Appare difficile trovare, nel panorama musicale, una band che, formatasi nel 1989, esordisce, per vari motivi, soltanto trentadue anni dopo con “Kids Of A Ghost Town”, riscuotendo un grande successo di pubblico e di critica, peraltro bissato dal rilascio di “Teenage Rebel” (2024). Eppure, i Nestor sono riusciti nell’impresa grazie a un sound, che pur spaziando tra l’AOR e il melodic hard rock più tradizionale, risulta fresco e genuino, capace di non lasciarsi troppo coinvolgere dal classico effetto nostalgia. L’album dal vivo “Live At Gothenburg Film Studios” documenta lo stato di grazia degli svedesi, con il singer e songwriter Tobias Gustavsson vero mattatore della scena e dei nostri microfoni, a cui ha concesso un’intervista esauriente e carica di entusiasmo poco prima della partenza del Nestorfest: che gli Eighties vi travolgano!

Ciao Tobias e benvenuto sulle pagine di SpazioRock. Come stai? Le temperature in Svezia sono gradevoli o anche lì l’afa non perdona?

A dire il vero, ora il tempo è davvero bello. Nella nostra città natale di Falköping, dove stiamo organizzando la quarta edizione del Nestorfest, il clima è fantastico in questo momento. Certo, potrebbe cambiare parecchio nei prossimi giorni, non si può mai sapere, ma siamo davvero fortunati che, a sentire le previsioni, le condizioni meteorologiche saranno splendide abbastanza a lungo. In generale, qui le temperature sono piacevoli, non fa così caldo come da voi.

Prima di parlare dell’attualità, volevo fare un passo indietro, precisamente al 1989, quando i Nestor si formarono, iniziando a suonare poco più che adolescenti. Perché abbiamo dovuto aspettare addirittura il 2021 per il vostro debut album “Kids In A Ghost Town”?

Beh, la prima cosa è che, quando abbiamo iniziato, nel 1989, eravamo soltanto dei tredicenni, dei ragazzini che avevano, come credo ogni giovane musicista, dei grandi sogni e l’ambizione di diventare delle rockstar. Abbiamo continuato per circa cinque o sei anni, pubblicando un paio di EP con quattro canzoni ciascuno e tenendo qualche concerto, ma non è successo niente di concreto. Nel 1995, abbiamo deciso di prenderci una pausa, anche perché la vita si è messa di mezzo tra fidanzate, studi e altro. Poi nel 2019, poco prima che la pandemia colpisse il mondo, ho avuto l’idea di riformare i Nestor, benché non avessi mai smesso di lavorare nell’industria musicale, scrivendo canzoni per diversi artisti e cose del genere. Così ho chiamato Johnny Wemmenstedt, il nostro chitarrista, e gli ho detto che sarebbe stato fantastico realizzare quell’album anni ‘80 che non avevamo mai avuto la possibilità o le capacità di fare nel 1989. Lui si è mostrato entusiasta, così abbiamo deciso di contattare gli altri ragazzi della band e vedere cosa ne pensassero di un’eventuale reunion. Li abbiamo chiamati e sono stati subito d’accordo nel ripartire. Quindi questo è stato il motivo per cui abbiamo ricominciato ormai sette anni fa

“Live At Gothenburg Film Studios” è il vostro esordio dal vivo, una scelta insolita dopo due soli full-length. A cosa si deve la scelta di questa particolare location per registrare l’album? E non vi spaventava un repertorio di brani piuttosto limitato?

Credo che la ragione principale per cui siamo finiti ai Gothenburg Film Studios sia da ricercare nel fatto che avevamo tenuto un concerto alla Cirkus Arena di Stoccolma e dunque volevamo farne uno a Göteborg in un locale di dimensioni simili, con una capienza di circa duemila persone. I Gothenburg Film Studios, non so se ci sei mai stato, sono un posto bellissimo, hanno un’atmosfera da arena, ma sono comunque molto intimi e sembrano un rock club. Poi tieni presente che, quando abbiamo suonato a Göteborg, eravamo appena reduci dal tour, quindi eravamo invasi da quella piacevole sensazione che si prova dopo un paio di settimane di concerti. Insomma, ci sentivamo bene, ci sentivamo davvero alla grande. Così abbiamo deciso di registrare la nostra performance. Sai, di solito registriamo i nostri concerti, li ascoltiamo, vediamo cosa possiamo trarne e come e dove possiamo migliorare. Il nostro batterista [Mattias Carlsson, ndr], lavora per la televisione pubblica qui in Svezia e quindi ha molti amici che filmano varie cose. Perciò ci hanno detto che, se avessimo voluto riprendere il nostro concerto, avremmo potuto farlo a un ottimo prezzo. Pertanto, due cose in una: loro hanno filmato e noi abbiamo registrato. E dopo averlo fatto, l’abbiamo ascoltato, abbiamo pensato che suonasse bene e ci siamo detti: “Non sarebbe bello pubblicare un album dal vivo?”. Perché, sai, ora stiamo lavorando al terzo album in studio ed è sempre bello avere qualcosa di nuovo fuori mentre si è impegnati a preparare a un nuovo disco. Ovviamente, se avessimo avuto dieci album nel curriculum, sarebbe stato molto più facile realizzare un live album, ma penso che sia andato tutto bene comunque.

