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1991: la rivoluzione del grunge

nirvana

Articolo a cura di Isadora Troiano e Matteo Alluzzi

È il 1991, l’ultimo decennio del ventesimo secolo è iniziato e con esso una grande rivoluzione nel mondo musicale. La fine degli anni ‘80, sfavillanti, rutilanti, eccessivi e colorati è sancita da numerose svolte artistiche di varie band di spicco del panorama rock e metal dell’epoca, ma nulla è stato così innovativo e di rottura come l’avvento del grunge. Los Angeles, con le sue luci abbacinanti e le sue trasgressioni, lascia il posto a una piovosa metropoli quasi al confine col Canada: Seattle, nello stato di Washington, diventa improvvisamente il catalizzatore di un genere nuovo, crudo, essenziale e potente. I glitter e i pantaloni di pelle vengono sostituiti dalle camicie da boscaiolo, dal velluto a coste e da una melanconia esistenziale che solo una generazione come quella dei ventenni degli anni ‘90 americani poteva creare. La bolla economica è esplosa, il benessere sociale ed economico largamente diffuso nel decennio precedente inizia a scemare e i giovani sono sempre più disillusi, più arrabbiati ma anche più sensibili, più fragili, più insicuri. E nella piovosa Seattle questo grande cambiamento generazionale diviene la molla per la nascita di tre band che hanno fatto letteralmente la storia. Non sono certamente le uniche che hanno portato alta la bandiera del grunge e del sound della città dello Space Needle, ma sono sicuramente tra le più conosciute, amate ed innovative. Stiamo parlando di Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden e dei loro tre capolavori “Nevermind”, “Ten” e “Badmotorfinger”.

Si tratta di tre band dalla storia e dallo stile differenti tra loro, percorsi diversi li hanno portati a quel fatidico 1991 e al successo: i Nirvana, nati quattro anni prima nella piccola Aberdeen da due semplici amici appassionati della stessa musica, Kurt Cobain e Krist Novoselich, hanno solo un disco all’attivo, hanno da poco accolto un nuovo batterista, Dave Grohl e quando si chiudono in studio col produttore Butch Vig non hanno minimamente idea del successo che sta per travolgerli. Anche i Pearl Jam sono un gruppo praticamente appena formato: nascono dalle ceneri di altre band storiche della scena di Seattle come i Mother Love Bone e i Green River e dal connubio improvvisato al telefono con un ragazzo californiano, all’epoca di professione benzinaio e cantante per passione, di nome Eddie Vedder. Il cantante aveva ricevuto il demo per tre dei brani più famosi che entreranno in “Ten” dall’amico Jack Irons, nonché ex batterista dei Red Hot Chili Peppers, e subito entusiasmato dal contenuto della cassetta, dopo varie prove telefoniche, decise di trasferirsi a Seattle per raggiungere i nuovi compagni di band. I Soundgarden sono invece i più veterani, nati nel 1984 e con già due dischi, vari cambi di formazione e vicissitudini all’attivo. Il cantante Chris Cornell e l’amico e chitarrista Kim Thayil, insieme al batterista Matt Cameron e al neo assunto bassista Ben Sheperd sono pronti a registrare il loro terzo album; non sono ancora stati consacrati al successo, anche perché il loro “grunge” è molto più contaminato da hard rock e metal rispetto alle altre band e rappresenta una specie di filone parallelo del genere.

La caratteristica fondamentale che accomuna questi tre gruppi è quella di avere come frontman tre giovani uomini, poco più che ventenni, nel pieno della propria creatività e del loro incredibile talento artistico, tre voci che sono ormai dei marchi di fabbrica e tre personalità eclettiche e carismatiche, seppur ognuno a modo proprio. Kurt Cobain, Eddie Vedder e Chris Cornell sono frontman molto diversi tra loro ma sono uniti da un talento vocale, musicale e compositivo irripetibile; le loro vite sono state legate indissolubilmente sia a livello professionale che umano e, nel caso di Cobain e Cornell, anche i loro destini sono stati segnati da un tragico finale comune. Ma in quegli anni il successo, i cambiamenti e le tragedie sono ancora lontani. In quegli anni, questi giovani sono semplicemente pronti ad incanalare nella musica e nel proprio talento le loro emozioni e la loro energia.Photo credits: Kirk Weddle

