Sembra assurdo pensare che, nonostante non esca materiale inedito da oltre un decennio, il pubblico italiano torni incessantemente ad assistere alle performance di Patti Smith e del suo energico quartetto, quasi come un appuntamento immancabile con la canzone d’autore. Viene da chiedersi: è pura nostalgia? Qual è il valore aggiunto per un giovane ventenne che assiste alla performance?

Eppure l’Auditorium Ennio Morricone era già sold out da settimane, e lo scorso 15 settembre, alle 21.10, quando Patti Smith sale sul palco della Cavea, non c’è bisogno di proclami: basta la sua andatura lenta, solenne, lo sguardo che sembra attraversare la platea e che, infine, si rompe in un sorriso luminoso. È una sacerdotessa, e il pubblico lo sa. Lei saluta, ma non dice nulla. Si inizia subito con la musica.

L’apertura con “People Have the Power” è un manifesto: un inno che Patti offre “per voi”, per noi, con voce sorprendentemente intatta, quasi identica a quella che incise i dischi di cinquant’anni fa. Eppure non è nostalgia dei tempi andati, ma un promemoria urgente. “Ricordatevi: avete il potere nelle vostre mani”, sembra gridare, e la Cavea risponde in coro.

Il concerto alterna momenti di rock puro a passaggi poetici. Smith legge fogli, cerca appunti, si mette gli occhiali per declamare versi: “I just wanted to know that I see through your masks”. La sua voce è nuda, sospesa, mentre la chitarra ammaliante del figlio Jackson e la batteria costruiscono un crescendo che sfocia in una deflagrazione sonora. Lì il rock non è solo musica, è una visione, un quadro che si compone davanti agli occhi degli spettatori. In mezzo cita Dylan, con la lama di una frase che resta incisa: “All the money you made will never buy back your soul”.

Non mancano i classici: “Break It Up” (scritta insieme a Tom Verlaine e dedicata a Jim Morrison), “Dancing Barefoot”, “Pissing in a River”. Canzoni che hanno più di quarant’anni ma che suonate dal vivo conservano una vitalità contagiosa, rese attuali dal groove della band. Accanto a lei il figlio Jackson Smith, con una chitarra speciale ricavata dal legno delle barche dei migranti: un simbolo di resistenza e rinascita che rende uno dei momenti più intensi della serata.

La poetessa del rock non dimentica il contatto con il pubblico. A un certo punto invita tutti a sedersi per terra, “a peaceful solution”, trasformando la Cavea in un rituale collettivo, una piazza pacificata. Da quei passaggi si capisce quanto per Patti non sia solo “suonare” ma creare uno spazio condiviso di riflessione e partecipazione. Poi lascia che la band si scateni in un trittico strumentale, un torrente di chitarre e basso che riporta alle jam session anni ’70.

Il finale è una progressione emotiva: prima la ballata tumultuosa di “Pissing in a River”, poi una sorprendente cover di “Bullet with Butterfly Wings” degli Smashing Pumpkins, sognante, rabbiosa, lisergica, all’altezza dell’originale. Subito dopo, “Because the Night”, dedicata “agli chef”, trasforma l’Auditorium in un coro unanime. Una canzone che, con suo stupore, riconosce come entrata a far parte del folk collettivo italiano.

E infine, l’encore: “Gloria: In Excelsis Deo” trasforma la Cavea dell’Auditorium in una festa. Patti Smith la vive, più che cantarla, spalanca braccia e cuore in un blues scatenato che non conosce età. È l’ultimo grido, un sigillo che mette tutti d’accordo. Grazie al talento di musicisti straordinari, e di canzoni senza tempo, è chiaro che il ruolo di una poetessa, di una guerriera, ma soprattutto di una Sacerdotessa come lei, oggi è più importante che mai.

Da questo concerto, una cosa si evince certamente: Patti Smith non smetterà di gridare fino a quando avrà voce. Cinquant’anni dopo “Horses”, il suo rock resta un atto di fede, una poesia urlata al mondo. Non è nostalgia, è ancora vita.

Comments are closed.