I Rats tornano con “Cosa resterà di questi anni ’20”, nuovo singolo che vede la partecipazione di Nek. Il brano, nato da una spontanea collaborazione tra studio e amicizia, scatta una fotografia disillusa sul presente e fa da apripista al prossimo album della band emiliana, intitolato “Mala Tempora”. Abbiamo raggiunto la band per farci raccontare la genesi di questo pezzo, il ritorno all’attività dal vivo e il loro punto di vista sulla panorama musicale attuale.

Ciao ragazzi, benvenuti su SpazioRock! Come state?

Bene grazie, essere in uno spazio rock ci fa sentire a casa. 

Il vostro nuovo pezzo, “Cosa resterà di questi anni ’20”, è un bilancio lucido e un po’ amaro del presente in cui viviamo. Quali riflessioni o dinamiche quotidiane vi hanno spinto a scattare questa fotografia proprio adesso?

Noi abbiamo sempre scritto “instant songs” che raccontano il presente e cercano di offrire un nostro punto di vista su determinati aspetti di quello che viviamo. In questo caso, insieme ad Andrea Amati (amico e grande autore bresciano) abbiamo affrontato il peso schiacciante della tecnologia della connessione digitale che – da inizio secolo – sta mettendo a rischio quella reale, fisica ed emotiva tra le persone. Ci poniamo semplicemente il dubbio sul fatto che si tratti di esserci evoluti o, al contrario, involuti. 

Per questo brano avete scelto di collaborare con Nek. Come si sono incrociate le vostre strade e in che modo avete fuso le vostre identità musicali?

Con lui ci sono diversi punti di contatto. Un’amicizia che ci lega da lungo tempo, il fatto di essere conterranei e di condividere un aspetto innegabile del carattere degli emiliani: la genuinità. Questa collaborazione è nata, infatti, in modo totalmente spontaneo e lontanissimo da ogni logica di mercato. Semplicemente, lavorando sulla canzone in studio – che appunto non era nata per dar vita a un featuring – mi sono reso conto di quanto fosse vicina alla vocalità e all’attitudine musicale di Filippo. Quindi, ho chiesto al fonico di farmi un MP3 e mandarmelo e, come si fa tra amici, gliel’ho fatta sentire dal telefono ed è scoccata la scintilla. Gli ho chiesto: “la canteresti con me?” Un attimo dopo ci stavamo confrontando sulla suddivisione delle parti. 

Il video che accompagna la canzone gioca molto sui chiaroscuri della città. Nel panorama odierno, dominato dai social, quanto conta per voi dare una forma estetica e visiva alla vostra musica, rispetto a quando avete cominciato?

Per noi è sempre stato importantissimo. Anche perché, tutto quello che ci ha influenzato fin dall’adolescenza ha sempre avuto una forte componente estetica. Sia nell’immagine delle band, sia nelle copertine, il movimento punk/post-punk/new wave tra la fine dei ‘70 e l’inizio degli ‘80, comunicava già molto visivamente. Guardavamo i poster dei Clash, dei Sex Pistols, dei Bauhaus o dei Cure appesi nelle nostre camerette con il batticuore.  Oggi, con la rete, le tecnologie e costi relativamente abbordabili, tutto è più veloce e immediato, quindi più facile ed efficace.

Siete partiti alla fine degli anni ’70 muovendovi tra sonorità post-punk e alternative rock. Ascoltando dove siete arrivati oggi, sentite che quel fuoco e quell’urgenza dei primi tempi sono rimasti gli stessi o sono in qualche modo maturati?

Sono assolutamente immutati. Diciamo che la maturazione che abbiamo inevitabilmente avuto sia come musicisti, sia come compositori, ci dà molte più possibilità espressive. Non abbiamo mai avuto la caratteristica di fossilizzarci su un format di suono e  songwriting solo perché rodato. Quindi, credo che ci conosce e ci ha sempre seguiti sappia che sarà un album che privilegerà – come sempre – le canzoni. Abbiamo già anticipato il titolo, che sarà “Mala Tempora”. Senza svelare troppo, è comunque facile intuire che non sarà la spensieratezza a farla da padrona. Quindi, per la coerenza che abbiamo sempre cercato di avere, questi tempi bui si percepiranno anche nel suono. 

