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RECENSIONI

Tyr – By The Light Of The Northern Star

Che peccato. Se dopo il buco nell'acqua di "Land" eravamo tutti disposti a guardare al futuro dei Tyr con un certo ottimismo, con questo "By The Light Of The Northern Star" i pensieri si tingono di nero, constatando la lenta (ma inesorabile) flessione avuta dalla band faroese con gli ultimi due dischi.

Un vero peccato ripeto, perché i Tyr hanno saputo ritagliarsi una fetta dello sterminato mercato musicale con una proposta assolutamente vincente e personale, coniugando al meglio l'amore per la propria terra, le melodie e le arie tipiche del nord Europa, le atmosfere epiche e folkeggianti, con una carica progressive di grandissimo gusto, dando sfoggio di tecnica e capacità compositiva ben oltre la media. Dall'ancora acerbo, ma incredibilmente genuino, "How Far to Asgaard", passando per i due gioielli "Eric the Red" e "Ragnarok", il primo più caratteristico, il secondo decisamente più “prog”, i Tyr sembrano aver smarrito al bussola e la capacità di saper emozionare, scegliendo di pubblicare due album in due anni, forse cavalcando l'onda del meritato “successo”, ma rischiando di buttare all'aria tutto.

Sì perché se "Land" era troppo legato all'arrangiamento di arie e tematiche della terre di appartenenza (e aree limitrofe), senza lasciarci nulla di memorabile, "By the Light of the Northern Star" segna il ritorno al “metal”, ma lo fa in un modo che non ci saremmo mai aspettati dai Tyr. La vena prog è quasi definitivamente accantonata, prediligendo toni epici abbastanza superficiali, con qualche slancio tendente al power a movimentare il tutto. Una scelta decisamente infelice. Non tanto per l'accostamento a “nuove” sonorità, piuttosto perché in questo modo la peculiarità della band sembra venir meno, costruendo brani che appaiono a volte slegati, tutto il contrario dei tempi migliori, dove ogni elemento era fuso in modo impeccabile. Qui sono le linee vocali e i cori a comandare il gioco, risultando ben presto stucchevoli, lasciando poco spazio agli arrangiamenti e alle parti strumentali (vero asso nella manica), poco ben inserite nel contesto delle canzoni. Uno spreco di forze e di talento, visto che nei pochi momenti in cui la band riesce a esprimersi a buoni livelli, la classe affiora ancora cristallina. Spiace dirlo, ma l'appiattimento delle strutture, a favore di una maggiore fruibilità, è un'arma a doppio taglio che, a mio modo di vedere, penalizza non poco la band. Sì, forse qualche nuovo ascoltatore si affezionerà in fretta a brani come "Hold The Heathen Hammer High" (in fin dei conti il migliore del lotto), "Into The Storm", o la conclusiva title-track, ma altrettanto in fretta potrebbe poi assuefarsi, e dimenticare il dischetto a prendere polvere, lasciando a bocca asciutta i fan di “vecchia” data, privati del gusto di sviscerare ogni nota e ogni passaggio dopo svariati ascolti.

Un altro passo falso per una band fra le più promettenti degli ultimi anni, capace di sfornare autentici capolavori, che molto probabilmente rimarranno ineguagliati. Una piccola scivolata è concessa… due di fila sono più di un campanello d'allarme.

Tracklist

01.Hold the Heathen Hammer High
02.Tróndur í Gøtu
03.Into the Storm
04.Northern Gate
05.Turið Torkilsdóttir
06.By the Sword in My Hand
07.Ride
08.Hear the Heathen Call
09.By the Light of the Northern Star