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10 canzoni dei Pearl Jam (che non sono “Alive”) per prepararsi al live di Imola

Finalmente, dopo ben tre anni di attese e rinvii, ci siamo. Il ritorno dei Pearl Jam in Italia dopo 5 anni e in Emilia Romagna dopo ben 16 anni, per di più nella leggendaria cornice dell’Autodromo di Imola, è imminente. Ancora pochi giorni d’attesa e ci ritroveremo sotto il palco per ascoltare Eddie Vedder e soci, ma soprattutto per celebrare, con un evento davvero unico, il ritorno alla vita dopo il lungo stop della pandemia. Quindi ecco una lista di 10 brani, in ordine sparso e non del tutto scontati, per prepararsi al meglio e godersi qualche chicca in vista del concerto.

Smile (No Code, 1996)

Brano del 1996 tratto dal quarto album dei Pearl Jam, “No Code”, “Smile” è una perfetta commistione germinale tra lo stile Pearl Jam e quello dei loro maestri di riferimento del rock classico americano come Neil Young e Bruce Springsteen. Il pezzo è stato scritto dal bassista Jeff Ament insieme al cantante Eddie Vedder ed è caratterizzato da un’ispirata linea di armonica che accompagna parte dell’intro e strofa e dalla ripetizione quasi ossessiva di tre semplici frasi in tutta la canzone. Un riff di chitarra scarno ma efficace corona il tutto, per un risultato particolare ma piacevole.

Immortality (Vitalogy, 1994)

“Immortality” è senza dubbio una delle più belle ballad dei Pearl Jam, tratta dal loro terzo lavoro “Vitalogy”, un album sicuramente pieno di malinconia e sentimento, uscito a pochi mesi dalla scomparsa di Kurt Cobain e in un momento cruciale per il genere grunge. Nonostante le dicerie e i riferimenti del testo che potrebbero essere ricollegati al suicidio del leader dei Nirvana, “Immortality” è, a detta di Vedder stesso che ha smentito la connessione con Cobain, incentrata sulla pressione che subisce chi si trova all’improvviso catapultato nel mondo del music business, come del resto tutto il disco. Una ballad lenta ed introspettiva, ma di grande impatto, eseguita non troppo spesso dal vivo ma che sarebbe perfetta per un momento emozionale all’Autodromo.

Pendulum (Lightning Bolt, 2013)

Facciamo un salto in avanti nel tempo con “Pendulum”, un’altra ballad tratta dal penultimo album della band “Lightning Bolt”. È un pezzo evidentemente scritto da una band più matura, soprattutto a livello anagrafico, che parla della caducità della vita e dei suoi alti e bassi, il tutto sottolineato da una cornice sonora soffusa e delicata. La voce di Vedder è come velluto e forse per questo spesso “Pendulum” è stata utilizzata come brano di apertura per le scalette della band, crea la giusta atmosfera e prepara all’esplosione di adrenalina di quanto seguirà nello show.

Spin The Black Circle (Vitalogy, 1994)

E una scarica di adrenalina è proprio quello che da un pezzo come “Spin The Black Circle”, anch’esso tratto da “Vitalogy”. È un brano semplice ma d’impatto, costruito su un riff adrenalinico che porta naturalmente a scatenarsi dal vivo; stessa cosa per il testo, che è interamente dedicato alla passione per i vinili e la musica su questo supporto, niente di più niente di meno. Sebbene molti abbiano speculato sul fatto che i riferimenti ai “needle” fossero sottilmente legati alla droga, è stata definita dal New York Times all’epoca dell’uscita “una delle poche canzoni provenienti da Seattle che non hanno a che fare con l’eroina”.

I Am Mine (Riot Act, 2002)

Un inno alla libertà e al prendersi cura di sé stessi. Così è stata definita dallo stesso Vedder “I Am Mine”, un brano tratto da un album che nasce dopo uno dei più grandi spartiacque della carriera dei Pearl Jam, ovvero il Roskilde Festival del 2000. Impossibile dimenticare la tragedia che colpì la band: durante il loro set al festival danese, infatti, una calca improvvisa e aggravata dalla pioggia, causò la morte per schiacciamento di 9fan della band e il ferimento di altre 26 persone. Una ferita profonda che ha segnato pesantemente i Pearl Jam, tant’è vero che ai loro concerti è facile trovare sparsi per la venue vari cartelli che invitano ad evitare il moshpit e qualsiasi comportamento pericoloso durante lo show. Eddie scrisse “I Am Mine” in una camera d’hotel pochi mesi dopo la tragedia e alla vigilia del primo concerto della band post Roskilde e ha dichiarato che gli sia nata di getto, in un tentativo di auto rassicurarsi e convincersi che tutto sarebbe andato bene, vista l’ansia per un momento così importante. È un brano positivo, forte, bellissimo da cantare a squarciagola sotto un cielo estivo ma allo stesso tempo delicato e intimo, che ricorda quanto sia importante avere cura del proprio io.

