Una dimensione nuova che mette insieme futurismo e analogico: il nuovo capitolo dei SeaFever “Surface Sound” è musica fuori dall’ombra, è la più autentica espressione delle personalità che compongono questo disco di grandi musicisti che portano con sé un’enorme eredità musicale, dai New Order a Johnny Marr.

Ciao Tom, bentornato su SpazioRock! Ci eravamo già incontrati qualche anno fa…

Sì, quando siamo venuti a Milano con gli ShadowParty, me lo ricordo!

Che piacere ritrovarti! Questa volta parliamo del nuovo album del tuo progetto SeaFever, “Surface Sound”, in uscita tra pochissimo. Come ti senti a riguardo?

Sono molto contento all’idea che questo disco venga pubblicato perché il processo di realizzazione e pubblicazione è stato abbastanza lungo, ci è voluto un po’ per trovare una discografica che lo pubblicasse. Ne abbiamo incontrate molte prima di trovarne una che avesse davvero piacere a sostenere questa pubblicazione, si tratta di una piccola etichetta di Manchester che si chiama Cosmic Glue ed è gestita da un nostro amico, Ben Robinson. Ben era venuto a sentirci un paio di volte, per poi farci un’offerta per firmare con la sua etichetta. Per noi era molto importante trovare qualcuno, un’etichetta che fosse davvero interessata alla band e alla nostra musica. Siamo molto felici di com’è andata, ci è voluto tempo ma ce l’abbiamo fatta, stiamo pubblicando questo album ed è un momento bellissimo per noi, ma siamo anche un po’ agitati, perché sta per essere tra le mani di tutti che potranno ascoltarlo.

Come prima cosa allora congratulazioni! Vorrei parlare di questo disco a partire da un livello più esterno. Qual è il “sound di superficie” di cui parlate? Mi fa pensare che ce ne sia uno più profondo. 

“Surface Sound” per me rappresenta tutti quegli anni passati a scrivere “nell’ombra”, lavorando in una sorta di bolla con la band. Questa è la mia interpretazione di questo disco, è come fare un respiro profondo e poi far uscire questo album. È Iwan ad occuparsi della scrittura dei testi, e anche Beth, sono loro i “cantastorie” della band. Io mi occupo più della parte strumentale e della musica in generale. Iwan ha scelto il nome per questo disco, e anche per il precedente, “Folding Lines”.

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Hai citato “Foding Lines”, il vostro primo album che è uscito nel 2021, in piena pandemia. Questi due album sono nati in contesti completamente diversi. Com’è stato ritrovarvi a scrivere musica anni dopo?

La prima volta che ci siamo trovati da Iwan con delle demo a cui avevo lavorato era il 2019. Direi che è stato quello il momento in cui sono nati davvero i SeaFever. L’arrivo della pandemia ha reso tutto più difficile perché non era possibile lavorare insieme nella stessa stanza, dovevamo lavorare online, via mail e trasferendoci file, che credo sia un po’ il modo in cui funziona l’industria musicale oggi. Non è stato il modo migliore di mettere su una band, non potendo stare insieme e quindi non potendo conoscerci meglio. Nonostante questo siamo riusciti a scrivere un po’ di canzoni, ma il problema è stato dopo, perché non potevamo fare concerti. È stato molto frustrante perché volevamo che il mondo ascoltasse la nostra musica, suonare dal vivo e far sentire i nostri pezzi, ma non era possibile in quel momento. Per me come musicista il periodo della pandemia è stato terribile. Anche con i New Order non siamo riusciti a lavorare per tre anni. L’aspetto positivo è stato avere tanto tempo per scrivere, siamo stati molto prolifici, abbiamo scritto molto materiale che poi siamo riusciti a pubblicare, siamo riusciti anche a fare qualche live, che è andato sempre meglio. La band è su un’ottima traiettoria ora, ed è proprio una bella sensazione dopo aver attraversato momenti così difficili.

Quindi è stato il suonare live a fare la differenza per il progetto?

Sì, assolutamente. E penso anche che sia stato un bene per noi ascoltare le canzoni suonate dal vivo. Registrare brani e suonarli dal vivo hanno dietro due processi molto diversi. Quando suoni le canzoni dal vivo con la tua band e con un pubblico davanti è come se prendessero vita, e puoi vedere la reazione delle persone che ti stanno ascoltando. Si crea una connessione tra te, la musica che stai suonando e il pubblico. Il live è una parte essenziale per una band, è vitale ed è molto importante per noi.

Tornando al disco, mi ha dato la sensazione, dal punto di vista sonoro, di essere un ponte tra passato e futuro, creando una dimensione propria in un misto di futurismo e vintage. Avete fatto uso di equipment analogico? Che scelte avete fatto in questo senso?

