«I say the right thing but act the wrong way / I like it right here, but I cannot stay
I’m watching TV, forget what I’m told / Well, I am too young and they are too old»
Forse non più, caro Julian. La giovinezza pare essersi sgretolata senza che nemmeno ce ne accorgessimo, ed è forse questa la cosa più difficile da spiegare, oggi. E c’è chi dice che col passare del tempo il pessimismo abbia ingravidato sempre di più il mio cervello – mangiare pane, Cioran e Morselli non è una dieta sana ed equilibrata, lo ammetto – ma mi viene sempre da controbattere che il mio non è nient’altro che lucido realismo: trent’anni che pesano come se fossero sessantaquattro, l’attesissimo concerto degli Strokes in arrivo con Nick Valensi che si fa da parte e un “Reality Awaits” tutt’altro che memorabile, almeno su disco. Quale miglior aperitivo per la catastrofe preannunciata dalle mie impervie sinapsi?
Eppure c’è un sole mascherato da qualche venatura grigiastra su Bologna, l’aria frizzantina taglia e smorza quel che sarebbe stato un caldo piuttosto inconsueto per la metà di ottobre. Il ritorno dei newyorkesi a quindici anni dall’infausta serata di Vigevano è quella della speranza: di chi si è piazzato (ahimè, inutilmente) davanti al botteghino per rosicchiare un biglietto last minute, di chi non sa cosa aspettarsi, di chi vuole capire se sia ancora possibile tornare a sentirsi degli adolescenti in lotta col mondo a distanza di un ventennio abbondante.
Alex Cameron col suo folk-rock drumless prova a fare breccia (ma non ci riesce) tra le anime intrepide. Il grimaldello, però, se lo portano dietro quei pazzi furiosi dei Fat White Family, un fottuto rodeo psichedelico attrezzato dal folle Lias Saoudi tra art-rock magniloquente, post-punk agghindato e riserve country a ingravidare l’alt-rock. Fantastici.
E venti minuti più tardi rispetto al ruolino di marcia tocca agli Strokes prendersi Bologna, “Tyrants of the Mellow Moon” a liquefare la già umida atmosfera dell’arena, portata poi a bollore da una “Reptilia” seconda in scaletta e prima in fabbrica incontenibile di sudore. Si vede già quello che “Reality Awaits” porta in più in ambito live: è fluidificante tra i pezzi – “Dine N’Dash” fa da ponte malinconico tra la chirurgia chitarristica di “Heart in a Cage” e il tripudio indie di “Hard to Explain”, “Going Shopping” gongola, cicatrizza l’ugola sotto sforzo per “Someday” e prepara per l’irruenza del boost rock di “Take It or Leave It” – e ironico, amaro, realistico ancoraggio ad un mondo indisposto, mentre tutto il resto pare volerlo (giustamente) cancellare nella più bella operazione amarcord che potessimo desiderare.
Reinstallare certe emozioni in letargo da troppo tempo, giunte inevitabilmente a deflagrazione estatica: “Soma” e “Last Nite” ci riportano ai CD sparati durante le feste da ragazzini col santino di Albert Hammond Jr. appiccicato in camera, “New York City Cops” ci risbatte violentemente tra le strade della Grande Mela, “Juicebox” ci sbatacchia che manco a un concerto dei QOTSA. E Steve Schiltz dovrà perdonare il mio astio iniziale, perché più che rimpiazzo pare a tratti un membro fondatore.

Le chicchette “Evening Sun” e “Threat Of Joy” ci coccolano, “Gratisfaction” fa storcere un po’ il naso per uno slot sacrificato – eh sì, “Angles” non mi è mai sceso, purtroppo –, la brillantezza evoluta di “The New Abnormal” ci fa lievitare, trascinati dall’iconica “The Adults Are Talking” e dal climax potentissimo, surreale e da lacrimoni di una “Ode to the Mets” che avrebbe dovuto concludere alla perfezione la scaletta, se non fosse che il buon Julian e compagnia decidono di farci un’ultima sorpresa a coronare il loro amore sconfinato per la nostra terra: “Selfless” supera tutte le vette, instaura un nuovo apice emozionale, sola soletta in un secondo encore. Si sprecano le lacrime, un po’ per la traccia, indiscutibilmente uno dei capolavori strokesiani, un po’ per tutto ciò che abbiamo vissuto in quell’ora e quaranta abbondante, un po’ per quello che hanno significato i ragazzi di New York per due generazioni.
Non parliamo di un semplice raduno d’anime, parliamo di una solenne messa in onore della vita: perché gli Strokes, per chi li ha vissuti, amati, o anche solo sfiorati per un attimo, sono stati un gamechanger assoluto. Non solo per aver ridestato e rinfiammato il rock, ma proprio per il loro essere entrati in esistenze diverse, in fasi diverse e in età diverse senza essersene mai andati prima di aver lasciato almeno una scoria felice all’interno di ognuna di esse.
E quando partono quelle note, forse nessuno come loro riesce a rievocare, a cancellare il dolore, a far sentire un finto pessimista come il sottoscritto uno stronzo qualsiasi che prova a farsi imbrigliare dall’idea di un mondo arrendevole, e per poco non ci riesce. Gli Strokes hanno distrutto tutto questo, hanno rianimato il passato e l’hanno fatto per farlo restare nel cuore di chi, nonostante i giorni paiano schizzare via fin troppo rapidamente e la nostalgia faccia sentire i pettorali sempre più gonfi, vuole tenersi stretto il sentirsi vivo e libero come una volta, almeno per una sera.
«Gone now are the old times
Forgotten, time to hold on the railing
The Rubik’s cube isn’t solving for us»
Setlist
Tyrants of the Mellow Moon
Reptilia
Heart in a Cage
Dine N’Dash
Hard to Explain
Lonely in the Future
The Adults Are Talking
Juicebox
Gratisfaction
Evening Sun
Soma
Going to Babble On
You Only Live Once
Automatic Stop
Someday
Going Shopping
You Only Live Once
Automatic Stop
Someday
Going Shopping
Take It or Leave It
Last Nite
Encore
New York City Cops
Threat of Joy
Ode to the Mets
Encore II
Selfless





