In occasione del loro ventesimo anniversario di carriera, i Brymir sono tornati con “What We Leave Behind”, un lavoro intenso e maturo che segna un’ulteriore evoluzione nel percorso della band finlandese, allontanandosi dalle coordinate folk metal degli esordi per abbracciare sonorità melodic death più cupe, moderne ed elettroniche. Abbiamo avuto l’opportunità di scambiare due chiacchiere con il cantante Viktor Gullichsen, che ci ha raccontato il processo di autoproduzione del disco, l’esigenza di dare voce a traumi personali e le preoccupazioni dei tempi moderni attraverso il linguaggio metaforico della mitologia e le aspettative per il prossimo tour europeo, con la speranza di calcare presto anche i palchi italiani.
Ciao Viktor, benvenuto su SpazioRock! È un piacere conoscerti. Come stai?
Sto bene. Oggi sono stato dal dentista perché mi si era incrinato un dente poco prima del fine settimana. Siccome eravamo impegnati con i concerti non sono potuto andarci subito e si erano formate delle parti molto affilate che mi hanno irritato la lingua. Ora l’hanno sistemato, ma ho ancora la lingua un po’ dolorante.
Mi spiace! Come dicevi, attualmente siete in tour in tutta la Finlandia. Suonare così tanti concerti in patria sembra il modo perfetto per festeggiare l’uscita del nuovo album “What We Leave Behind”. Come sta andando il tour?
Sta andando davvero bene. Abbiamo dovuto iniziare il tour un paio di settimane prima dell’uscita ufficiale del disco. Ora che l’album è pubblicato, il pubblico conosce già i nuovi brani e questo ci rende un po’ più nervosi prima di salire sul palco, perché dobbiamo eseguirli esattamente come sono incisi su disco. Le nuove canzoni sono ottime e la gente dimostra di apprezzarle; sono piuttosto complesse da suonare dal vivo, ma ora ci stiamo prendendo sempre più la mano.
Parlando di questo nuovo album, che si intitola appunto “What We Leave Behind”, vorrei farti una domanda diretta. Riprendendo il titolo e guardando indietro alla vostra carriera, cosa senti che vi siete lasciati alle spalle nel corso degli anni? E quanto di questo percorso si riflette in questo lavoro?
Questo album è fortemente narrativo, ogni canzone è molto personale e affronta il tema della crescita individuale. In un certo senso riassume bene l’intero viaggio della band, che quest’anno festeggia vent’anni di attività. È stato un percorso lungo e assimilabile a una corsa sulle montagne russe: siamo stati molto indipendenti, abbiamo lavorato con etichette più grandi e con tutto ciò che sta nel mezzo, affrontando anni davvero difficili in cui non si sapeva nemmeno se saremmo riusciti ad andare avanti. Questo disco testimonia quanto siamo cresciuti più di qualsiasi altro lavoro. Ci siamo lasciati alle spalle la nostra giovinezza e la nostra innocenza, raggiungendo una maggiore maturità. Inoltre, con i testi desideriamo stimolare una riflessione sul senso di responsabilità e sulle conseguenze delle decisioni che si prendono nel presente.
Parlando del sound, penso che questo disco mantenga tutti gli elementi distintivi dei Brymir, ma percepisco anche una sfumatura più profonda e cupa. Come avete affrontato la composizione e la produzione per far emergere questo lato più oscuro?
La composizione è stata un percorso continuo, specialmente da quando mi occupo personalmente della produzione dei nostri dischi. La band è stata totalmente autosufficiente da questo punto di vista per tutti gli album, tranne che per il primo. Nei primi lavori c’era molto lavoro basato sul provare e sbagliare, applicando la mentalità tipica di chi si affida a un produttore esterno: scrivi le canzoni, fai la pre-produzione e poi vai in studio. Questa volta ho imparato così tanto sul processo in sé che conoscevamo già in anticipo gli ostacoli tecnici che avremmo incontrato, riuscendo a eliminarli già nella fase di scrittura. Lavorando anche nel mondo del cinema, conosco bene la classica frase “lo aggiusteremo in post-produzione”, che nella musica diventa “lo aggiustiamo nel mix” [ride, ndr]. Abbiamo voluto adottare un approccio preventivo, risolvendo le potenziali sfide già durante la composizione, e questo ci ha garantito un maggior controllo sulla struttura dell’album e sulla sequenza delle tracce. Inoltre, l’impronta più cupa deriva dal fatto che gli ultimi anni sono stati difficili sia a livello globale per l’umanità sia per noi come individui. Siamo sempre stati grandi fan della musica oscura ed è stato un processo evolutivo costante sviluppare il nostro sound a poco a poco, senza stravolgimenti improvvisi. Ora siamo arrivati a un punto in cui possiamo esprimerci in totale libertà: qualsiasi cosa facciamo suona comunque Brymir, perché abbiamo creato un set di strumenti stilistici molto chiaro. Infine, abbiamo scelto consapevolmente di ridurre l’impatto pomposo dei sintetizzatori e delle orchestrazioni in favore di elementi più oscuri, elettronici e robotici.