Questa è una bella domanda. Sì, abbiamo fatto uso di equipment analogico. Ho una grande collezione di synth analogici nel mio studio, dai Roland ai Moogs, senza andare troppo nel dettaglio, uso molti suoni vintage che amo molto, principalmente perché sono quelli che hanno caratterizzato la mia adolescenza, sono i suoni con cui sono cresciuto, che sentivo in radio. Ne ho comprati alcuni visto che ora li uso per lavorare. Quindi c’è sicuramente questo elemento nel sound di questo disco, ma cerco sempre di sperimentare con nuovi suoni e plug in. Penso sia bello avere un sound che “strizza l’occhio” non voglio dire alla nostalgia, perché non lo è, ma ai suoni dell’era in cui sono cresciuto, ma credo che sia importante anche continuare a progredire a livello sonoro dando un tocco moderno, e credo che i SeaFever abbiamo raggiunto questo obiettivo a livello di sound. Un’altra cosa molto importante è stata incontrare Pete Gladel. Io e Phil abbiamo incontrato Pete mentre eravamo in tour, lo Unity Tour con i New Order. Abbiamo parlato con lui di questo album e del fatto che stessimo scrivendo. Gli abbiamo mandato una canzone da produrre e mixare ed è stato fenomenale. Il risultato era esattamente la direzione in cui volevamo andare con questo disco, molto più danzereccio, più ruvido, è un disco che suona veramente bene, ed è un bel passo avanti per noi dal punto di vista sonoro e della produzione. Anche la scrittura è stata diversa, perché con “Folding Lines” stavamo cercando di trovare la nostra cifra a livello di scrittura, era anche la prima volta che lavoravamo insieme, ci stavamo conoscendo. Con “Surface Sound” sapevamo tutti già che ruolo avessimo nella band nel processo di scrittura della musica, come contribuire con le rispettive idee e musica, credo sia per questo che è un album molto più forte. Di solito si parla delle difficoltà di scrivere il secondo album, mentre per noi è stato un bel secondo album da scrivere!

Manchester è una città fondamentale nel tuo percorso artistico. I SeaFever si sono formati nei suoi dintorni, così come i New Order. Com’è cambiata la scena negli anni e come ha influenzato i tuoi progetti musicali? 

Credo che Manchester sia una di quelle grandi città del mondo che produce grandi band e grandi artisti. Sembra sempre che ci sia musica da attenzionare che arriva da Manchester. Se guardo a quando ho iniziato a suonare e frequentare la scena musicale di Manchester c’erano gli Smiths, poi i New Order, band come i Dove e gli Elbow, poi è progredita fino agli Oasis… la lista è infinita! La mia sensazione è che Manchester sia una città che produce costantemente musica e cultura. C’è una grande fame di musica live, ci sono molte band che fanno concerti. Ci sono sempre band che arrivano da Manchester, in modo continuativo. Altri che mi vengono in mente sono gli Everything Everything. È una città fantastica di cui essere parte. Io non sono nato a Manchester, mi ci sono trasferito nel 1993, ma mi piace pensarmi con un Mancunian di adozione. Sono qui da tanti anni ormai, amo questa città e amo le persone che ci vivono.

Suoni in una band grandiosa e che porta con sé un retaggio importantissimo, i New Order, ma oltre a questo mi sembra che che ti piaccia imbarcarti su nuovi progetti, come furono gli ShadowParty e come sono ora i SeaFever. Come concili il tutto?

Come musicista e autore, mi piace lavorare sodo, mi piace andare in tour. Magari vado in tour con i New Order e quando torno a casa, magari ho del tempo libero in più, magari vado in studio e mi metto a scrivere. Mi piace scrivere musica, mi piace essere produttivo in questo senso. Mi sento di essere in una posizione molto privilegiata riuscendo a vivere della mia arte. Quindi sento la necessità di capitalizzare quel lavoro. Scrivo sempre, sto sempre in studio, presento costantemente nuove idee ai SeaFever, sono io quello che si presenta con una demo in mano alla band. Ci vuole molta organizzazione perché Iwan è impegnato con Johnny Marr, e anche gli altri membri hanno altri impegni. Ma riusciamo a lavorare perché quello che facciamo ci appassiona molto e vogliamo che il mondo ascolti la nostra musica, per questo lavoriamo così duramente. Riusciamo a farlo perché abbiamo questa forma mentis e abbiamo un obiettivo ben chiaro.

Com’è andato il tour con i New Order? State lavorando su qualcosa di nuovo?

Abbiamo fatto due date in Giappone, a Osaka e Tokyo. Dovevamo suonarci appena prima della pandemia, ma abbiamo dovuto cancellare tutto. I concerti in Giappone sono andati benissimo, poi siamo stati in Australia, e il pubblico era incredibile. Abbiamo suonato per due sere a Sydney di fronte all’Opera House e guardandomi intorno ho avuto un momento, salendo sul palco, in cui ho pensato “Ok, non ci può essere niente più bello di questo”, e abbiamo anche altre date in programma negli Stati Uniti.

Per quanto riguarda materiale nuovo con i New Order al momento non abbiamo in piano di scrivere qualcosa di nuovo, ma mai dire mai. Anche i New Order sono una band che non fa troppi piani. Le cose succedono e basta, quindi vediamo come va… chissà!

Tom, grazie mille per questa chiacchierata. Lasceresti un messaggio ai nostri lettori?

Spero che “Surface Sound” vi piaccia, sono molto orgoglioso di questo album, è un album pieno di speranza e malinconia, speriamo davvero che lo ascoltiate e che vi piaccia.

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