Vi ricordate quando i vostri genitori dicevano che non bisogna mai fare paragoni con amici o compagni di classe? E poi, puntualmente, vi facevano notare che la vostra amica di sempre si era laureata con il massimo dei voti, aveva trovato un ottimo lavoro e si era persino sposata. Il tutto accompagnato da quello sguardo inconfondibile, a metà tra il “E tu, invece, cosa hai intenzione di fare nella vita?” e il “Forse avrei dovuto insistere di più con te”.
Ecco, più o meno è questo quello che succede con il nuovo album degli Strokes: io so che i paragoni non si fanno, ma è impossibile non ripensare ai primi lavori della band, a quegli esordi esplosivi che hanno ridefinito il rock dei primi anni Duemila, e metterli a confronto con questi quarantadue minuti di musica e auto-tune, di cui Julian Casablancas fa un uso così insistente da diventare quasi il vero protagonista del disco.
Sicuramente, per questo settimo album, il frontman sembra aver attinto a piene mani dall’universo dei The Voidz, il suo progetto parallelo, dove la voglia di sperimentare trova la sua espressione più libera e giocosa. In “Reality Awaits” convivono richiami alla new wave e al synth-pop degli anni Ottanta, strutture poco convenzionali, sintetizzatori in primo piano, improvvisi falsetti e linee vocali ruvide e graffianti.
Ma di cosa parla la settima fatica della band newyorkese? Una volta superato lo scoglio degli effetti metallici, delle voci costantemente filtrate e di distorsioni così invadenti da appiattire qualsiasi sfumatura emotiva — facendo suonare una dichiarazione d’amore con la stessa intensità della lista della spesa — è possibile cogliere i temi che attraversano i nove brani. Si riflette sul consumismo e sul capitalismo contemporaneo, sull’alienazione dell’era digitale, sul complicato rapporto tra artista e pubblico e su un più generale disincanto politico e sociale.
“Reality Awaits” però presenta anche tracce piacevoli, riuscendo quasi a farsi perdonare per i suoi eccessi. “Dine N’ Dash”, per esempio, lascia da parte gli effetti, dando maggior risalto alla chitarra, con riff coinvolgenti e un cantante che finalmente ritrova una fragilità vocale autentica, restituendo un’intensità emotiva che altrove sembra sacrificata in nome della sperimentazione.
“Lonely in the Future” è più nostalgica, ideale come colonna sonora per le feste in spiaggia improvvisate. “Going to Babble On”, invece, punta tutto su riff freschi e irresistibili, chiudendosi con un assolo di chitarra old style, suonando semplice, incisiva e infinitamente piacevole. Interessante è “The Fruits of Conquest”, costruita su un groove sinuoso che accompagna Casablancas in un insolito spoken word a metà tra canto e rap: una scelta bizzarra, ma capace di spezzare la monotonia dell’album in maniera piuttosto efficace.
Molto meno convincente è, invece, la conclusione affidata a “Tyrants of the Mellow Moon”. Il richiamo ai Radiohead di “OK Computer” è evidente, ma il paragone finisce inevitabilmente per penalizzare il brano: manca quella scintilla capace di trascinare l’ascoltatore in un universo sonoro sospeso, quel senso di meraviglia e straniamento che ha reso immortale il capolavoro della band di Thom Yorke.
E allora, se vi aspettate gli Strokes di “Is This It” o di “Room on Fire”, forse “Reality Awaits” non è l’album che fa per voi. Finireste inevitabilmente per comportarvi come i vostri genitori, confrontando ogni nuova tappa con i gloriosi inizi.
Certo, la sperimentazione ha bisogno di tempo, e chissà che, con qualche ascolto in più, questo disco non riesca a rivelare sfumature che oggi sfuggono.
Tracklist
01. Psycho Shit
02. Dine N’Dash
03. Lonely in the Future
04. Falling Out of Love
05. Going to Babble On
06. Going Shopping
07. Liar’s Remorse
08. The Fruits of Conquest
09. Tyrants of the Mellow Moon



