Il disco uscirà su vinile, CD e DVD. Avete effettuato dei ritocchi in studio oppure avete lasciato tutto imperfetto, come si conviene a un album dal vivo?

In verità, non ricordo precisamente, ma credo che siamo intervenuti il giusto. So che, mentre su vinile e CD potete ascoltare l’intero concerto, sul DVD c’è solo un’ora dello show. Abbiamo tagliato parecchie canzoni sul DVD, principalmente perché ritengo che si possano sempre trovare su YouTube. Inoltre, penso che sia un fatto abbastanza comune per un album dal vivo operare una sorta di collage, visto che molte band estrapolano un paio di canzoni da un concerto e altrettante da un altro. Nel nostro caso, abbiamo deciso di registrare un solo concerto nello stesso posto.

Nella selezione dei pezzi presenti nella scaletta, ne avete esclusi circa dieci. Quali criteri di selezione avete utilizzato?

A dire il vero, credo che abbiamo escluso delle tracce più che altro perché nel DVD ci sono delle interviste e cose del genere. Poi abbiamo semplicemente scelto i pezzi che ci sembravano avere un buon ritmo, volevamo un paio di brani veloci e un paio di altri un po’ più lenti, il che significava avere anche dei tempi ideali per il DVD. Inoltre, mi è sempre piaciuto suonare una canzone del nostro primo album che si chiama “Stone Cold Eyes” [la canta, ndr] e che, per qualche ragione, è sempre, almeno per me, uno dei momenti salienti dei concerti; possiede un’atmosfera allegra e riesco a percepire che il pubblico la apprezza e che riesce a immergersi pienamente in essa. Di solito, la suoniamo come quarta o quinta canzone della scaletta.

“Kids In A Ghost Town” include, nel brano “Tomorrow”, la partecipazione al microfono di un’icona pop anni ’80 come Samantha Fox. Le avete chiesto di cantare con voi nel live di Göteborg?

Sì, ci abbiamo pensato. Anche quando abbiamo partecipato allo Sweden Rock Festival per la prima volta, era il 2022, l’organizzatore della rassegna ci ha chiesto se volevamo portarla con noi, dicendoci che l’avremmo dovuta pagare personalmente. Il fatto è che, senza entrare troppo nei dettagli, credo che abbia avuto qualche problema con l’alcol e cose del genere. Quindi non abbiamo mai avuto occasione di averla con noi sul palco, ma forse un giorno accadrà. Sarebbe fantastico, ma ritengo che la volontà di cantare con i Nestor debba giungere da lei, non da noi. Sai, magari ci chiama e ci dice cose tipo: “Ehi, posso partecipare allo show?“. Accetteremmo subito!

“Teenage Rebel” è stato il vostro secondo album. C’erano degli obiettivi specifici da raggiungere rispetto al primo lavoro?

Non nello specifico, non abbiamo guardato a “Kids In A Ghost Town” pensando che alcune cose non funzionassero. Piuttosto, volevamo rimanere negli anni ’80 e non deludere i nostri fan. “Kids In A Ghost Town” parlava principalmente della crescita di un bambino in una piccola città come Falköping, mentre “Teenage Rebel” ha rappresentato per noi un passo avanti. Questo disco raccontava del diventare adolescenti e del rendersi conto che non si possono fare certe cose – certo che si possono fare –, mentre genitori, insegnanti o chiunque altro dicono che devi tagliarti i capelli, trovarti un lavoro e tutto il resto dopo che suonare in sala prove non ha sortito effetto alcuno L’unica cosa certa, quando abbiamo deciso di realizzare un altro album, cosa di cui inizialmente non ero sicuro, è stata quella di restare coi piedi ben piantanti negli anni ’80 e di fare qualcosa di retrò. Scrivere canzoni con una prospettiva forse idealizzata, ed è così che abbiamo fatto.

