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Il “Black Album” 30 anni dopo

Dove vi trovavate quando il 12 (o 13 secondo alcuni) agosto 1991 è uscito nei negozi di dischi il quinto album dei Metallica, quello che sarebbe stato soprannominato “Black Album” ma a tutti gli effetti si chiama “Metallica”? Questa, per i fan del quartetto californiano – ma anche del metal in generale – è una domanda equivalente a “Ti ricordi dov’eri quando hanno annunciato gli attacchi dell’11 settembre?”. Perdonate il paragone poco felice, che non vuole assolutamente mancare di rispetto al terribile fatto storico, ma vuole esprimere il concetto di un avvenimento epocale, uno spartiacque della storia, qualcosa dopo la quale nulla sarà più come prima. Forse può sembrare un’esagerazione, ma pochi dischi hanno segnato in maniera così netta un cambiamento nella carriera di una band o in un genere musicale. Non a caso, la classica affermazione del fan consumato implica che dopo il “Black Album” o peggio, a partire dall’album stesso, non ci sia stato più nulla di buono nella carriera dei Metallica.

Non avendo vissuto quel magico anno che fu il 1991, un anno a dir poco sbalorditivo per la storia della musica e per tantissimi motivi, è molto meno facile comprendere la rivoluzione messa in atto dai Metallica. Per chi è venuto dopo, il “Black Album” è spesso e volentieri il disco di ingresso alla corte dei Four Horsemen, perché è molto più facile ascoltare per caso “Enter Sandman” che “The Call Of Ktulu” , ed è proprio questa una delle caratteristiche fondamentali del disco, l’accessibilità a un genere non ancora massificato e disponibile per tutti, cosa che già all’epoca fu fonte di indignazione. Quello di cui poco spesso si parla e ci si rende conto, è che il “Black Album” ha travolto come un’onda quello che c’era prima e influenzato potentemente quello che è venuto dopo. E l’ha fatto partendo dalle basi: basta prendere uno qualsiasi dei riff magistrali o degli assoli composti da Kirk Hammett e James Hetfield per questo lavoro, una commistione di potenza, tecnica e talento, ripetutamente imitati ma quasi mai eguagliati. La precisione frenetica di “Holier Than Thou” o i cupi fraseggi di “Sad But True” decretano la fine degli anni ’80, per i Metallica e non solo, e l’inizio di un tempo nuovo, in cui il metal si evolve in una nuova entità, si unisce all’hard rock e si dona con più generosità al pubblico.

Gli stessi Metallica, in numerose interviste dell’epoca o successive, hanno dichiarato che, venendo dalla composizione così complessa e intricata dell’album “…And Justice For All”, abbiano volutamente “semplificato”, si fa per dire, le proprie canzoni per un impatto più diretto e violento sull’ascoltatore. Altra caratteristica di cesura con i tempi passati sono i suoni del disco, che hanno letteralmente dettato legge all’epoca e non solo. Sotto l’egida di Bob Rock, reduce dal rinnovamento dei suoni dei Motley Crue, che con “Dr Feelgood” ridiedero smalto alla loro carriera, i Metallica danno ai loro strumenti e alla voce un suono massiccio e tagliente, di una potenza mai vista. Finalmente si raggiunge la famosa e proverbiale “justice for Jason”: il basso di Newsted spicca e si intreccia con la base ritmica di Lars Ulrich, affermando potentemente la propria presenza e importanza nel sound del quartetto, dopo la performance non esattamente messa in evidenza del disco precedente. Un esempio su tutti è “The God That Failed”: il brano vede James Hetfield come principale songwriter ed è noto che l’ispirazione gli venne dalla tragica morte della madre, scomparsa a causa di un cancro alle ovaie quando il cantante aveva solo 16 anni. La donna scelse di non curarsi a causa del proprio credo religioso ed è questo triste particolare che porta James a parlare del fallimento divino nel dare senso alla vita stessa. In questo brano già di per sé lugubre, il basso di Newsted è un eco roboante, come appunto le grida di un Dio adirato, un cadenzato fraseggio che sottolinea alla perfezione il difficile tema affrontato. E che dire di uno dei brani paradossalmente più controversi dell’album, ovvero la prima vera ballad dei Metallica, “Nothing Else Matters”? Il pezzo era stato composto da Hetfield durante il tour di “…And Justice For All” e poi messo da parte, per cui la sua genesi è totalmente scollegata alla scrittura del “Black Album”. Visto lo stile da ballad, forse un po’ troppo sdolcinata per i granitici Four Horsemen, nacquero non pochi dubbi a riguardo, lo stesso James non era favorevole alla pubblicazione. Fu Lars Ulrich a partecipare alla stesura finale e a premere perché venisse incluso nel disco, sicuro delle potenzialità della canzone. Una scommessa certamente vinta; per molti prova lampante dell’ammorbidimento dei Metallica e del loro desiderio di diventare una band “commerciale”, “Nothing Else Matters” è una canzone stratificata e complessa, al di là della sua delicatezza e del testo “romantico” e forse, un primo seme dell’attitudine dei Metallica a sperimentare con archi ed arrangiamenti orchestrali. Non a caso, la parte di archi inclusa nel pezzo fu affidata al maestro Michael Kamen, che nel 1999 dirigerà la San Francisco Symphony Orchestra nel disco “S&M”.

Tra controversie e aneddoti, sono passati ben trent’anni da quel 12 agosto e per i Four Horsemen ne è passata di acqua sotto ai ponti. Il “Black Album”, volente o nolente, resta una pietra miliare sia della carriera dei Metallica che del genere e ora, nella nuova edizione rimasterizzata la sua potenza è ancora più devastante se possibile. Da non perdere anche la “Metallica Blacklist”, un compendio di cover inedite di tutta la tracklist del “Black Album” fatte dagli artisti più disparati, approvati ovviamente dal quartetto californiano. Tra le varie chicche possiamo trovare una particolarissima “Holier Than Thou” riprodotta dai Biffy Clyro che la rendono unica col loro stile inconfondibile, “Nothing Else Matters” interpretata da Miley Cyrus in collaborazione, addirittura, con sir Elton John o infine “The God That Failed” totalmente stravolta dagli inglesi IDLE. E ancora, per i più tradizionalisti “Enter Sandman” rifatta dai Weezer, i Volbeat con “Don’t Tread On Me” e un’efficacissima “Sad But True” riproposta dai Royal Blood.

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