Preferisco sempre partire un po’ prima per raggiungere Peltuinum. È quasi un rito personale: mi piace bucare le montagne con la mia minuscola macchina, poggiare il braccio al di fuori del finestrino e lasciarlo inghiottire dall’enormità della natura. Assaporare quel senso di libertà che, una volta abbandonata alle spalle l’apatia dell’autostrada, si espande nelle serpentine d’asfalto incuneate tra i dirupi, nei lunghi rettilinei che baciano lateralmente Navelli, con giusto qualche rotonda a smorzare un acceleratore che vorrebbe farmi proseguire dritto, ingravidare la montagna, tastarle le viscere, lasciarmi fondere con essa.

Arrivare in anticipo anche per gonfiare i polmoni col silenzio; espirare, poi riempirli di nuovo quando quel silenzio non viene abbattuto, bensì adornato di nuovi aneliti, del chiacchiericcio rispettoso sollevato dai nuovi arrivati, su quella collinetta che altro non è che una cattedrale senza mattoni, senza parroci, senza iconografie, ma con lo stesso senso di comunità e di devozione verso un qualcosa che sta al di sopra di tutto ciò che tocchiamo. E a farci entrare in risonanza con quel qualcosa c’è Anna Von Hausswolff.

«Questo è il posto più incredibile in cui io abbia mai suonato». E come darti torto, cara Anna. Ogni volta, qui, sento la pelle diventare ispida e i peli combattere strenuamente la forza di gravità, ma tutto ciò è il frutto dell’intero cammino. La salita, il culo a terra, i grilli a fare compagnia: dopo un brevissimo scroscio di pioggia – la montagna, si sa, è imprevedibile – il sole squarcia il cielo con violenza, come a non voler mancare all’appuntamento più atteso del fitto cartellone dell’undicesima edizione di Paesaggi Sonori.

Anna Von Hausswolff la attendevo da tanto, e avere la fortuna di poterla ascoltare in un posto così magico vale il quadruplo: con un “ICONOCLASTS” maestoso e tra i top album dello scorso anno, l’artista svedese si dona al tramonto su Prata d’Ansidonia, dedicando all’ultimo LP gran parte di una setlist vibrante, gonfia, a tratti eterea, a tratti tribale.

È il sax irrequieto di Lisen Rylander Löve a librarsi in aria per primo con “Consensual Neglect”: un’inchino prima docile, poi cinematografico per smuovere gli elettroni e prepararli al solenne crescendo di “Facing Atlas” – se esistesse davvero la tanto decantata “scala per il paradiso”, questa, con ogni probabilità, sarebbe la raprresentazione più realistica.

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Photo: Philip Svensson

La voce della svedese è di una potenza inaudita: non è solo questione di soavità o di tecnica sopraffina, è qualcosa che va oltre. Carezzevole, delicata come una danza di rondini quando ci culla lievemente con “The Whole Woman” – «I wanna touch you, smell your hair, feel your lips everywhere» –, pungente come un punteruolo quando maneggia gli acuti che ci lacerano l’anima – il percussivo climax di “The Iconoclast”, da ancestrale danza, piedi nudi a sentire la terra, a trasposizione nell’etere nel finale.

I synth che germogliano sulla base art folk di “Aging Young Women” combattono gli afflati drone e il caliginoso avanzare di “Ugly and Vengeful”, le accettate chitarristiche che graffiano il gargantuesco goth-folk di “The Mysterious Vanishing of Electra” vengono placate e assorbite dalla trama batteristica di Love Meyerson, assoluto protagonista nel turbine pulsante di “Stardust”.

“The Mouth” sospira, si eleva provando a toccare il sole ancora alto nel cielo, arricchendosi di una coda post-rock da brividi; “Struggle with the Beast”, invece, suggella il tramonto pieno: il sassofono detta la via, la gente si alza, viene partorito l’inevitabile movimento. L’elettricità cade a piombo e si ramifica nei meandri della collina, la sentiamo sotto ai piedi mentre si consuma l’ultimo ballo, fagocitato dal rossore.

Potremmo parlare di escapismo, ma sfuggirebbe la connessione primitiva, quasi materiale con la natura, ciò da cui siamo venuti fuori. Potremmo parlare di spiritualità, ma allora verrebbero meno gli occhi, infatuati da quei batuffoli di cotone che presto si trasformano in meravigliosi drappelli in fiamme.

È incontro la parola giusta, la via di mezzo: quello del freddo nordico che interseca l’aria vispa delle nostre montagne, quello dei corpi e delle anime radunate in un imperfetto semicerchio, quello di una voce che pare collegare due mondi.

È il canto di Anna Von Hausswolff, benedetto, assorbito, esalato per restare. Nell’aria di Peltuinum, nel terreno ormai freddo, nei nostri cuori, da oggi più ardenti che mai.

Setlist

Consensual Neglect
Facing Atlas
The Mouth
The Whole Woman
The Iconoclast
An Ocean of Time
The Mysterious Vanishing of Electra
Stardust
Aging Young Women
Ugly and Vengeful

Encore
Struggle with the Beast

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