriganti del panorama estremo: il futuro è in buone mani.
Tracce consigliate: “Heretic”, “Thirst For Blood”, “Whisper Of Death”

Ectovoid – In Unreality’s Coffin (Everlasting Spew Records)
Gli Ectovoid sono una band nordamericana di Birmingham che, sin dagli esordi, ha optato per una visione severa del death metal, un death metal denso, grezzo e del tutto privo di inutili orpelli. Un sound costruito su un’atmosfera oppressiva, un’energia viva e un approccio istintivo alla composizione, aspetti che da sempre consentono all’act di creare una musica tanto turbinosa quanto ipnotica, ricca di quella sporca estetica propria della scena underground nazionale. Nel terzo album sulla lunga distanza “In Unreality’s Coffin”, il quartetto dell’Alabama dimostra una padronanza del songwriting coesa e matura, nel quale il claustrofobico metallo della morte di dischi come “Fractured In The Timeless Abyss” (2012) e “Dark Abstraction” (2015) conosce una strutturazione più stabile e lineare pur nella sua nella sua tortuosa vorticosità. I nuovi brani suonano pesanti e corposi, con riff massicci e concreti e una sezione ritmica che li mantiene in uno stato di perenne tensione, mentre le linee vocali di C.B. restano molto basse nel mix, aggiungendo all’insieme un’aura quasi irreale, come se esse echeggiassero dalle profondità di un altro universo, facendo un po’ il verso al titolo stesso del full-length. Tradizionalisti, ma personali.
Tracce consigliate: “Collapsing Spiritual Nebula”, “Formless Seeking Form”, “In Anguished Levitation”

Ellende – Zerfall (AOP Records)
Nove rilasci, tra full-length ed EP, in quattordici anni di attività confermano come gli Ellende siano una one man band che, semplicemente, rifiuta di starsene in silenzio per troppo tempo. Frutto artistico del singer e polistrumentista L.G. a Graz, il viaggio musicale del solo project austriaco iniziò con il mini di debutto “Rückzug In Die Innerlichkeit” (2012) e da allora non ha più mollato la presa, realizzando dischi di grande qualità e dedicandosi a tour in compagnia di realtà di fama internazionale, con turnisti di grande livello – che militano nelle fila di Groza, Karg, Nekrodeus, Norikum – a colmare le ovvie lacune di formazione on stage. Il nuovo album “Zerfall” ritrae lo stato d’animo di uomini dall’interiorità in frantumi e illustra il lento e doloroso processo di ricostruzione del Sé, il tutto sostenuto, a livello musicale, da un post-black metal intriso di numerosi passaggi onirici e che dispiega la propria profonda natura emozionale attraverso un ampio utilizzo della melodia. Un opus malinconico e introspettivo, ma anche epicamente oscuro, quasi una versione nera e catartica, forzando un po’ la mano, della folle letteratura dello scrittore Thomas Bernhard: la Stiria alleva mostri.
Tracce consigliate: “Zerfall”, “Übertritt”, “Zeitenwende Teil I”

Kêres – Misticismo Senza Radici (His Wounds)
Considerando il ritmo di pubblicazione assurdamente veloce con cui Atvar lancia nuovo rilasci in tutto il mondo attraverso i suoi innumerevoli progetti attivi (Black Stench, Cicle Of Ouroboros, Elemental, Starcve, Venus Stars), non possiamo fare a meno di pensare che a quest’uomo di buon cuore restino pochi spazi per una normale vita sociale. Emerge così l’immagine di un musicista preso da una febbrile composizione notturna, capace di tuffarsi immediatamente negli studi di registrazione a ogni ispirazione improvvisa, temendo di perdere l’attimo. Eppure, sembra che il mastermind abbia trascorso una vacanza in Italia per l’ottavo album della creatura solista Kêres, “Misticismo Senza Radici”, perché i titoli dei brani, perfettamente in linea con la denominazione dell’album, sono in lingua italiana. In settanta minuti, si dipanano tredici tracce che confermano l’amore del solo project finlandese per Celtic Frost e Hellhammer, suggestioni a cui bisogna aggiungere dei Darkthrone dell’era “Ravishing Grimness” (1999). Approccio rudimentale, riff circolari, passaggi doom rock in mid-tempo e linee di batteria dal lieve sopore allucinogeno caratterizzano al meglio un disco da recuperare, pubblicato lo scorso dicembre: magnetismo puro.
Tracce consigliate: “Ci Credo”, “Il Pane della Morte”, “I Vestiti Del Destino”

Redivider – Sounds Of Malice (Third House Communications)
I Redivider, giovane gruppo a stelle e strisce originario di Louisville, non ha avuto bisogno di dieci demo e tre crisi d’identità per tracciare la propria strada stilistica. “Sounds Of Malice” costituisce il primo sforzo sulla lunga distanza degli statunitensi e odora così tanto di scantinati e sudore da far venir voglia di afferrare una birra dal frigorifero e tracannarla senza prender respiro. Un esordio in cui la band gravita verso l’antica proposta di Cannibal Corpse e Suffocation, senza per questo trasformarsi in una loro semplice copia carbone, visto che, se le vibrazioni floridiane anni ’90 rappresentano la spina dorsale del disco, sono tutte figlie del moderno la precisione e l’intensità strumentale dei brani. E dunque ci troviamo al cospetto di un brutal death metal di matrice old school dalla produzione massiccia, ma non leziosa e artificiale, capace di conferire ai pezzi una gustosa scorza live, mentre, a livello tematico, il quartetto del Kentucky attinge a una mitologia dai tratti nerd deliziosamente coesa, tra Dungeons & Dragons, Elder Scrolls, non morti e feroci esecuzioni rituali. Certo, alcune transizioni sembrano costruite in modo oltremodo scolastico, levigando un po’ troppo le zanne velenose della pura istintualità, eppure la direzione complessiva appare quella buona e giusta.
Tracce consigliate: “Sounds Of Malice”, “Apocalyptic Waste”, “Fratricide”





