Dopo lo scorso “Dreams Of Lands Unseen” (2023), camaleontico concept album sulla figura della viaggiatrice Sofia Yablonska, tornano gli ucraini Ignea con il nuovo lavoro “Monumental”, in cui la band, ancora una volta, si distingue per un songwriting vario e articolato. Ne abbiamo discusso con la frontwoman e autrice dei testi Helle Bohdanova, che ci ha svelato come la tematica della nostalgia, filo conduttore principale del disco, si leghi all’architettura brutalista e all’idea del futuro perduto, per un full-length denso di significati e suggestioni. E mentre sullo sfondo droni e missili sfrecciano e cadono, la musica continua a svolgere il proprio ruolo di speranzosa resistenza a oltranza.
Ciao Helle e bentornata sulle pagine di SpazioRock. Come stai?
Ciao, grazie per avermi reinvitata. Onestamente, sono a malapena in grado di funzionare dopo un’altra notte di attacchi di droni e missili a Kiev. Ma non c’è tempo per lamentarsi, e sono davvero entusiasta di parlare del nostro nuovo disco.
Tre anni ti intervistammo in occasione del rilascio, da parte degli Ignea, di “Dreams Of Lands Unseen”: cambieresti qualcosa di quell’album?
Non credo, perché ritengo che “Dreams Of Land Unseen” sia completo così com’è. Penso anche che lo abbiamo vissuto a fondo sia attraverso i concerti che ascoltandolo e condividendolo, quindi non vorrei davvero cambiare nulla. Ecco, forse avrei voluto girare i video in modo diverso. Avevamo molti progetti per realizzarli immersi nella natura, all’aperto, ma è stato impossibile a causa della guerra.
Il nuovo “Monumental” è costruito attorno al concetto di nostalgia, una nostalgia che non è puramente sentimentale, ma che nasconde una certa enigmaticità. Quando hai capito che questo argomento sarebbe divenuta la colonna portante lirica del disco?
Tutto è iniziato con una demo esclusivamente strumentale del brano scritta da Evgeny (Zhytnyuk, tastierista della band, ndr) che poi è diventata “What Buildings Dream Of”. Ho iniziato a riflettere su quale potesse essere il concept dell’album: al principio, pensavo al concetto di spazio in senso generale – lo spazio personale, lo spazio liminale, come quello di certe stanze, o altro ancora. Poi, quasi per caso, mi sono imbattuta in un libro intitolato “Ghosts Of My Life” di Mark Fisher, in cui si parla molto di hauntologia, di luoghi dimenticati e di futuri perduti. Ciò mi ha condotto al tema della nostalgia in generale; ho cominciato ad approfondire l’argomento, leggendo anche “Retromania. Pop Culture’s Addiction To Its Own Past” di Simon Reynolds. Ho capito che, sebbene la nostalgia possa sembrare qualcosa di molto semplice – un sentimento provato da tante persone, a prescindere da dove vivano o dalla loro età –, essa è, invero, una questione molto profonda. Ho cominciato a studiarla e ho pensato che sarebbe stato bella farla oggetto delle canzoni, inserirla nel disco, viverla in prima persona e scoprirne di più.
L’architettura modernista resta una delle principali fonti di ispirazione del full-length: come essa si raccorda al tema della nostalgia?
Il punto è che molte persone provano nostalgia quando visitano certi luoghi legati al loro passato, ai “bei tempi andati”. Ciò che mi affascina degli edifici modernisti e brutalisti è il loro aspetto decisamente futuristico, nonostante siano stati costruiti tra gli anni ’60 e ’80; sembrano usciti da film cyberpunk, di fantascienza o distopici. Sono strutture imponenti, in cemento e molto spaziose, e su molte di esse si trovano vecchi mosaici che raffigurano quel futuro radioso che, di fatto, non è mai arrivato. Ecco perché tali costruzioni trasmettono un senso di atemporalità, risultando al contempo futuristiche e nostalgiche, ed è proprio questo aspetto ad averci ispirato. Inoltre, abbiamo concepito questi complessi come una sorta di “scrigni della memoria”: esistono da moltissimo tempo, hanno visto passare generazioni di persone che vi hanno vissuto o lavorato e sono stati testimoni di innumerevoli cambiamenti. Di conseguenza, anche quando l’edificio appare vuoto, porta con sé il peso della memoria.
