Ci sono momenti in cui una band non ha bisogno di dimostrare nulla: ha semplicemente bisogno di tornare a fare quello che sa fare meglio. E con “The Allfather Awakens” gli Amon Amarth sembrano aver ritrovato finalmente quella scintilla che, disco dopo disco, sembrava essersi un po’ persa. È un ritorno in grande stile, di quelli che si fanno sentire fin dal primo minuto: epico, potente, incazzato e dannatamente Amon Amarth.
A quattro anni da “The Great Heathen Army”, Johan Hegg e soci tornano quindi con un album che sembra aver ritrovato quella grinta che negli ultimi lavori si era un po’ persa. E l’apertura con “Gjallarhorn” è già una dichiarazione d’intenti: un brano potente, diretto e trascinante, con tutte le carte in regola per diventare uno dei prossimi inni da cantare a squarciagola sotto un palco. È difficile, in effetti, non immaginarlo già in mezzo a una folla in delirio, soprattutto pensando alla prossima stagione dei festival.
Quella stessa energia si intreccia con uno degli elementi che da sempre definiscono l’identità degli svedesi: la mitologia norrena. Anche questa volta il nuovo lavoro guarda verso gli dèi e, soprattutto, verso Odino, che ritroviamo in “Raven God”, “Oden’s Hunt”, “The Allfather Awakes” e “Eight Legs of Thunder”. Quest’ultima, in particolare, ci porta direttamente a Sleipnir, il leggendario cavallo a otto zampe dell’Allfather, il Padre di tutti gli dèi. È un immaginario che gli svedesi conoscono molto bene e che, ancora una volta, riescono a trasformare in musica senza renderlo prevedibile.
Ed è proprio quando sembra di essere perfettamente dentro questo universo che arriva “Upphaf”, la vera sorpresa del disco. Qui i nostri rallentano e, per qualche minuto, mettono da parte la loro anima più pesante per lasciare spazio a un brano completamente acustico. Non è una ballad nel senso più classico del termine, quanto una traccia sospesa ed atmosferica, con un sound perfetto per accompagnare una scena di una serie come “Vikings”, tanto è capace di richiamare quell’immaginario nordico. Una sensazione che trova un interessante punto di contatto anche nel testo: “Upphaf” prende, infatti, spunto dai primi cinque strofi della Völuspá, uno dei testi più importanti dell’Edda poetica, riportando ancora una volta gli Amon Amarth alle proprie radici norrene.
È probabilmente il brano più lontano da ciò che siamo abituati ad ascoltare da una band di questo calibro, ma proprio per questo finisce per essere uno degli episodi più interessanti dell’intero lotto. La band si concede una parentesi diversa senza perdere la propria identità e, dopo questa breve pausa, torna a far salire nuovamente la temperatura con “We Rule the Waves”, un concentrato di adrenalina, con un ritornello ed una componente corale che sembrano fatti apposta per esplodere davanti a migliaia di persone. È facile immaginarlo già accanto alla celebre “Twilight of the Thunder God” o a “Raise Your Horns”, in uno di quei momenti in cui il pubblico finisce per diventare parte integrante della canzone.
Se “We Rule the Waves” punta soprattutto sull’impatto e sul coinvolgimento, “Die with a Warcry” riporta invece in primo piano l’anima più aggressiva degli Amon Amarth. Pesante e cavernoso, è probabilmente il brano che più di tutti ci restituisce la band nella sua veste più autentica, quella fatta di riff granitici, growl ed una buona dose di rabbia ed è forse proprio questo il merito più grande di “The Allfather Awakens”: non aver cercato di essere qualcosa di diverso dagli Amon Amarth, ma essere tornato a ricordarci quanto fossero belli quando erano semplicemente loro stessi. Dopo alcuni album che avevano lasciato più di qualche dubbio, ritrovare quella grinta, quella potenza e quell’attitudine è una sensazione che non può che fare piacere.
Il disco si chiude con “Ascending Like An Eagle”, ma la sensazione è che la vera battaglia debba ancora cominciare, perché se i brani precedentemente menzionati hanno già questa forza su disco, immaginare cosa potranno diventare davanti a un pubblico è quasi impossibile. Migliaia di voci, birre al cielo, corna alzate e Johan Hegg davanti a tutti: è lì che capiremo davvero quanto forte sia stato questo risveglio.
Per ora, però, una cosa è certa: gli Amon Amarth sono tornati a ruggire e non potevamo chiedere di meglio.
Tracklist
01. Gjallarhorn
02. Eight Legs Of Thunder
03. Kvasir’s Blood
04. We Rule The Waves
05. Upphaf
06. Die With A War Cry
07. Raven God
08. The AllFather Awakes
09. Oden’s Hunt
10. Ascending Like An Eagle

