Hai praticamente anticipato la mia domanda successiva, perché, parlando dei testi, ho notato molti paralleli con le questioni sociali attuali e i tempi moderni. Volevo chiederti se questa direzione più cupa della musica derivi da ciò che sta accadendo nel mondo in questo momento, ma mi hai già confermato che è così.
Solo parzialmente. L’atmosfera generale nel mondo è davvero cupa e priva di speranza e anche i recenti progressi tecnologici, come l’intelligenza artificiale – che di solito portano speranza -, oggi vengono percepiti più come un potenziale scenario apocalittico. Personalmente ho pochissima fiducia nelle persone che stanno costruendo questi sistemi. Tuttavia, la ragione principale dell’oscurità dei testi risiede nelle nostre esperienze personali. Quasi ogni brano nasce dall’esigenza di dire ad alta voce i nostri peggiori traumi e le brutte esperienze vissute negli ultimi anni. Utilizzare la mitologia come linguaggio metaforico ci dà la libertà di esprimerci e parlare di cose intime e private che non vorremmo esporre direttamente; grazie alle metafore possiamo raccontare la storia senza dover entrare in dettagli specifici.

Parlando di questo, una delle mie canzoni preferite del disco è “True Darkness”. È davvero pesante e drammatica, il testo ripercorre le fasi del lutto, ma la sezione finale porta un particolare senso di speranza. Potresti dirmi qualcosa in più su questa traccia?
Quella traccia è stata scritta dal nostro chitarrista Joona [Björkroth, ndr] mentre stava attraversando un momento difficilissimo. Durante la nascita del suo primo figlio ci sono state delle gravi e spaventose complicazioni. Lui ha composto la musica sapendo esattamente di cosa parlasse, ma gli ci sono voluti due o tre anni per riuscire a scriverne il testo a causa dell’impatto emotivo dell’evento. La parte finale del testo era ancora incompleta, così sono intervenuto io inserendo il messaggio che avrei voluto dargli ogni giorno mentre lo vedevo affrontare quel calvario. Alla fine tutto si è risolto per il meglio e la famiglia è in salute, ma vivere un’esperienza in cui sei così vicino a perdere ciò che hai di più caro è tremendo. Conosco Joona da più di metà della mia vita ed è una delle persone più importanti per me; vedevo quanto fosse in difficoltà e volevo solo prenderlo per mano e rassicurarlo che, qualunque cosa accadesse, sarebbe andato tutto bene, e che anche nel peggiore dei casi ci saremmo ritrovati nel Valhalla. È stato un modo bellissimo per permettergli di liberarsi di un peso e per me di mostrargli il mio supporto.
È davvero una cosa bellissima. Prima stavi dicendo che questo disco ha meno orchestrazioni rispetto al passato. Non è semplice bilanciare il metal con le parti orchestrali, perché c’è sempre il rischio di soffocare le chitarre o perdere la sensazione epica. Nel corso degli anni avete provato diverse soluzioni, ma come hai imparato a combinare questa violenza grezza con le parti sinfoniche più solenni?