I Nestor suonano un melodic hard rock venato di AOR e ispirato a band come Bon Jovi, Foreigner, Journey, Survivor, Toto e via dicendo. Cosa c’era di così magico in quel periodo?

Almeno come songwriter, penso che negli anni ’80 ci fosse tanta buona musica e le canzoni erano sempre in primo piano, si trovavano sempre al centro dell’attenzione. Anche se adoro molta musica degli anni ’90, se la confronti la scena rock degli anni ’80, che era fatta di corsetti, capelli voluminosi, lacca e cose del genere, non c’è paragone. Prendiamo come esempio i Van Halen e il video di “Hot For Teacher”, era tutto un susseguirsi di giri e si divertivano sul palco, e trasmetteva quel tipo di atmosfera spensierata che si è un po’ persa negli anni ’90 e che a me piace molto. E poi, per me, le armonie e le canzoni, fondamentalmente degli anni ’80, sono perfette. Molta di quella musica aveva un tocco da arena, mentre negli anni ’90 e all’inizio degli anni 2000, i brani sono diventati forse un po’ più adatti a essere suonati in un ambiente più intimo.

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A proposito dei video, quelli dei Nestor sembrano dei cortometraggi prodotti negli anni ’80. Ritieni che l’estetica e gli aspetti visivi siano una parte integrante del vostro sound?

Reputo di sì. Quando abbiamo iniziato a pensare ai video, volevamo che il pubblico, sia chi ascolta che chi guarda, provasse le stesse sensazioni tanto attraverso le immagini quanto attraverso la musica. È molto importante, secondo me, che ci sia coerenza. A volte si ascolta una band e ci si fa un’idea di come dovrebbe apparire, poi, quando li si vede dal vivo, si pensa: “Oh, non è necessariamente un’impressione negativa, ma non è così, non era quello che mi aspettavo. Credevo che avrebbero avuto un determinato aspetto o che si sarebbero comportati in un altro modo sul palco, e invece no”. E questo, a volte, può essere un po’, sai, deludente. Nel caso dei Nestor – e anche per il loro bene –, ciò che si vede nei video, ciò che si ascolta, cioè la musica, e gli spettacoli dal vivo, si integrano perfettamente.

Negli ultimi anni, avete suonato dal vivo in Europa, in Giappone e in importanti festival, oltre a condividere lo stage con Europe e Kiss. ​​Com’è stato ritrovarsi improvvisamente catapultati sui palchi di tutto il mondo dopo un break durato trent’anni?

È ​​stato semplicemente emozionante. La cosa positiva è che siamo un po’ vecchi, quindi non ci siamo fatti prendere la mano [ride, ndr]. Sai, avevamo la band già negli anni ’80 e siamo stati insieme per tanto tempo, quindi, quando nel 2021 tutto questo è esploso, è sembrato abbastanza normale. Se devo dirlo senza sembrare un po’ banale, tenere un concerto per 700 persone e poi farlo per 42.000 con i Kiss è stato un po’ come tipo: “Sì, è così che dovrebbe sempre essere“.

Tobias, i giovani sono presenti ai vostri concerti? O i Nestor suonano solo per i cinquantenni?

I ragazzi ascoltano questa musica, te l’assicuro. Certo, le persone che vengono ai nostri concerti, la maggior parte almeno, sono coloro che erano adolescenti negli anni ’80. Ma restiamo sempre stupiti e grati del fatto che ci siano così tanti giovani che vengono ai nostri show. E penso che abbia anche a che fare con il fatto che i loro genitori se li portano dietro ai nostri spettacoli dicendo loro: “Ehi, dovresti ascoltare i Nestor. Suonano un po’ come i Bon Jovi, gli ​​Europe e i Kiss, in un certo senso“. Abbiamo persino una linea di abbigliamento che si chiama Youngblood, che è praticamente una linea per bambini. Insomma, per rispondere alla tua domanda, credo che sia solo questione di tempo prima che questa musica torni popolare tra i giovani.

Ritorniamo al Nestorfest, che si terrà tra il 13 e il 15 agosto a Falköping. Quali sono le motivazioni che vi hanno spinto a organizzare un festival nella vostra città natale?

