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L’angolo oscuro #33

Vecchie volpi e band emergenti ci fanno compagnia in quest’autunno inoltrato.

Cradle Of Filth – Existence is Futile (Nuclear Blast Records)

Oggetto tanto di denigrazione quanto di elogi, i Cradle Of Filth continuano il loro lungo viaggio nella scena metal estrema. Va detto per onestà che il gruppo, protagonista durante gli anni di molti alti e bassi, spesso accompagnati da significativi cambi di formazione, ha saputo perpetuarsi nel tempo con una certa onorevole costanza. “Existence Is Futile” prosegue sullo slancio positivo di “Hammer Of The Witches” (2015) e “Cryptoriana – The Seductiveness Of Decay” (2017) anche in virtù di una line-up ormai stabile dal 2012, a eccezione della nuova tastierista e ugola addizionale Anabelle Iratni, la cui timbrica ricorda quella di Sarah Jezebel DevaI, figura di spicco del periodo aureo della band. Lirismo orchestrale magniloquente e sfrenate effusioni vocali costituiscono l’ossatura delle composizioni di un album che, tra arrangiamenti moderni, affilate bordate black metal e una compattezza del songwriting vicina alle opere migliori della formazione britannica (non casuali i molti riferimenti a “Midian”), brilla soprattutto per il contenuto delle liriche. Nonostante l’artwork, opera di Artūrs Bērziņš, parodi, in chiave infernale, parte de “Il Giardino Delle Delizie” del pittore fiammingo Hieronymus Bosch, i testi non ricalcano la bizzarria diabolica della cover, facendosi carico, invece, di una visione della vita piena di amarezza e di distacco dal mondo. Il canto di Dani tiene ancora botta, ma la sua vera forza risiede in una penna capace di andare al di là dei consueti stilemi gotici e decadenti per abbracciare tematiche forse più adulte e attuali; e se la musica non può comunque esimersi dall’evocare, a tratti, i classici succubi vittoriani, il risultato finale appare davvero notevole. E, scusate se è poco, con la gradita partecipazione di Doug “Pinhead” Bradley.

Tracce consigliate: “Existential Terror”, “The Dying Of The Embers”, “Suffer Our Dominion”, “Us, Dark, Invincible”

Knife – Knife (Dying Victims Products)

Dichiarare con orgoglio le proprie intenzioni molto prima che si prema il tasto play è uno dei compiti principali delle cover degli LP e quella del debutto omonimo dei Knife non si presta a malintesi di sorta. La figura nera e incappucciata provvista del classico cinturone di proiettili, il branco di lupi alle sue spalle, il cielo rosso sangue pieno di fulmini, il terreno roccioso che erutta magma e fuoco infernale, lasciano, infatti, più di un indizio riguardo la musica veicolata dal giovane e agguerrito quartetto tedesco. Trattasi di blackened speed metal sulla scia di Blackevil, Bewitcher, Bütcher e Hellripper, sfacciato, robusto, senza fronzoli, alimentato da riff presi di peso da Motörhead e Venom, da un pizzico di Bathory e primi Kreator, e con una caterva di cori e ritornelli stornellati in modo simpaticamente sguaiato. Sorprendente come una caramella farcita di lamette da barba, grottesco come i cadaveri che affiorano a galla dopo giorni e giorni trascorsi in acqua, breve e brutale come la vita immaginata da Thomas Hobbes: non inventano certo la ruota, ma questi teutonici sanno impugnare la mazza chiodata e fendere colpi a destra e a manca con un’efficacia disarmante.

Tracce consigliate: “Inside The Electric Church”, “I Am The Priest”, “Demon Wind”

Massacre – Resurgence (Nuclear Blast Records)