Just because you’re paranoid, don’t mean they’re not after you

Parlare dei Nirvana, e soprattutto di Nevermind, significa parlare, in un certo senso, degli anni ’90 stessi. È difficile, infatti, trovare un disco più iconico e rappresentativo di quella che è stata a tutti gli effetti una nuova era della musica rock, tornata sotto i riflettori sfoggiando una t-shirt scolorita e una camicia a quadri, portandosi dietro quella rabbia giovanile tipica dell’hardcore punk che fino ad allora era rimasta sepolta nei circuiti musicali underground. Questa rabbia, che è un elemento molto importante nei pezzi dei Nirvana, viene però elaborata in maniera differente, in una dimensione più intima e tormentata, che si riflette nella musica di Cobain trascinandoci in uno scenario buio e piovoso come la sua Seattle.

Questo disco, uscito due anni dopo l’album d’esordio “Bleach”, rappresenta la consacrazione definitiva dei Nirvana nello scenario mainstream, grazie ad un successo imprevisto che ha portato il grunge fino ai canali tv musicali, primo fra tutti MTV. Primo album della band registrato con una major, “Nevermind” può essere definito il picco creativo e il sunto stilistico di quello che i Nirvana hanno rappresentato, con pezzi rumorosi e recalcitranti, riff di chitarra semplici ma memorabili, e l’importantissima aggiunta di Dave Grohl alla batteria, in sostituzione di Chad Channing, capace di fornire una dinamicità ritmica che dona grande spessore alle canzoni. Alla cristallizzazione di quella che sarà poi la formazione definitiva si aggiunge la produzione di Butch Vig. L’album è prevalentemente composto da inni generazionali, come “Smells Like Teen Spirit”, costruito su un giro di accordi punk e sulla profonda disperazione del cantante e pezzi tipicamente grunge, come “Come As You Are”, “In Lithio” e”In Bloom”, ma dentro “Nevermind” riusciamo a trovare anche molto altro. La graffiante velocità di “Breed”, le incursioni acustiche di “Polly” e “Something In The Way”, la vena travolgente dall’anfetaminica “Territorial Pissings”: l’album è un continuo susseguirsi di pezzi epocali e sorprendenti, basati molto spesso sulla grande espressività Cobain.

Attraverso un album rimasto nella storia, i Nirvana lasciano quella che è la loro eredità più solida, in cui la potenza creativa di Cobain, il supporto immancabile di Novoselic e la verve ritmica di Grohl riescono a dar vita ad un disco di altissimo spessore musicale ma anche pregno di furia giovanile e sofferenza emotiva, grazie al quale riescono a portare finalmente fuori da Seattle la nuova scena grunge degli anni ’90, inaugurando definitivamente una nuova era della musica rock.

pearl jam

All the pictures have all been washed in black, tattooed everything

All’interno della costellazione di gruppi sensazionali prodotti dalla scena di Seattle tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 i Pearl Jam sono stati forieri di un’anima rock quasi intonsa, portata all’interno della cornice grunge tipica di quel periodo storico. L’aggiunta di Eddie Vedder ad un gruppo che stava già gettando le basi per il loro primo album, “Ten”, diede vita ad una band di raro affiatamento, in cui il cantante si calò alla perfezione. Il disco, uscito ad agosto del 1991, è il primo della band ma presenta già una formazione quasi definitiva (unica eccezione il batterista Dave Krusen che verrà sostituito già nel disco successivo da Dave Abbruzzese): oltre al già citato Vedder troviamo Mike McCready e Stone Gossard alle chitarre, Jeff Ament al basso e Dave Krusen alla batteria.

Subito nell’introduttiva “Once” troviamo un’ottima incarnazione dell’anima del gruppo, in cui chitarre sferzanti e ritmi serrati accompagnano la voce profonda e straziata di Vedder. Il brano, come spiegato dal cantante, è parte di una trilogia, contenente anche “Alive” e “Footsteps” (b-side del singolo “Jeremy”), che racconta la storia di un giovane che, dopo aver scoperto di essere cresciuto con quello che è il padre adottivo, sviluppa un rapporto incestuoso con la madre, che lo condurrà alla follia. Anche in questo caso sono moltissimi i brani rimasti storici, come “Even Flow” e “Alive”, pezzi su cui sboccia definitivamente l’attitudine hard rock della band. Oltre che per l’impareggiabile capacità vocale di Vedder, “Ten” si lascia ricordare per l’alternanza di atmosfere e per la capacità di raccontare storie sconvolgenti: la vita dei pazienti psichiatrici (“Why Go”), la fine di un amore (“Black”), un teenager texano che si sparò con un revolver di fronte all’intera classe (“Jeremy”).

