Otto anni di attesa sono tanti per chiunque, ma diventano un’enormità di tempo quando parliamo di uno dei nomi più influenti degli ultimi decenni, una band ormai ascesa allo stato di leggenda vivente e i cui seguaci sono paragonabili a quelli di un culto.
Sappiamo che il mondo è ingiusto ed è evidente che, in termini di successo e pubblico, i Converge non abbiano mai raccolto i frutti di quanto seminato – per quantità e qualità – ma rimane il fatto che il ritorno del quartetto di Salem segna un evento epocale per qualsiasi appassionato di hardcore, metalcore e tante altre cose che finiscono in core. Due album in studio pubblicati in pochi mesi – con il precedente “The Dusk In Us” datato 2017 – e un tour che finalmente, dopo otto lunghi anni riporta i Converge in Italia, nazione nella quale il quartetto conta un enorme numero di esibizione e per la quale non si era mai vista un’assenza così lunga.
Il Circolo Magnolia è ben frequentato già dal tardo pomeriggio – ora delle 22 sarà quasi completamente gremito – e uno dei tanti modi per qualificare la grandezza dei Converge è godersi le tre band in apertura, ognuna delle quali suona sì un genere diverso dall’altra, ma in tutti i casi si tratta di stili in qualche modo ben riconducibili a quanto esplorato dal quartetto statunitense nel corso di una carriera ormai ultratrentennale. I Crouch pestano come fabbri e non lasciano la minima tregua, andando anche a infilarsi in sezioni molto vicine allo sludge e al doom. I Boneflower sono quelli che forse incarnano meglio l’alternanza tra furia e dolcezza, con venature post e shoegaze che emergono tra blast beat e una performance vocale lacerante. Gli Heriot, infine, mostrano chiaramente perché sono tra i nomi in ascesa più grossi nel panorama core e mettono in piedi una prova dissonante e autorevole, riuscendo anche a smuovere i primi circle pit di serata – e a far letteralmente volare le prime scarpe.

In perfetto orario, dopo una lunga introduzione, i quattro salgono sul palco accolti dai boati del pubblico e quando attaccano direttamente con “Love Is Not Enough” è come se il tempo si fermasse. Assistere ad uno show dei Converge è come essere investiti da un treno: non si ha nemmeno il tempo di processare e metabolizzare pezzi serratissimi che ci vengono scaraventati addosso con una violenza ed una precisione senza eguali. La sezione ritmica offerta da Ben Koller e Nate Newton – la cui distorsione del basso ci fa vibrare da capo a piedi – tiene già in piedi da soli i pezzi e mentre Kurt Ballou è libero di lacerarci con i suoi riff taglienti e abrasivi, Jacob Bannon si trasforma quasi in un cerimoniere, vagando come posseduto per il palco e regalando una performance vocale difficilmente comprensibile per capacità e consistenza.
La zona sotto il palco si trasforma presto in un tritacarne e i momenti di pausa si contano forse sulle dita di mezza mano. La tensione rimane sempre alta anche sul minaccioso intermezzo “Beyond Repair”, che fa quasi da spartiacque in un set che va a privilegiare i nuovi arrivati “Love Is Not Enough” e “Hum Of Hurt” – e se dobbiamo trovare un’unica pecca della serata, è proprio la mancanza di tanti pezzi leggendari. Poco male, perché quando in mezzo ai brani più recenti vengono messe in fila “Dark Horse”, “Under Duress” e “Conduit” non abbiamo neanche il tempo o la capacità di pensare mentre i quattro signori sul palco ci trapanano letteralmente il cervello e ci mettono sottosopra gli organi interni.
“È questa la cosa più bella del punk e dell’hardcore, è questa connessione. Quando ero un ragazzino mi sentivo vicino ai miei idoli in questo modo. È tutto qui.”
Le parole di Bannon spiegano meglio di qualsiasi altra cosa il senso di devozione che si vede chiaramente negli occhi dei presenti e prendono letteralmente vita quando lo stesso cantante invita sul palco un ragazzo che mezz’ora prima, con un cartello, aveva chiesto di suonare con la band “Heaven In Her Arms”. Concetti ed emozioni che si riflettono nel sorriso di Kurt Ballou, che, dopo avergli dato la chitarra si mette a lato del palco a godersi la sua band che suona con un fan, regalando a lui e a tutti i presenti un momento esaltante e magnifico.
Jacob Bannon ha ragione. È tutto qui.
Setlist
Love Is Not Enough
Bad Faith
Eagles Become Vultures
Dark Horse
Under Duress
Conduit
Hum of Hurt
Beyond Repair
Amon Amok
Distract and Divide
To Feel Something
Dream Debris
Doom in Bloom
The Broken Vow
We Were Never the Same
Heaven in Her Arms
Concubine





