CONCERTILIVE REPORT

Mayhem – Northern Ritual European Tour MMXXII

Risaliva all’ottobre 2017, all’interno del Purgatorium Europae Tour, l’ultima tappa romana dei Mayhem. Da allora, a dispetto dei tanti – e non sempre piacevoli – episodi accaduti, compresa un’emergenza sanitaria responsabile del totale azzeramento dei live, la line-up dei norvegesi è sopravvissuta intatta, cosa da sottolineare con la matita blu in un’avventura tormentata sin dalle origini. A differenza di un lustro orsono, quando presentarono l’intero “De Mysteriis Dom Sathanas” (1994), a questo giro i norvegesi, per il Northern Ritual European Tour MMXXII, propongono una selezione decisamente più varia, che va a toccare i diversi momenti del loro cursus honorum, con un accento speciale riservato al recente LP “Daemon” (2019), promosso dal vivo soltanto a spizzichi e bocconi. Spetta nuovamente all’Orion Live Club di Ciampino accogliere gli headliner scandinavi, assieme agli italiani Gravestone, giunti finalmente nel 2021 al debutto sulla lunga distanza dopo un percorso costellato esclusivamente di EP, e Håvard Ellefsen, meglio conosciuto con il monicker Mortiis. Un bill, dunque, tedoforo di stili e approcci multiformi, accomunati dalla brama di stendere un drappo di nera oscurità sulla mite notte laziale. Impresa riuscita? Al report l’ardua sentenza.

Gli appassionati accorrono abbondanti già dalle 19.30: colpisce al solito positivamente la natura intergenerazionale di tale tipologia di convegni, in cui la mescolanza di giovani leve e alfieri della vecchia guardia raggiunge spesso un’osmosi fraterna dal sapore quasi ungarettiano, difficilmente riscontrabile in altri ambienti. Niente pienone, comunque, a conferma di quella che sembra un po’ la regola dei rendez-vous extreme post-pandemia, nei quali l’affluenza fatica a sfiorare le quote di un tempo, al netto di eccezioni che si contano sulle dita di una mano. A ogni modo, i mastri birrai all’interno e all’esterno del locale iniziano immediatamente a mescere ettolitri di luppolo, mentre la traspirazione epidermica degli astanti convenuti in sede, nonostante il buon livello di areazione generale della stessa, imbocca tosto un pericoloso processo di diffusione olfattiva. Intanto, cirri rossastri e gonfi di pioggia minacciano tempesta per il termine dell’evento, ma fortunatamente gli ombrelli, malgrado qualche timida lacrima sciroccosa, resteranno sigillati negli zaini.

Alle 20.15 salgono sul palco i Gravestone, sestetto nostrano formatosi nel lontano 1992 che, in realtà, conta un decennio effettivo di attività, vista la pausa occorsa fra il 1995 e il 2013. I capitolini, che oltre ai membri di una vita Marco Borrani e Massimiliano Buffolino, rispettivamente chitarra e tastiere, possono annoverare al basso l’ex Rosae Crucis Massimiliano Maax Salvatori, regalano al pubblico una scaletta totalmente estrapolata dal mini del 2017 “Proud To Be Dead”. Una scelta se vogliamo sorprendente, considerata l’assoluta mancanza di brani provenienti dall’esordio “Ars Arcana”, interessante concept album dall’allure fantasy/storico, basato sul volume omonimo della scrittrice modenese Cecilia Randall. La complessità e la lunghezza del disco, due caratteristiche poco consone alla fisionomia intrinseca dello show, ha presumibilmente orientato il combo a esporre in vetrina un lavoro noto e conciso, dove il death, arricchito da intarsi progressive e atmosfere debitrici delle colonne sonore horror di Goblin e Fabio Frizzi, funge da vibrante spina dorsale, per trenta minuti di pura energia e coinvolgimento. Incorniciati in una mise en place molto essenziale, il gruppo palesa esperienza e capacità tecniche sopra la media, dispensando con precisione e senso dell’equilibrio melodie e accelerazioni ferali, laddove la versatile singer Simona Guerrini, impressionante in modalità growling, si impadronisce alla grande di canzoni pensate all’epoca per il vecchio frontman Alessandro Iacobellis. La platea, accatastatosi a frotte nei pressi del tavolato, apprezza non poco l’esibizione, tributando il giusto plauso a un’entità autoctona che meriterebbe maggiore attenzione e riconoscimenti. Chapeau!