In “Ten” si può già sentire tutta la densità e la forte influenza rock che caratterizza così nettamente la musica dei Pearl Jam. Questo disco, di livello già assoluto, rappresenta soltanto il primo passo in un percorso musicale eccellente come sarà quello dei Pearl Jam, in cui la capacità compositiva e autoriale di Vedder brillerà sempre di più col passare del tempo.

soundgardenPhoto credits: Karen Mason-Blair

I’m gonna break my rusty cage and run

“Badmotorfinger”, come già accennato, è il terzo lavoro in studio dei Soundgarden con la formazione più celebre e completa, ottenuta grazie all’arrivo del bassista Ben Sheperd che, seppur appena entrato nel gruppo, parteciperà alla stesura di molti brani contenuti del disco. Si tratta di un album che rappresenta pienamente il percorso artistico dei Soundgarden e la loro maturità per l’ascesa verso il successo, ma è anche un disco che non è stato immediatamente compreso. Forse oscurato dall’incredibile consenso di pubblico avuto da “Nevermind” e “Ten” (ricordiamo che questi tre capolavori sono usciti a distanza di settimane l’uno dall’altro), “Badmotorfinger” è un disco potente, graffiante ma anche introspettivo e oscuro, complici anche i testi, tutti firmati da Cornell, ad eccezione di tranne “Somewhere” (ad opera di Sheperd) e “Room a Thousand Years Wide” (scritta dal chitarrista Kim Thayil).

La commistione di generi creata dai Soundgarden unisce il suono grezzo del grunge a riff che ricordano più l’hard rock e il metal, non dimenticando un tocco a metà tra doom e la psichedelia, fatto di accordature ribassate e roboanti giri di basso. L’album viene introdotto al grande pubblico dalla splendida, rabbiosa “Jesus Christ Pose”, una canzone che critica i personaggi politici o pubblici, più in generale, che sfruttano la religione per ottenere consensi e sentirsi migliori degli altri. Sia il titolo che il controverso video, che vede prima una donna e poi uno scheletro crocifissi, oltre a un susseguirsi di immagini di croci sia dritte che rovesciate, destano parecchie polemiche nella società americana, costantemente impegnata a tenere sotto controllo le menti dei giovani (basta googolare il nome Tipper Gore per capire di cosa stiamo parlando). Anche MTV si rifiutò di passare il video nella sua rotazione giornaliera, contribuendo comunque alla fama del brano. Ebbero più fortuna sull’emittente musicale “Outshined” e “Rusty Cage”, i successivi singoli tratti dall’album, due brani diversi tra loro ma molto indicativi dell’anima tormentata dei Soundgarden e delle innumerevoli sfaccettature del loro sound. Brani come “Slaves & Bulldozers” sono l’esempio lampante di come la band sia cresciuta nel tempo e si sia arricchita grazie a Ben Sheperd, tra gli autori di questo brano quasi doom nel suo incedere lento e ossessivo, con un testo psichedelico e un tripudio di chitarre distorte ed accordature ribassate.

Dalle atmosfere quasi punk di brani come “Face Pollution” a quelle più prettamente grunge come nella già citata “Room Room A Thousand Years Wide”, “Badmotorfinger” è un manifesto del genere in un modo totalmente personale, non d’impatto immediato, ma comunque di una potenza devastante che ancora oggi colpisce anche l’ascoltatore più acerbo. E sopra tutti, resta la performance vocale di Chris Cornell, come una delle migliori della sua carriera. Resta ancora forte il rammarico per aver perso tragicamente un artista così talentuoso, ma in quel 1991, nell’essenza di “Badmotorfinger”, Chris Cornell era solo un giovane e dotato musicista, che incanalava nelle sue canzoni e nelle sue performance tutti i demoni che lo accompagnavano riuscendo, così, ad esorcizzarli.

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