Un nuovo viaggio nello spazio per cambiare prospettiva, guardarci dall’alto e prendere le distanze dal nostro ego. Siamo una comunità e abitiamo tutti lo stesso pianeta: dobbiamo tornarne consapevoli come mai prima d’ora.

Gli Enter Shikari hanno pubblicato a sorpresa il loro ottavo album in studio, “Lose Your Self”. Il successore di “A Kiss For The Whole World”, uscito nel 2024 e arrivato al numero uno della UK Chart, vede la luce per intero, come opera organica: nessun singolo di lancio, nessun indizio che potesse farci pensare che la band britannica fosse in procinto di pubblicare qualcosa di nuovo.

A qualche giorno da questa release inaspettata, raggiungiamo online il batterista Rob Rolfe, che, appena finito il soundcheck poco prima della data a Kingston upon Thames, ci porta un po’ più in profondità di questo questo nuovo lavoro degli Enter Shikari.

Questo nuovo album è uscito a sorpresa, andando contro qualunque logica di marketing attuale o aspettativa, anche pensando al successo del suo predecessore. Dal mio punto di vista ci avete proprio fatto un regalo, riportandoci a un modo di ascoltare la musica più simile al passato, mettendoci di fronte allo “sforzo” di confrontarsi con un intero disco sconosciuto, senza essere già familiari a singoli già usciti.

Hai centrato esattamente il punto. Volevamo che l’album fosse presentato come un’unica opera artistica, non solo come una raccolta di canzoni. In questo modo l’ascoltatore può assorbire ogni brano per il suo valore, scegliendo quale ascoltare di più e senza che alcuni siano spinti più di altri come singoli. Con l’album precedente avevamo fatto l’opposto, puntando molto sui pre-ordini e poi abbiamo raggiunto la posizione numero uno nella UK Chart. Stavolta volevamo toglierci quella pressione e concentrarci sulla musica diretta al pubblico. È stato difficile tenerlo segreto per mesi dopo averlo finito.

L’avete mai considerata una scelta rischiosa?

Sì, c’era il rischio di leak o che non se ne parlasse abbastanza. Ma non sai mai come andrà finché non esce. C’è sempre nervosismo sulla qualità delle canzoni, soprattutto perché la scrittura è stata molto frammentata, è durata tre o quattro anni a causa dei tour e della nostre vite private. Ma ogni volta che tornavamo a lavorarci, capivamo che il materiale era buono. Ora che è fuori e riceviamo feedback, ogni incertezza è sparita.

Infatti siete stati molto in tour negli ultimi anni. In quali momenti siete riusciti a scrivere e registrare?

È stato difficile: una settimana qui, due settimane là. Abbiamo registrato in vari posti: in una fattoria nel Sussex, in uno studio chiamato Vada e abbiamo finito a dicembre a casa di mia madre! È stato un momento catartico, un cerchio che si chiude, dato che provavamo lì da ragazzini. Mia madre ha persino comprato il disco.

Il disco suggerisce di cambiare prospettiva, di distaccarsi da una visione egocentrica per capire che siamo tutti una cosa sola, siamo una comunità e siamo tutti ospitati dallo stesso pianeta. Credete che questo stia accadendo?

Dobbiamo sperarlo. L’album, i cui testi sono scritti da Rou, parla di non perdere la speranza. “Lose Yourself” (perdere se stessi) significa perdere l’ego e quell’idea di individualismo estremo che ci viene insegnata fin dalla nascita. Si tratta di tornare all’unità e alla comunità, temi che ci accompagnano fin dall’inizio della carriera, ma che oggi sembrano più urgenti che mai.

ES Lose Your Self Artwork

È un approccio analitico ma speranzoso, come in “Nothing is True & Everything is Possible”, in T.I.N.A. dicevate “It’s the essence of humanity to build a different reality”, ci vedo molto di quei temi in questo disco. Come altre volte in passato, penso a “The Spark”, avete usato l’immaginario dello spazio come metafora di questo cambio di prospettiva.

Assolutamente. L’equipaggio della missione Artemis ha parlato in modo bellissimo di come, guardando la Terra da lontano, si capisca quanto siamo tutti connessi. Non è solo una metafora, è la realtà: siamo su un minuscolo puntino blu nello spazio. Uscire dal proprio ego aiuta a vederlo più chiaramente.

Nel disco affrontate tanti temi a cui siete sempre stati vicini, dalla migrazione alla salute mentale, passando dalle disuguaglianze sociali generate dal capitalismo. Una frase, in particolare, mi ha colpita: “Tutti i miei amici sono stati monetizzati”. Come convivete voi, da artisti, con questo meccanismo?

È dura perché creiamo arte, ma è anche il nostro lavoro in un sistema che richiede denaro per vivere. Oggi sembra che il tempo abbia valore solo se produce soldi. Io, personalmente, cerco di fare cose per il gusto di farle: ad esempio, coltivo frutta e verdura in un terreno comune. A volte suono la batteria per ore senza registrare o postare nulla su Instagram, solo per il piacere di farlo. Il valore è nell’atto in sé. La vita è una, il nostro tempo è finito, e questo rende ogni momento speciale perché non accadrà più.

Avete annunciato il disco durante un concerto al Satan’s Hollow di Manchester, tornando alle origini in un club in cui avete suonato molti anni fa, dopo aver calcato i palchi delle più grandi arene nel vostro ultimo tour. 

È stata un’idea nata perché dovevamo essere lì per un’intervista proprio a 20 anni esatti dal nostro ultimo concerto in quel locale. Non avevamo pianificato di dire nulla sull’album, volevamo solo suonare un brano nuovo, ma alla fine Rou ha annunciato l’uscita prevista tre ore dopo. C’erano persone nel pubblico che non erano ancora nate quando suonammo lì la prima volta, il che ci ha fatto sentire vecchi ma è stato speciale.

A proposito di piccole venue, siete sempre molto impegnati con Music Venue Trust. 

Sì, il progetto sta crescendo, il che è fondamentale perché perdiamo club ogni giorno. Senza i piccoli locali indipendenti non saremmo una band; lì abbiamo imparato il mestiere. Sono centri per la comunità. Il progetto “Own Our Venues” sta addirittura acquistando gli edifici per salvarli dai proprietari che vorrebbero venderli.

Parlando del suono, il disco mi sembra molto coerente, ci sono elementi del vostro sound che ormai possiamo definire “classici”, insieme ad elementi che sono arrivati dopo nella vostra produzione, arrivando a una sonorità davvero organica e centrata, più oscura del disco precedente.

È vero, è più cupo e pesante di quanto ci aspettassimo. Non è stata una decisione conscia, ma forse riflette lo stato del mondo attuale. Quando lavori a una canzone per così tanto tempo, finisci per perdere la prospettiva; solo quando il disco è stampato puoi finalmente distaccarti e guardarlo da una prospettiva esterna.

Grazie mille per il tuo tempo Rob, 

Grazie a te. Un grande saluto a tutti i nostri fan italiani.

Foto copertina: Kate Hook

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