Giovanni, guarda, te ne do un piccolo assaggio. Il luogo da cui ti parlo è la nostra area backstage, qui abbiamo praticamente tutto. Riesci a vederlo (ruota la videocamera intorno al backstage, ndr)?

Sì, certo, vedo che c’è ancora da fare …

Sì, siamo work in progress. Comunque, rispondendo alla tua domanda, il motivo per cui è nato il Nestorfest è che non avevamo concerti in programma in questa zona della Svezia, che è la nostra città natale o comunque la nostra zona di origine. Quindi abbiamo pensato che forse avremmo dovuto organizzare un concerto per conto nostro. E poi, ovviamente, abbiamo molti amici qui che fanno cose diverse, abbiamo iniziato a parlarne con loro e gli abbiamo detto: “Che ne dite di organizzare un una specie di piccolo festival con i Nestor e un paio di altre band?“. È così che è germinata l’idea, ed è stato un successo strepitoso. Il primo anno ha visto il tutto esaurito, l’anno successivo abbiamo deciso di ingrandire un po’ il festival e abbiamo invitato più band, e abbiamo fatto lo stesso nel terzo anno. Abbiamo saltato l’anno scorso perché avevamo troppi concerti, ma recuperiamo nel 2026, visto che il festival diventa di tre giorni, con undici band sul palco. Sono un imprenditore e mi piace costruire cose, e per me è molto bello rientrare nella mia città natale, non ci tornavo da quasi trent’anni. È bello rivedere tanti vecchi amici e portare i miei figli a Falköping. Siamo più di un centinaio di persone che lavorano a questo festival durante un’intera settimana e, senza sembrare forse un po’ troppo pretenzioso, è fantastico che i Nestor abbiano riportato la musica di qualità in una città dove hanno suonato Europe, Roxette e tante altre leggende svedesi. Essere sul palco qui rappresenta qualcosa di speciale.

È costoso organizzare un festival di questo tipo?

Sì, lo è, ma siamo fortunati, perché, fin dal primo giorno, iniziamo sempre con la vendita dei biglietti e i Nestor ne vendono parecchi, cosa che copre molte delle spese per l’organizzazione. È costoso, ma credo sia più difficile e più dispendioso organizzare un festival rock generico, in cui è complicato capire quante band si riescano a ingaggiare. Nel nostro caso, i Nestor restano comunque l’epicentro dell’intero festival, e quindi, ora che l’abbiamo fatto diverse volte, so che molte persone vogliano vedere i Nestor. E se hanno la possibilità di vederci solo una volta all’anno, vogliono vederci al Nestorfest, perché qui c’è nell’aria sempre qualcosa di speciale.

Tobias, quali sono i tuoi progetti personali al di fuori dei Nestor?

A dire il vero, non ho niente di cui occuparmi al di fuori dei Nestor. Abbiamo un’altra band, qui in Svezia, a Falköping , che sto sostenendo un po’, si chiama The Devil Wears Nada. Li aiuto un po’, sai, con la composizione dei brani e cerco di evitare cattive decisioni, tipo non fare questo o quello, di non firmare con un’etichetta per dieci anni e tutte queste cose. Comunque i Nestor mi assorbono tutto il tempo a disposizione.

E cosa puoi dirmi, invece, dei prossimi impegni dei Nestor?

Dopi il Nestorfest, saremo in Germania la settimana successiva, ma poi non terremo altri concerti fino all’anno prossimo. E abbiamo iniziato a lavorare al nuovo album, credo che siamo a metà strada, e alla sua realizzazione sarà dedicato il resto dell’anno, mentre agli spettacoli dal vivo, alla nostra immagine, al nostro look e a cose del genere penseremo dopo. Vogliamo soltanto assicurarci che il terzo album sia ancora migliore dei primi due.

Tobias, grazie davvero per la tua disponibilità. Vorresti promettere qualcosa ai vostri fan italiani?

Cosa dovrei promettere ai nostri fan italiani? Non siamo ancora stati da voi, ma ci piacerebbe molto venire il prima possibile, anche se d’estate fa molto caldo. E siamo felici che ascoltiate la nostra musica e che la gradiate, noi continueremo su questa strada. Recentemente, ho trascorso le vacanze sulle Dolomiti, poi sono stato un paio di giorni al Lago di Como e a Milano. È stato fantastico, malgrado le temperature torride. Ciao [in italiano, ndr] e a presto!

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