Gli ultimi anni non sono stati certamente facili per i Massacre. Vinta la battaglia legale contro il batterista originario Bill Andrews per i diritti sul nome della band, il cantante e fondatore Kam Lee, non presente per i motivi di cui sopra nello scorso “Back From Beyond”, ha deciso di dare nuovo vigore al moniker floridiano, reclutando una squadra di musicisti di vaglia. Alla rentrée di Mike Borders, bassista con il quale il gruppo registrò le prime due demo della carriera, si aggiungono, ora, due noti e richiestissimi chitarristi svedesi, Rogga Johansson (Megascavenger, Paganizer, Rib Spreader) e Jonny Pettersson (Wombbath, Heads For The Dead), l’axeman inglese Scott Fairfax (Memoriam, As The World Dies) e il drummer norvegese Brynjar Helgetun (Crypticus), mentre in cabina di regia siede nientemeno che Dan Swanö. Una formazione a maggioranza scandinava, capace di irrobustire e rinfrescare il death metal old school di matrice statunitense presente in “Resurgence”: aggressivo, ruvido, scattante e orecchiabile, impreziosito da riff thrashy e assoli al fulmicotone, il disco rappresenta il vero ritorno di un’entità storica a grandi livelli dopo l’esordio cult – lovecraftiano sino al midollo – “From Beyond”. E la messe di ospiti illustri non fa che rendere ancora più saporito un come back da applausi convinti.

Tracce consigliate: “Eldritch Prophecy”, “Book Of The Dead”, “Spawn Of The Succubus”

Thulcandra – A Dying Wish (Napalm Records)

Quando ha bisogno di una pausa dai suoi Obscura, Stephan Kummerer dedica anima e corpo al progetto Thulcandra. Sebbene il combo provenga dalla Germania e tragga il proprio nome da una demo dei Darkthrone, il sound diffuso dal nuovo lavoro “A Dying Wish” è di chiara, chiarissima marca svedese. Dopotutto, i primi due album vennero completamente modellati, colori delle cover comprese, sull’eredità musicale dei Dissection e, benché il terzo lavoro “Ascension Lost” fosse leggermente aperto a contaminazioni altre, pure lì si percepiva lo spirito protettore di Jon Nödtveidt. I bavaresi tornano a calpestare indefessi le tracce ghiacciate di “The Somberlain” e “Storm Of The Light’s Bane” senza pretendere di imitarne la mistica, bensì puntando sulla sobrietà e l’eleganza oscura delle melodie, con barlumi di At The Gates, Entombed e Watain che spuntano nei passaggi maggiormente duri e sincopati e l’abituale produzione di qualità del prezzemolino Dan Swanö a supportare il tutto. I tedeschi non sembrano assolutamente interessati all’indipendenza o all’originalità, anzi, preferiscono consacrarsi a uno specifica declinazione del metallo nero nel modo più autentico possibile, obiettivo centrato in maniera eccellente anche a questo giro. Ferocia, gelo e poesia per gentile concessione di epigoni di lusso.

Tracce consigliate: “Funeral Pyre”, “In Vain”, “A Shining Abyss”

Worm – Foreverglade (20 Buck Spin Records)

Firmato dall’illustratore americano Brad Moore, al quale si devono, tra i tanti, l’artwork di “Manor Of Infinite Forms” dei Tomb Mold e, più recentemente, quello per il primo EP dai californiani Putrid Tomb, la cover di “Foreverglade”, terza fatica dei Worm, strega e incanta. L’occhio attento ai piccoli dettagli si tufferà, con timore e ed eccitazione, in questo universo infernale, cercando di trovare un senso nell’assurdo intreccio di creature deformi, scalinate infinite e architetture improbabili. Un lavoro particolarmente accattivante – sublimato dall’intricato logo della band di Yuri Kahan – che giustificherebbe quasi da solo l’acquisto del disco nella sua versione in vinile, disponibile per il mese di febbraio. Una release che, dopo un cambio di rotta iniziato in seguito all’uscita di un “Evocation Of The Black Marsh” (2017) ancora radicato nel black metal di scuola Beherit, vede gli statunitensi cavalcare il mood funebre inaugurato con il secondo album “Gloomlord” (2019). Serviti da una produzione assolutamente deliziosa, in grado di trasportare l’ascoltatore alla metà degli anni ’90, nel bel mezzo dell’età d’oro del death-doom grazie a un mirabile mix di pesantezza, abrasività e atmosfera, il duo esplora territori spettrali ed emaciati, mostrando una maturità compositiva davvero ragguardevole. Perché se già lo scorso platter era particolarmente ben assemblato, bastano pochi ascolti per capire che i floridiani hanno alzato il livello, sia in merito alla scrittura che alla tecnica. Le influenze di diSEMBOWELMENT, Evoken e Thergothon restano comunque palpabili e rafforzate da riff di matrice Morbid Angel, per un sound complessivo sinistro e profondamente personale.

Tracce consigliate: “Cloaked In Nightwinds”, “Empire Of The Necromancers”, “Centuries Of Ooze”

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