Ti riconosci nell’idea di futuro perduto accennato poc’anzi?
Assolutamente, ma non è soltanto una questione legata all’Ucraina, come si potrebbe facilmente sostenere. Pensa a come la gente immaginasse il futuro a metà del Novecento, negli anni ’60, specialmente durante la Guerra Fredda, quando si sognavano viaggi nello spazio e magari di vivere sulla Luna; o guarda i vecchi film di fantascienza, con le auto volanti e tante altre innovazioni tecnologiche. Ecco, si trattava di rappresentarsi nella mente proprio l’epoca in cui viviamo oggi, ma la realtà è diversa da come la vedevano allora. C’è quindi la sensazione di un futuro perduto. E a causa di tutti gli eventi in corso nel mondo – non solo in Ucraina – sembra che quel futuro non arriverà tanto presto. È proprio questo uno degli aspetti su cui riflettiamo in “Monumental”.
Il disco è stato scritto e registrato in un’Ucraina ancora martoriata dal conflitto. In che modo queste complicate condizioni hanno influenzato la musica? È stato difficile non trasformare “Monumental” in un LP sulla guerra?
Non abbiamo mai cercato di realizzare un album di guerra con nessuno dei nostri dischi; non vogliamo romanticizzare il conflitto né trasmetterne l’idea attraverso la musica. Credo che le circostanze attuali abbiano influito non tanto sulla musica in sé, quanto piuttosto sul processo di registrazione e sulla realizzazione dei videoclip. Viviamo a Kiev, nella capitale, che è costantemente sotto attacco e, nel corso degli ultimi due anni, la Russia ha gravemente danneggiato le nostre infrastrutture. È già il secondo disco che incidiamo in condizioni davvero estreme, e questo inverno è stato particolarmente duro: ha fatto molto freddo e siamo rimasti senza riscaldamento centralizzato, a volte per settimane. Ci sono state interruzioni di corrente e, in mezzo a tutto questo, dovevamo registrare il full-length rispettando una scadenza e girare i videoclip. È un po’ come creare arte restando costantemente in una condizione di pura sopravvivenza. Tuttavia, se si guarda all’album in sé – alla musica e ai testi – questi non riflettono direttamente le condizioni in cui viviamo. Certo, per quanto riguarda l’aspetto architettonico del disco, devo dire che ho iniziato a guardare Kiev da una prospettiva diversa: ho cercato di imprimere nella memoria gli edifici così come sono, perché potrebbero essere distrutti da un momento all’altro. E poiché concepiamo gli edifici come custodi di memorie, questo ha aggiunto un ulteriore significato alle canzoni – temi come la presenza del passato o ciò che gli edifici sognano. C’è un legame con tutto questo. E poi c’è il tema della nostalgia, di solito la si prova quando il presente è cupo e amaro, ed è chiaro che questo fa parte della nostra quotidianità. Credo che sia stato proprio questo, in parte, a dare origine al concept dell’album.
Il mixaggio e il mastering sono stati affidati a un grande produttore, Jacob Hansen. La scelta è ricaduta su tale figura al fine di ottenere il miglior equilibrio possibile per un sound davvero molto articolato, che mescola melodic death, symphonic metal, elettronica, industrial e folk?
Beh, in realtà è stato il primo album che abbiamo registrato autonomamente. In precedenza, lavoravamo con un produttore che supervisionava anche il processo di registrazione, mentre qui abbiamo dovuto fare tutto da soli. E dato che Jacob Hansen è un produttore di grande calibro che lavora con band importanti, volevamo dare il massimo in fase di registrazione. Abbiamo usato molti sintetizzatori analogici, quindi abbiamo scelto i suoni già durante l’incisione, non in fase di mixaggio o mastering. Abbiamo cercato di trasmettere a Jacob l’idea e il concept alla base dell’album, spiegandogli dove volevamo che i sintetizzatori fossero più presenti, visto che rappresentano una parte fondamentale del disco. Volevamo lavorare con lui proprio perché riesce a creare un sound metal molto moderno e sa come gestire l’incontro tra metal, elettronica, cori, archi e tutto il resto; per noi era un aspetto importante. Credo abbia fatto un ottimo lavoro: mi piace molto come suona il disco.
È curioso come “Dreams Of Lands Unseen”, che tratta della corsa allo spazio e dell’ottimismo tecnologico della Guerra Fredda, replichi il titolo dello scorso lavoro. Si tratta unicamente di un caso?
