graal never die
RECENSIONI

Graal – Legends Never Die

Siete nostalgici dei primordiali (musicalmente parlando) e psichedelici anni ’70? Siete fan di gruppi seminali come Uriah Heep, Led Zeppelin e soci? Bene, allora il nome Graal, se per voi non è nuovo, fa al caso vostro. Il quintetto romano giunge alla terza pubblicazione e con questo “Legends Never Die” si propone di prenderci affabilmente per mano e condurci in un viaggio mistico, magico e sensoriale indietro nel tempo.

La formazione composta da Andrea Ciccomartino alla voce e chitarra ritmica, Danilo Petrelli alle tastiere, Francesco Zagarese alla chitarra solista, Michele Raspanti al basso e Alex Giuliani alla batteria, rende omaggio in maniera impeccabile ai maestri del genere, personalizzando pesantemente (e ci mancherebbe) i dodici brani del disco e sfondando senza difficoltà alcuna la barriera sensoriale insita in ognuno di noi. Il viaggio che i nostri ciceroni romani si apprestano a mostrarci è ricco e vario, “Gods of War” e “Maybe Tomorrow, Maybe One Day” ci indirizzano subito sulla giusta strada: chitarre di chiara derivazione progressive, inserti di hammond brillanti mai spinti all’eccesso (in passato l’uso che ne veniva fatto era forse un po’ troppo eccessivo), melodie frizzanti che danzano in un tripudio di colori e sentori.

Più volte non ho faticato a immaginarmi le tracce di “Legends Never Die” come perfetto sottofondo in qualche intimo club o birreria ricercata di turno (anzi, penso proprio che li proporrò come tracklist). Come se non bastasse, i "custodi di un segreto ormai perso", spaziano fino a giungere a sonorità d’ispirazione folk; il flauto rende brani come “Across This Land” più pieni, completi e facilmente assimilabili. Una combinazione letale, oserei dire. Musicalmente parlando i ragazzotti non si discutono: tecnici, emozionanti e carichi di una passione fuori dal comune, credono fermamente nel loro lavoro e lo dimostrano ampiamente battuta dopo battuta (ascoltare “The Sky Over Dublin (To Miriam)” per credere); linee vocali sopra la media fungono da perfetto collante e amalgamante, irrobustendo e corroborando quanto di buono già messo in mostra (“Ocean Tides” malinconica e splendida nello stesso tempo rende bene l’idea).

Un album dalle molte luci e dalle pochissime ombre che saprà far breccia nei cuori di coloro che gli anni ’70 li hanno vissuti e li rimpiangono, di emozionare e colpire anche chi non mastica quotidianamente prog rock (come me del resto) e di folgorare gli indigesti al genere. Insomma, un disco che non dovrebbe mancare nella vostra pila di album. Fatevi portare da Pegaso, il bianco cavallo alato che troneggia in copertina, verso lidi cui non eravate mai giunti prima, alla scoperta di nuovi e felici orizzonti.

Tracklist

01. Il Ballo Di Caterina
02. Gods Of War
03. Maybe Tmorrow, Maybe One Day
04. Keep on Movin'
05. Across This Land
06. The Sky Over Dublin (To Miriam)
07. I'll Find A Way
08. Time To Die
09. Ocean's Tides
10. Stay
11. Winter Song