Alle 21.30 Mortiis si accomoda entro una scena composta da un poker di pannelli che mirano a ricreare il clima cupo e meraviglioso delle foreste tolkienane. Il troll di Notodden offre all’uditorio la versione integrale di “Spirit Of Rebellion”, rilasciato nel 2020 e rifacimento dello splendido “Ånden Som Gjorde Opprør” (1995), platter che, con il coevo “Fjeltronnen” dei Wongraven, rappresenta l’archetipo del dungeon synth. Il set riesce a catturare una torma attenta e partecipe, disposta a lasciarsi trasportare attraverso i labirinti di un medioevo letterario e spettrale, popolato da orchi, battaglie e sortilegi. Epiche e magniloquenti, “A Dark Horizon” e “Visions Of An Ancient Future”, divise in tredici movimenti, conservano l’aura black dell’autografo, benché l’aggiunta alle keys di poderosi ritmi percussivi, elargiti da uno Tim Van Horn in veste di veemente fauno cornuto, donano alle suite un’espressività indiscutibilmente cinematografica e tribale. Un interludio atipico, che opera da sano battistrada per l’attrazione cardinale della serata.

Alle 22.30 le luci si spengono e uno per uno si palesano, avvolti da una densa cortina fumogena, i componenti dei Mayhem, scortati dalle abitudinarie invettive anticristiane della moltitudine idolatra: Ghul e Teloch alle asce, Necrobutcher alle quattro corde e Attila Csihar incapsulato in uno dei suoi proverbiali sai satanici. Alle spalle dell’enorme drumkit ingabbiato da una cinta di croci rovesciate siede, invece di Hellhammer, Spectre, batterista dei Gaahls Wyrd, che non farà assolutamente rimpiangere un’assenza così rumorosa. Il concerto, frazionato in tre atti, testimonia le tante fasi della carriera dei custodi del trve kult. Nel primo, i nordici si concentrano principalmente sull’ottimo “Daemon”, partendo da una versione muscolosa di “Falsified And Hated” per arrivare a bomba con “Voices Ab Alta”. Nel mezzo, le gradite sorprese che non t’aspetti, cioè “Symbols To Bloodswords” e “To Daimonion”, piste appartenenti a “Wolf’s Lair Abyss” (1997) e “Grand Declaration Of War” (2000), controverse prove dal taglio avantgarde a dire il vero incanutite benissimo. La performance, potente e apocalittica, appare purtroppo penalizzata dall’eccessivo volume degli strumenti, che tende a seppellire specialmente le sfumature timbriche del singer ungherese, privandoci del completo godimento di un’interpretazione al medesimo istante teatrale e disumana.

La seconda fetta del numero vede una parziale ripresa dell’indimenticabile “De Mysteriis Dom Sathanas”, sezione inaugurata dalla messa in onda della celebre frase di Dead “When it’s cold. And when it’s dark. The freezing moon can obsess you”. “Freezing Moon” apre le danze e la reazione della folla, assolutamente da brividi, diventa di inarrestabile tripudio in concomitanza con il gelido e malinconico arpeggio centrale; la foga non si arresta neanche in seguito, suggendo vigore da “Pagan Fears”, “Life Eternal” e “Buried By Time And Dust”, pezzo che marchia la fine della sessione con breve break annesso. L’illuminazione vermiglia e il gigantesco logo della band che campeggia in lontananza prospettica preannunciano la marcia di “Silvester Anfang”, intro del primitivo extended play “Deathcrush” (1987). I cinque musicisti, rimossi gli abiti cerimoniali, si presentano agghindati in pieno punk style, inanellando senza soluzione di continuità “Deathcrush”, “Carnage”, “Chainsaw Gutsfuck” e “Pure Fucking Armageddon”, rese in maniera così caotica e selvaggia da scatenare un mosh da ricovero psichiatrico, furore coronato da fiamme artificiali che zampillano ai lati della barcaccia. Con “Nuns Have No Fun” dei Mercyful Fate in sottofondo, il gruppo si accommiata gentilmente, tranne Attila che, non pago di un’ora e un quarto di movenze da invasato, dà un tono significativo alla mezzanotte appena scoccata distribuendo pezzetti di carta imperlati del proprio face painting sudaticcio a una calca adorante e commossa.

Una chiusura coi fiocchi, dunque, conforme allo spirito malefico e irriverente del Northern Ritual European Tour MMXXII: ancora una volta, Roma capta est.

Setlist Gravestone

Corpse Embodiment
Flagellation
Eyes Without Sight
Proud To Be Dead
Matres

Setlist Mortiis

A Dark Horizon
Visions Of An Ancient Future

Setlist Mayhem

Falsified And Hated
To Daimonion
Malum
Bad Blood
My Death
Symbols Of Bloodswords
Freezing Moon
Pagan Fears
Life Eternal
Buried By Time and Dust
Deathcrush
Chainsaw Gutsfuck
Carnage
Pure Fucking Armageddon

Comments are closed.

More in:CONCERTI

0 %