Sì, credo sia stata una coincidenza. Mentre scrivevo i testi, nel ritornello è emersa la frase dreams of land unseen; ho pensato che fosse un’espressione efficace, capace di richiamare alla mente l’album precedente. Lo scorso disco parlava di zone inesplorate sulla Terra, raccontando i viaggi di Sofia Yablonska in vari paesi, isole e luoghi, mentre la canzone “Dreams Of Lands Unseen” si concentra su regioni inesplorate nella galassia, legate all’idea di andare nello spazio e conquistarlo. È un gioco di parole e credo che ai fan sia piaciuto: l’hanno visto come un ponte tra il vecchio e il nuovo lavoro, e ho apprezzato molto questa interpretazione.
Ritieni questa canzone un inno di speranza tra le rovine?
Non credo, perché in fondo questa canzone parla più di come la gente pensasse di poter conquistare lo spazio, cosa che poi non è realmente accaduta; quindi direi che rappresenta una speranza sepolta da qualche parte nel passato, dato che ormai non esiste più.

“Darkness” affronta invece la tendenza a rifugiarsi nel passato quando il presente diventa ostico. In queste circostanze, la nostalgia rappresenta una forma di evasione o può aiutarci a comprendere meglio la vita di tutti i giorni?
Sono più che convinta che la nostalgia sia un modo per sfuggire al presente, ma il punto è che — come cerchiamo di mostrare con “Darkness” — a volte, quando ci si abbandona alla nostalgia, l’umore migliora: inizi a ricordare le cose belle, i bei momenti, e ti senti sollevato. Tuttavia, in seguito si precipita ancora più in basso, perché ci si rende conto che quelle cose non esistono più e che il presente resta amaro. È un continuo saliscendi: la nostalgia ti trascina su e giù, ti scuote. Ho anche scoperto che nel XVII secolo la nostalgia era considerata una vera e propria malattia, al punto che le persone venivano ricoverate in ospedale proprio a causa di essa. Credo accadesse perché, in certe situazioni, non si riesce a uscirne: si inizia a vivere nel passato con la mente, e questo porta a deprimersi riguardo al presente. Quindi sì, può essere una bella sensazione evadere per un paio d’ore, ma se rimani intrappolato lì tutto diventa estremamente cupo.
D’altro canto, “Prefab”, in cui Andy LaPlegua dei Combichrist partecipa in veste di ospite al microfono, prende spunto dall’immagine degli appartamenti sovietici standardizzati, un’uniformità dai tratti piuttosto ambivalenti. Quale interpretazione ne avete data?
Vivendo in Ucraina, un paese post-sovietico, vediamo questi edifici prefabbricati ovunque. Ma non succede solo qui: quando sono stata a Berlino in estate, non avevo mai notato così tanti prefabbricati prima di allora, forse perché non ci facevo caso. In realtà, però, anche metà Berlino è piena di questi appartamenti, così come la Polonia e tantissimi altri paesi nel mondo. L’idea di base — dare a molte persone un tetto sopra la testa — non era affatto male, ma la realizzazione è stata pessima, mancava qualsiasi individualità, gli arredi erano tutti uguali e, in fondo, le radici di questi edifici affondano in tempi cupi, legati alla povertà, ai regimi autoritari e tutto il resto. Eppure, molte persone provano ancora nostalgia guardando queste costruzioni, magari ci hanno vissuto momenti importanti, come il primo amore o un’infanzia serena. È davvero curioso cosa la nostalgia e la memoria possano fare alla nostra mente, portandoci a ricordare solo le cose belle. Dato che questi edifici hanno un aspetto molto brutale e uniforme, abbiamo pensato di creare un brano industrial metal; mentre lavoravamo alla demo, immaginavamo già la voce di Andy, il cantante dei Combichrist. Avendolo conosciuto nel 2019, quando i Combichrist si sono esibiti qui a Kiev, ho deciso di contattarlo per chiedergli se fosse interessato a registrare la parte vocale. Ha accettato, e ne è nata una collaborazione fantastica; sono davvero soddisfatta del risultato. Per noi, è un onore enorme averlo nel disco.
Britta Görtz presta la propria voce ad “Harmony Manufactured”. Avete composto la canzone pensando a lei o è stata coinvolta in un secondo momento?
