Parlare dell’ultima uscita di una delle band considerate tra le più importanti della scena musicale della fine degli anni ‘70, che ha posto le basi del pop punk insieme ai Ramones e che incarna perfettamente lo spirito punk britannico, non è un affare da poco. Si rischia sempre di sottovalutare o sopravvalutare o, peggio ancora, di paragonare la novità al passato, finendo per dare giudizi estremamente superficiali, senza soffermarsi sulle nuove sfumature di colore che i musicisti hanno voluto condividere.
I Buzzcocks, con “Attitude Adjustment”, rischiano di rientrare nei casi di fraintendimento e rapido giudizio a seguito di un ascolto frammentario e poco attento. Sicuramente è qualcosa di diverso e non potrebbe essere altrimenti visto che Steve Diggle ha continuato la produzione musicale portando con sé una prospettiva personale diversa da quella del co-fondatore Pete Shelley, scomparso nel lontano 2018.
Ritmi incalzanti, melodie orecchiabili, linee di basso prominenti e un’atmosfera nostalgica: questo è ciò che si coglie ascoltando i 45 minuti totali del lavoro del gruppo di Manchester. Viene rievocata un’energia punk-rock, meno pungente del solito e molto più morbida, piacevolmente ballabile. Situazioni musicali calde e vintage si uniscono ad un senso di eleganza pop. Cambiano le tematiche trattate: se prima ci si focalizzava per lo più su dinamiche sentimentali, adesso si considerano concetti e argomentazioni più vari e, forse, più maturi.
È un disco per i grandi, per tutte quelle persone che trovano gioia nel degustare un bicchierone di birra scura ascoltando buona musica intelligente e discutendo di tutto quello che non funziona nel mondo moderno – e, badate bene, ce ne sono parecchie di cose difettose attualmente.
Così per iniziare, un po’ di critica alla società moderna con “Queen of the Scene”, dove su un ritmo irriverente, un disinvolto Steve racconta di come, ormai, tutto sia vissuto alla stregua dell’apparenza, dove ognuno recita un ruolo anzichè essere davvero se stessi. A seguire un conflitto silenzioso in “Games”, una sorta di sit-in di protesta verso le dinamiche manipolative, su un ritmo lento da ballare ondeggiando di qua e di là. Un ottimistico spiraglio di luce in “Seeing Daylight” fa capire all’ascoltatore che il buono delle cose lo trovi solo se cambi prospettiva, non parlare di fallimento o di errori, perché tutto ciò che fai è solo esperienza, il tutto accompagnato da un ritmo allegro e brioso che sarà la costante un po’ per tutto il disco. Bello il riff di basso funky e i cori di “Break That Ball and Chain” con la quale ci tuffiamo diretti negli anni ’90.
E ancora riflessioni su conflitti e società come in “All Gone to War”, che è la canzone più acustica e riflessiva del disco e atteggiamenti esistenziali alla nessun-rimorso-nessun-rimpianto in “Just a Dream I Followed”, un pizzico d’ansia che non guasta mai in “Feeling Uptight” e una spolverata di nervosismo di “Heavy Streets” per la pesantezza della vita a livello pratico. Diggle uno di noi, mi verrebbe da dire: incazzato, stanco, alla ricerca di un senso più ampio che possa alleggerire il peso di tutta l’oppressione sistemica.
Registrato a Londra, pieno di riff ricolmi dell’immensa esperienza della band, di sonorità mescolate con le influenze di ieri e di oggi e di legami con il passato, “Attitude Adjustment” non ti dice come ribellarti al mondo, ma di come starci dentro senza farsi risucchiare.
Tracklist
01. Queen of the Scene
02. Games
03. Seeing Daylight
04. Poetic Machine Gun
05. Tear of a Golden Girl
06. Heavy Streets
07. One of the Universe (Part One)
08. All Gone to War
09. One of the Universe (Part Two)
10. Jesus at the Wheel
11. Just a Dream I Followed
12. Feeling Uptight
13. Break That Ball and Chain
14. The Greatest of Them All

