Foto: Danny Clinch

State Of Love And Trust (Rearviewmirror: Greatest Hits 1991-2003)

Pubblicata per la prima volta con la colonna sonora del film “Singles” nel 1992, “State Of Love And Trust” è uno dei brani nati durante le registrazioni di “Ten” ma non inclusi nell’album, se non in riedizioni successive. È una canzone in puro stile Pearl Jam prima maniera, con un riff gioioso e una ritmica decisamente accattivante; il testo, scritto per il film, parla di fedeltà in amore e della lotta interiore di un uomo per mantenerla, un tema non esattamente leggero e coerente con lo spirito da love comedy del film e del brano, ma il regista Cameron Crowe, amico dei Pearl Jam sin dall’inizio della loro carriera, ne era rimasto fortemente colpito. Dal vivo è una chicca che viene concessa con parsimonia, si spera che vada anche a impreziosire la scaletta dell’Autodromo.

Dance Of The Clairvoyants (Gigaton, 2020)

Non dimentichiamoci di “Gigaton”, l’album che la compagine di Seattle avrebbe dovuto presentare due anni fa sul palco di Imola e su tutti i grandi palchi europei. Uscito a marzo 2020, come previsto prima della pandemia, l’ultimo lavoro dei Pearl Jam ha atteso tanto per debuttare dal vivo, quindi saranno immancabili i brani in esso contenuti. “Dance Of The Clairvoyants” è di sicuro uno dei pezzi più belli e più particolari dell’album: i Pearl Jam hanno osato un sound non proprio allineato con il loro stile classico, soprattutto a livello sonoro e la resa live sarà un grande banco di prova per capire se davvero questo brano funziona o meno.

Leash (VS, 1993)

Facciamo un salto indietro al secondo album della band, “Vs”, uno dei loro più grandi successi commerciali dopo “Ten” e il disco che li ha consacrati a portavoce del grunge nel momento in cui il genere ha raggiunto il suo culmine. Tutto l’album è molto più animalesco, duro, spigoloso, rispetto a “Ten”, è pervaso da emozioni forti e “Leash” non è da meno. Un brano che parla della storia di un’amica di Vedder, internata in una struttura dai genitori perché sorpresa a fare uso di marijuana, e che è anche protagonista del brano “Why Go”, contenuto nel precedente album. Si tratta di una critica a una società che mutila le vite dei giovani nel nome del perbenismo, per cui quel “Cut the leash”, taglia il guinzaglio, del ritornello risuona come imperativo liberatorio che ha il suo effetto anche al giorno d’oggi.

Go (VS, 1993)

Abbiamo già parlato di “Vs” e non si può non includere una canzone come “Go”, uno dei singoli dell’album e pezzo che valse alla band la nomination ai Grammy Awards come migliore performance hard rock nel 1995. Il riff portante fu scritto da Dave Abbruzzese con una chitarra acustica ma risultò talmente efficace che i compagni di band gli chiesero di suonarlo alle prove per poi unirsi gradualmente a lui, facendo nascere in breve tempo la canzone che tutti conosciamo. È il perfetto risultato dell’alchimia e dello stato di grazia della band di quegli anni, capace in brevissimo tempo di trasformare in canzoni di grande potenza delle semplici strimpellate. Anche “Go” è uno di quei brani che spuntano fuori a sorpresa nei live e manca nelle scalette italiane dal concerto allo stadio di San Siro del 2014, sarebbe sicuramente una bellissima sorpresa per i fan di vecchia data ma non solo.

Porch (Ten, 1991)

Per concludere col botto quale brano meglio della iconica “Porch”? un pezzo che sfiora il punk, velocissimo, selvaggio, pieno di energia, nato dalle primissime sessioni della band con una formazione ancora in rodaggio visto che Vedder era da poco sbarcato dalla assolata California nelle piovose terre di Seattle. Il suo cantato viscerale unito alla sezione ritmica in corsa e a un riff catalizzante rendono “Porch” una canzone perfetta per i live, per scatenarsi all’unisono al grido, quanto mai attuale di “What the fuck is this world running to?”

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