No, in realtà abbiamo completato tutti i brani senza pensare a una voce ospite specifica. Tuttavia, ci piace collaborare quando un pezzo lo richiede. Quando abbiamo ultimato “Harmony Manufactured” — un brano molto tecnico, frenetico e ricco di elementi, con molte parti vocali estreme — ho pensato subito che Britta fosse la persona ideale per collaborare con noi. È una cantante extreme metal affascinante, capace di spaziare tra stili vocali molto diversi. Inoltre, dato che sia gli Ignea che gli Hiraes fanno parte della stessa etichetta e ci siamo incontrati più volte nel backstage, ho deciso di contattarla. Credo che lei abbia davvero valorizzato il brano, rendendolo molto più variegato grazie alla sua voce. Realizzeremo anche un videoclip per questo pezzo, che uscirà poco prima dell’album; sono davvero entusiasta di questa partecipazione e spero che un giorno avremo l’occasione di eseguire insieme il brano dal vivo.
Helle, definire “Monumental” un album brutalista corrisponderebbe a verità? O la melodia che lo pervade riesce ad arrotondarne gli spigoli?
C’è un aspetto interessante che riguarda gli edifici brutalisti — di cui parliamo anche nel disco —: pur apparendo tali, a volte sono ricoperti di vegetazione, apetto che li rende davvero belli. Oppure, pur avendo un aspetto esterno estremamente crudo e massiccio, gli interni sono progettati in modo da lasciar filtrare tantissima luce. Credo che questo rifletta la struttura stessa dell’album: ci sono parti brutali ed estreme, ma la melodia è sempre presente.
Se potessi condurre un ascoltatore in un edificio, monumento o luogo capace di racchiudere l’essenza dell’intero disco, quale sceglieresti e perché?
Credo che sceglierei il Salute Hotel, qui a Kiev. È un edificio che mi piace davvero molto; è una costruzione modernista davvero unica, che sembra quasi opera di alieni o qualcosa del genere, e si trova proprio nel centro di Kiev. Ho anche un tatuaggio che lo raffigura sulla spalla e lo si può vedere nel nostro video di “Darkness”: è quel complesso di forma circolare davanti al quale canto. Penso che rappresenti perfettamente lo spirito di questo album.
Il prossimo novembre inizierà il tour a supporto di “Monumental”, che toccherà anche l’Italia, in particolare Milano. Cosa si augurano gli Ignea da questa lunga serie di concerti in Europa?
Sono davvero entusiasta di questo tour. Quest’anno abbiamo fatto un solo concerto, al 70000 Tons Of Metal, dopodiché abbiamo avuto il tempo di ultimare l’album e girare tutti i video; quindi sentiamo davvero la mancanza del palco e non vediamo l’ora di portare “Monumental” dal vivo. Sono molto contenta che, anche se a volte abbiamo una sola data per nazione, questo tour riesca a toccarne molte in Europa. Inoltre, sono davvero felice di tornare in Italia e spero che il pubblico venga numeroso ad ascoltare la nostra musica, soprattutto i pezzi nuovi; penso che la line-up sia davvero ottima, visto che suoniamo insieme a Evergrey e Stellar Circuits, e credo che il pubblico apprezzerà molto questi concerti.
Vista la situazione in Ucraina, immagino non sia stato semplice pianificare il tour …
No, non è facile per noi, soprattutto durante la guerra, perché i nostri membri maschi possono essere chiamati per il servizio militare. Quindi, ogni volta che partiamo per un tour, dobbiamo richiedere un permesso speciale affinché possano lasciare l’Ucraina; è sempre molto complicato e non sappiamo mai se otterremo o meno l’autorizzazione. Tuttavia, dall’inizio del conflitto su larga scala, abbiamo già fatto un paio di tour ed è andato tutto bene, quindi speriamo che proceda tutto per il verso giusto anche questa volta.
Hella, grazie mille per il tuo tempo. Quali parole vorresti condividere con i vostri fan italiani e i nostri lettori?
Innanzitutto, grazie mille a voi per l’attenzione nei confronti degli Ignea. Sono davvero entusiasta di tornare in Italia e mi auguro ascolterete “Monumental” una volta uscito, dall’inizio alla fine, perché è un album molto vario; spero proviate un po’ di nostalgia ascoltandolo, oltre che vedervi al nostro concerto. Statemi bene.





