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Deafheaven – Infinite Granite

L’11 giugno del lontano 2013 usciva un misterioso disco dall’artwork roseo, ma dal cuore nero. “Sunbather” fu una mina innescata in un marasma di dischi nella norma e i Deafheaven osarono sfidarla, quella norma. Il cupo fragore del black metal, le atmosfere dreamy dello shoegaze: un’accoppiata alquanto ossimorica, ma, nel suo piccolo, rivoluzionaria e funzionale (Alcest docet). Pertanto se doveste imbattervi casualmente nell’ultimogenito “Infinite Granite” e chiedervi incuriositi “ma questi chi sono?”, bhe, state sereni: la band di San Francisco getta a terra gli abiti scuri per rivestirsi di un flebile alone luminoso dai bordi sfumati, quasi impercettibili. Già con “Ordinary Corrupt Human Love” si riusciva ad intravedere, tra le righe, una lieve brama di cambiamento, una trasformazione che, invece, vede il suo completamento tra i rivoli sonori di “Infinite Granite”.

George Clarke è, senza giri di parole, quasi irriconoscibile: mette in mostra un’ugola, sfibrata da anni di screaming brutale, nella sua forma più innocua e pura. Vocals limpide che sembrano rilassarsi all’ombra di una strumentale che abbandona quasi definitivamente la pulsante matrice black metal dei dischi precedenti: le atmosfere si dilatano nella sognante “In Blur”, i ritmi si placano così come le bacchette di Daniel Tracy che sembrano volteggiare, slacciandosi dal furioso drumming del recente passato. Il riffing setoso di Shiv Mehra accompagna i primi passi di “Great Mass Of Color”, traccia emblema del cambiamento, attraverso un sentiero notturno illuminato dal fioco e caldo bagliore di un refrain magnetico. È nel finale che il pezzo sembra decollare a ritroso verso lidi ben noti al quintetto, con una strumentale che cresce corposamente assieme ad un timido scream di George Clarke, ma il tutto sembra trattenuto, ancorato a terra da catene nuove di zecca. Diversamente si comporta la conclusiva “Mombasa”, dove i Deafheaven vecchio stile risalgono in cattedra in un corposo outro. Episodi sporadici che riflettono una natura difficile da celare, ma ormai votata ad altri, evidenti, orizzonti: si sente, pulsante, il puro shoegaze di generazioni differenti, dagli Slowdive ai Nothing, unito ad un tocco raffinato di dream pop che affonda le radici in un arioso ambient, quest’ultimo celebrato nella strumentale “Neptune Raining Diamonds”, pochi minuti di estasi che preparano il palato per l’ottima “Lament For Wasps”, uno dei capisaldi dell’album.

“Infinite Granite” è un disco che attirerà istantaneamente i neoascoltatori dei Deafheaven; un po’ più da inquadrare risulterà, invece, per i fan di vecchia data. Un lavoro certamente spiazzante, ma di indiscutibile qualità: sarebbe fine a sé stesso soffermarsi sulle singole tracce, quando è l’interezza del viaggio proposto da Clarke e soci a segnare l’ascolto. I Deafheaven si mettono in gioco rischiosamente, lasciando un habitat confortevole in funzione di un’audace avanscoperta sonora: c’è ancora qualcosa da migliorare, come alcuni aspetti nelle vocals del frontman, a volte poco coraggiose nello sporgersi verso un range sonoro più ampio. Piccoli dettagli che, sicuramente, troveranno un netto miglioramento col passare dei giorni. Buona la prima, quindi, per il nuovo corso dei Deafheaven: “Infinite Granite” freme con uno spirito rinnovato, pronto a trascinarci nelle sue lande sconfinate con piacevoli vibrazioni tutte da scoprire.

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