Di fronte alle cose più grandi della vita, ciò che mi viene spontaneo è scrivere.
E quindi scrivo di te, mostro sacro delle tenebre.

Ti ascoltavo già da quando mio padre mi cambiava i pannolini, con i Black Sabbath in sottofondo – la tua leggendaria band, nata nel lontano 1968. Sei stato la colonna sonora inconsapevole della mia infanzia, saltuaria durante quella parte incasinata e incazzata della vita chiamata “adolescenza” la tua voce continuava a sussurrare e urlare dal profondo delle casse.

Appena due settimane fa, il 5 luglio, hai dato il tuo ultimo saluto ai fan. Un po’ come se stessi aspettando quel momento per lasciarti andare, nel luogo che più ti appartiene: Villa Park, a Birmingham, la tua città, le tue radici. Sul palco con te, a renderti omaggio, si sono alternati giganti della musica: Metallica, Guns N’ Roses, Yungblud, Tool, Slayer, Pantera, Gojira, Halestorm, Alice in Chains, Lamb of God, Anthrax, Mastodon, e molti altri.

Il pubblico era in visibilio.
Eppure, nei loro occhi, brillavano lacrime.
Lacrime vere, per quella tua ultima canzone.

La stanchezza si leggeva nel tuo volto, ma la tua energia rimaneva intatta. Nonostante quella maledetta malattia che avanzava nel silenzio, consumandoti giorno dopo giorno e debilitandoti nel corpo, il tuo spirito oscuro non è mai cambiato di una virgola.

ozzy osbourne

Sì, hai fatto la storia del metal. E se vogliamo parlare di numeri: 57 anni di carriera, oltre 27 album pubblicati più di 2000 concerti, 2 Grammy Awards, una stella sulla Hollywood Walk of Fame, dal 2006 sei parte della Rock and Roll Hall of Fame, un patrimonio stimato di 220 milioni di dollari. Passerai alla storia come un artista che definire eclettico è dir poco. Tra alcolismo e droga non sei stato un santo. Ne hai combinate di ogni: da quando hai morso un pipistrello durante un concerto, decapitato un piccione o sniffato delle formiche vive. In te si incarnava la follia. La libertà assoluta di essere ciò che si vuole, senza filtri, senza maschere, senza paura del giudizio del mondo.

Forse è proprio per questo che la gente ti ammirava e continuerà a farlo. Perché in te vedeva la possibilità di vivere fuori dagli schemi, di essere veri, anche se scomodi. Anzi, proprio perché scomodi.

E nonostante tutto questo, oltre all’aspetto burbero da cattivo del metal, mi ha sempre colpito come ti sciogliessi quando parlavi della tua donna, Sharon, che ti è stata accanto come moglie dal 1982. Lei ti è stata vicino fino all’ultimo istante, in salute e in malattia, al fianco nelle tue pazzie. Impossibile dimenticare quel video, con il palco tempestato di bolle di sapone, mentre tu esclami: “Bubbles! C’mon Sharon. I’m fucking Ozzy Osbourne, the Prince of Darkness”, scatenando la sua risata, sincera e contagiosa.

Il tuo corpo, oggi 22 luglio, ha lasciato questo pianeta. Ma sono convinta che come tutte le persone che hanno a che fare con l’arte, nel suo più ampio significato, non si smetterà mai di parlare di te. Continuerai ad essere in ciò che hai scritto, in ciò che hai inciso, in ciò che sei stato. Risuonerai nei tuoi brani più famosi, “Crazy Train”, “No More Tears”, “Paranoid”, “War Pigs”, solo per ricordarne alcuni. 

Rimarrai immortale, per quelli come me che continueranno ad ascoltarti e a farti ascoltare a chi non ti ha ancora conosciuto. 

E ora, con il cuore che fa male, è giunto il momento di lasciarti andare. “Mama, I’m coming home” urlalo dal cielo, che qui giù continueremo a cantarlo con te, fino a rimanere senza fiato.

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