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RECENSIONI

Om – God Is Good

Sempre più astratti, psichedelici, spirituali, metafisici. Gli Om raggiungono, con il nuovo "God Is Good", una dimensione che fa della materia qualcosa di impalpabile, muovendosi su tempi pachidermici, in cui il suono viene liberato da tutti gli orpelli che le menti dietro a questo progetto ritengono evidentemente inutili, lasciando trasparire unicamente quello che ci spinge ad ascoltare un disco, la ricerca di emozioni.

C'è chi dà sfoggio di tecnica, c'è chi ingaggia intere orchestre, c'è chi sceglie produzioni milionarie, gli Om scelgono di seguire una strada tutta loro. Un processo di scrittura per sottrazione, che elimina il superfluo, che rende tutto apparentemente lineare eppure così infinitamente vasto, come trovarsi a camminare su una superficie talmente ampia da non accorgersi della leggerissima curvatura del suolo. Sì perché se sulla carta i brani degli Om possono sembrare delle piatte distese senza sorprese, sempre uguali a se stesse, ma una volta superato l'aspetto fisico/materiale, ci si abbandona alla sorprendente tensione emotiva che questi musicisti riescono a delineare, in un continuo movimento ciclico che sembra pervadere completamente la nostra percezione di quello che stiamo ascoltando.

Basso, batteria, voci scandite e sussurrate che compaiono come fossero invocazioni liturgiche, delicate ed eleganti, leggeri inserti di flauto, piano e percussioni varie. Solo di questo hanno bisogno Al Cisneros (ex Sleep e peso massimo del genere) e il nuovo batterista Emil Amos, pochi elementi per aprire un universo sonoro allucinante e psichedelico, ipnotico, perennemente teso verso una liberazione/ricerca spirituale, un nirvana musicale che contempla arabeschi mediorientali, nenie zen e iconografia cristiana. Gli Om non indicano la fine del cammino, semmai vi indicheranno la strada, sta a voi decidere fin dove spingersi. Si parte con "Thebes", un pachidermico brano di diciannove minuti, che pare giungere da una dimensione a noi sconosciuta, sino a quando la voce di Cisneros, che più che cantare sembra invocare, richiama a sé l'attenzione, sino all'esplosione della distorsione del suo basso verso l'ottavo minuto. Giusto il tempo per familiarizzare con le linee circolari delle melodie e vi avranno già rapito, come la più risoluta, ma non per questo meno efficace, "Meditation Is the Practice Of Death", con Amos sugli scudi e un flauto leggero a impreziosire il pezzo. Puro abbandono etnico/tribale con "Cremation Ghat I", ritmica a percussioni scandita da un coinvolgente battimani, basso agile e snello e vocalizzi berberi, fino a sfociare in "Cremation Ghat II", pezzo fumoso e misterioso, con tanto di sitar, leggeri rintocchi di piano e consuete divagazioni lisergiche immateriali.

Non un disco per tutti purtroppo. Non tanto nella sua inaccessibilità, con qualche buon ascolto dedicato non è troppo difficile immergersi nella galassia Om, quanto nella scarsa predisposizione dell'ascoltatore medio a mettersi ad ascoltare per davvero. Una pratica che sta pian piano scomparendo. Per chi ancora è alla ricerca di vere emozioni in musica, acquistate ad occhi chiusi.

Tracklist

01.Thebes
02.Meditation Is the Practice of Death
03.Cremation Ghat I
04.Cremation Ghat II