Da Luciano Ligabue ai tempi di “Indiani Padani” fino a questa traccia con Nek: la vostra storia è legata a collaborazioni nate spesso da una profonda stima reciproca. C’è qualcosa di speciale nel DNA della scena musicale emiliana che favorisce questo spirito di condivisione tra artisti?

Assolutamente sì. E non lo diciamo solo noi emiliani. È ampiamente e storicamente riconosciuto. E oltre alla stima reciproca, ci metterei anche la condivisione di momenti semplici ma molto intensi umanamente. Dai tempi dei gruppi beat degli anni ‘60 come l’Equipe 84 o i Nomadi, che frequentavano gli stessi posti – come il leggendario Bar Italia a Modena – o Guccini e Dalla che, con una chitarra e un clarinetto, facevano mattina alla leggendaria trattoria da Vito a Bologna, con grande soddisfazione degli altri clienti.

RATS +NEK ph NINO SAETTI
I Rats con Nek

Avete vissuto un lungo periodo di stop prima di ritrovarvi, eppure la chimica tra voi sembra non essersi mai spenta. Qual è il segreto per proteggere un legame così lungo, tenendolo al riparo del tempo che passa?

Penso che il motivo principale sia il forte legame che ha creato vivere insieme una passione giovanile, facendone un lavoro e uno strumento per affermarci come uomini ancor prima che come artisti. Il grande pubblico è una cosa che ci è capitata senza che la cercassimo. È arrivato dopo anni di notti insonni passate a suonare in giro per l’Europa, a volte anche davanti a una audience ostile in un locale semivuoto. Oggi questo non esiste più. Se arriva, arriva subito. Quale delle due cose sia la migliore, te lo dice quanto durano una carriera e la forza di andare avanti. 

A novembre, per presentare “Mala Tempora”, suonerete al Vox Club di Nonantola, una sorta di seconda casa per voi. Che tipo di atmosfera state preparando per questo ritorno sul palco e che valore ha per voi, oggi, la dimensione del concerto dal vivo?

Da quando ci siamo riuniti, ci abbiamo suonato abbastanza spesso. Sarà la solita grande festa, come all’inizio degli anni ‘90. Solo che, come succede da un po’, ci saranno anche i figli di chi c’era allora. Per noi, il live è e sarà sempre la dimensione ideale. Ci siamo formati in un periodo nel quale fare 100 date in un anno era la normalità. 

Oltre a questa data di presentazione, avete già in mente anche altri show per il 2026 o il 2027?

Assolutamente sì. E finalmente torneremo in alcune città dalle quali manchiamo da un po’, come Torino, Roma, Verona e Roma

Siete passati attraverso tutte le stagioni della musica: dai supporti fisici e le rassegne indipendenti fino all’era dello streaming e degli algoritmi. Come vivete questo modo così rapido e “digitale” di proporre le canzoni? 

È qualcosa a cui ci dobbiamo ancora abituare. Leggo che, attualmente, solo su Spotify escono 100.000 brani al giorno. Sicuramente, per un artista ventenne di oggi, è la normalità. Ma per chi ha iniziato quando fare e vendere musica era un vero e proprio processo artigianale, posso assicurarti che è veramente straniante. 

C’è qualcosa che vi affascina o preferite difendere il vostro vecchio modo di fare le cose?

Posso risponderti che, senza dubbio, l’enorme possibilità di arrivare alla gente che offre lo streaming è molto affascinante. Tuttavia, che a decidere quanto tu posso farlo sia un algoritmo in base a calcoli metrici, è decisamente frustrante. Machissenefrega?

Foto: Nino Saetti

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