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L’angolo oscuro #38

 

Freddo e neve di gennaio non arrestano il cammino delle orde oscure.

Aegrus – Carnal Temples (Osmose Productions)

I finlandesi Aegrus, un po’ come i conterranei Malum, rappresentano gli eredi diretti di Azaghal, Behexen, Horna, Sargeist, Satanic Warmaster, band che hanno fatto – e continuano a fare – la storia del black metal della Terra dei mille laghi. Il quartetto torna con un EP di ventisei minuti scarsi, “Carnal Temples”, che evita esperimenti e operazioni similari per offrire agli appassionati un prodotto luciferino, oscuro e tempestoso, arrangiato meticolosamente e parco di cadute di tono. Non si notano evoluzioni rispetto allo scorso LP “In Manus Satanas” (2019), tuttavia guai a parlare di stagnazione, se non a livello molto alto, con le transizioni dal furioso al melodico che suonano familiari, eppure fluide, e un’atmosfera anni ’90 rievocata da Lux Tenebris e soci senza scimmiottarne lo spirito autentico. Qualche accenno di melodic death e testi basati sull’adorazione del Diavolo, la morte e l’occulto completano un mini che speriamo sia solo un assaggio di un prossimo lavoro sulla lunga distanza. Malignità e blasfemia a rotta di collo.

Tracce consigliate: “The Carnal Temples”, “Flesh And Blood”

Descent – Order Of Chaos (Brilliant Emperor Records)

Nati a sette anni fa a Brisbane, nel Queensland, i Descent pubblicarono immediatamente una demo, eppure l’esordio sulla lunga distanza, “Towers Of Grandiosity”, risale soltanto al 2018, quando la statunitense Redifinig Darkness Records diede loro la possibilità di mostrare un potenziale di prim’ordine. L’uscita, ora, del secondo lavoro in studio, “Order Of Chaos”, sembra quasi prefigurare nel titolo ossimorico l’ibrido DNA che contraddistingue il combo australiano: un album nel quale il blackened death di classica matrice locale collide con un approccio e un’estetica grind/hardcore, la cui presenza appare palpabile soprattutto nella produzione, ispida e vibrante. Un modo diverso e obliquo di scrivere musica estrema, con la lente creativa posta in un angolo per certi versi insolito; le chitarre, la batteria, la voce rombano acuminati e rudimentali, ma al tempo stesso si dilatano attraverso un tappeto strutturale che non rinuncia alla pesantezza tipica del metallo della morte versione fumé. Con Kurt Ballou e Brad Boatright in cabina di regia difficile sbagliare, per una mezz’ora di sadismo tagliente e salace che resta in modalità d’attacco sempre, dall’inizio alla fine del lotto. Mattanza pura.

Tracce consigliate: “Tempest”, “Resolve”, “Filth”

Necrophagous – In Chaos Ascend (Transcending Obscurity Records)

Formati da ex membri di band di lungo corso come Entrails e Visceral Bleeding, i Necrophagous debuttano sull’indiana Transcending Obscurity Records senza bisogno della consueta trafila di demo, split ed EP. “In Chaos Ascend” mostra il trio svedese alle prese con un death vecchia scuola vagamente rivisitato in chiave moderna, con gli spettri di Deicide, Hate Eternal, Incantation, Morbid Angel e Suffocation che spuntano qui e là nelle varie canzoni. Un tour musicale attraverso gli anni ’90 e i primi Duemila tanto brutale quanto orecchiabile, ligio a determinate tappe paradigmatiche, ma abbastanza aperto a incursioni personali e, vista l’impronta generale del lavoro, per alcuni versi imprevedibili. In un’atmosfera da incubo di appetitosa matrice lovecraftiana, si insinuano lacerti doom, nebulose acrobazie prog/tech e rapidi passaggi groove metal a condire uno spartito già caldo e vibrante, capace di spezzare le reni con la pulizia chirurgica di un sicario professionista e la violenza di un branco di lupi accecato dalla fame. La voce del chitarrista Tommy Carlsson che sembra emergere dalle paludi stigie di “Covenant” e “Domination”, e i suoi riff azagathotiani, modellano un album il cui obiettivo è suonare efficace e il meno scandinavo possibile. Missione compiuta, tra la Florida e New York.

Tracce consigliate: “At Dawn Thee Immolate”, “Wolf Mother”, “Wreaker Of Pain”

Nihility – Beyond Human Concepts (Vicious Instinct Records)

I Nihility entrano nel loro primo decennio di esistenza con un secondo album, “Beyond Human Concepts”, che arriva dopo il discreto debutto del 2017 “Thus Spoke The Antichrist”. Malgrado abbiano dovuto attendere ben sette anni dalla formazione per l’esordio, i lusitani sapevano sin da subito dove andare a parare musicalmente: blackened death metal vecchia scuola, ricco di influenze statunitensi e soprattutto europee, in particolare di area polacca. Rispetto allo scorso lavoro, questo nuovo full-length dimostra compattezza e idee chiare, appoggiandosi, con enfasi e intensità, su mid-tempo latori di groove e melodie sinistre, inframmezzati da sezioni più veloci e privi di momenti riempitivo in cui spesso e volentieri cade il genere prescelto. Certo, nonostante qualche saltuaria variazione proggy, passaggi crust e un buon talento per la costruzione di atmosfere introspettive, raramente si esce fuori dagli schemi canonizzati da Belphegor, Behemoth e Vader, ma la competenza tecnica del quartetto e la possente produzione a opera di Pedro Mendes negli Unisound Studios di Braga rendono il disco un sapido bocconcino, figlio di un sottobosco estremo portoghese sempre molto attivo.

Tracce consigliate: “Destroy The Shackles Of Prejudice”, “Human Stupidity”, “The Religious Dogma”

Nocturnal Graves – An Outlaw’s Stand (Season Of Mist)

Forgiato nelle fucine australiane agli inizi del XXI secolo e contenente membri passati e attuali di Denouncement Pyre, Deströyer 666 e Razor Of Occam, i Nocturnal Graves rappresentano un trademark di natura grezza e selvatica nel mondo del blackened thrash/death metal old school a sfondo satanico. Il gruppo di Melbourne si è in qualche modo evoluto dai tempi del debutto “Satan’s Cross” (2007), ma la loro miscela stilistica, di fatto, non ha subito grossi scossoni; ciò appare chiaro anche nel nuovo album “An Outlaw’s Stand”, otto brani di grande ferocia, privi di orpelli e svolazzi fantasiosi, se vogliamo ancora più centrati al confronto di quelli che formavano la scaletta dello scorso “Titan” (2018). Una produzione sporca e compressa il giusto, riff asfissianti memori dei Morbid Angel di “Altars Of Madness”, una velocità che viene a tratti ridotta per apportare dei pizzichi di variazione, un’atmosfera in generale ricca di zolfo e putridume a cui lo scream malsano del nuovo singer Prain contribuisce da par suo: insomma, un ottimo disco, realizzato da musicisti espertissimi del settore, capaci di mantenere il controllo nei frangenti a rischio confusione e di innestare le marce alte a proprio piacimento. L’underground sanguigno della terra dei canguri risponde presente per l’ennesima volta.

Tracce consigliate: “Death To Pigs”, “Across The Acheron”, “No Mercy For Weakness”

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