È stato un lungo percorso di try and error. Fin da giovanissimo sapevo di voler lavorare con l’audio; ora ho 36 anni, quindi sono circa 21 o 22 anni che mi dedico seriamente a questo campo. Oltre al metal mi sono occupato di musica elettronica molto intensa e poi di audio per il cinema, dove il mix è estremamente affollato e devi far risaltare i dialoghi in mezzo a tantissimi elementi. Nei primi album dei Brymir portavamo tutto all’estremo, mettendo insieme contemporaneamente blast beat, chitarre e orchestre: era un lavoro chirurgico ricavare i buchi in cui infilare la voce. Nel tempo ho compreso che, curando meglio gli arrangiamenti in fase di composizione, il mixaggio diventa più semplice, e che a volte ridurre gli elementi per poi aggiungerne di più in seguito crea un effetto ancora più drammatico. Un tempo lavoravamo sulle dinamiche a micro-livello, mentre ora gestiamo le macro-dinamiche: l’album alterna passaggi morbidi ad altri ad alta densità sonora, con parti strumentali e momenti meno orchestrati. Inoltre, crescendo – anche se mi sento ancora un sedicenne [ride, ndr] -, i gusti cambiano e ora preferisco comunicare il messaggio in un formato meno ipersaturo.
Parlando di questa evoluzione, nei vostri primi tempi avevate una forte impronta folk e pagan metal, mentre oggi il vostro sound è molto più veloce, moderno e focalizzato su tematiche sociali o personali. Mi stai dicendo che quindi volevate proprio evolvervi e provare qualcosa di nuovo? Come funziona questo processo?
Quando ci siamo conosciuti nella band eravamo tutti metallari, ma il punto d’incontro principale era il folk metal. È lì che abbiamo trovato un terreno comune, anche se eravamo appassionati di molti altri generi. Le prime canzoni ed il primo disco erano strettamente folk metal perché eravamo amici da poco ed era divertente. Tuttavia, già a 15 o 16 anni desideravamo esprimere un metal più estremo. Tra la scrittura dei brani e l’uscita del primo album è passato tantissimo tempo, anche a causa del servizio militare obbligatorio qui in Finlandia, che i ragazzi devono svolgere uno dopo l’altro a un anno di distanza. Quando l’album [“Breathe Fire to the Sun”, ndr] è finalmente uscito, avevamo già superato quell’idea. Così, a partire dal secondo album “Slayer of Gods”, abbiamo iniziato a prendere le distanze dal marchio folk metal, allontanandoci sempre di più a ogni disco senza però abbandonarlo del tutto, perché amiamo ancora il genere e le sue influenze, ma volevamo che fosse solo una parte di noi e non ciò che ci definisce. Una ragione fondamentale è che quando suoni folk metal e mantieni quell’immagine, l’ascoltatore che chiude gli occhi immagina subito scenari predefiniti come una foresta o un campo di battaglia. Noi invece volevamo che l’ascoltatore potesse vivere la musica in totale libertà e dipingere il proprio quadro mentale. Questo è anche il motivo per cui nei nuovi video abbiamo adottato un’estetica di fantascienza molto marcata: per far capire chiaramente che non siamo una folk metal band tradizionale, anche se l’influenza rimane presente.
Il prossimo anno sarete in tour in Europa con i Bloodred Hourglass. Quali sono le vostre aspettative per i concerti e cosa possiamo aspettarci?
Penso che sarà pazzesco! Sono nostri ottimi amici, quindi ci aspettiamo prima di tutto un tour divertentissimo. I biglietti per molte date stanno vendendo bene, quindi prevedo una grande affluenza. Non vedo l’ora di suonare per chi non ci ha mai sentito dal vivo e soprattutto per chi ci ha conosciuto agli esordi quando il nostro sound era più orientato al folk. Andare in tour con i Bloodred Hourglass ci darà accessibilità al pubblico del melodic death metal, che è il tipo di audience con cui vogliamo interagire ora. Sono davvero curioso di vedere come accoglieranno la nostra nuova musica.
Ottimo, quindi! E pensi che il prossimo anno farete anche altri tour da headliner, magari anche in Italia?
Lo spero davvero! È la prima volta che prima dell’uscita di un album abbiamo una struttura internazionale completa al nostro fianco. Per il disco precedente avevamo il nostro amato manager, ma ora abbiamo un booking agent internazionale e il supporto di Napalm Records per la promozione, quindi sento che abbiamo molte più opportunità. Sto parlando con il nostro agente e spero davvero che si riesca ad organizzare qualche data in Italia, in Francia e in tutti i Paesi in cui non suoniamo da un po’.
Speriamo! Questa era l’ultima domanda. Grazie mille per il tuo tempo, è stato un vero piacere. Complimenti per l’album!
Grazie mille!





