Dopo una pausa durata qualche anno, i Greta Van Fleet tornano con “Palace for the People”, in uscita oggi. Ne abbiamo parlato con il batterista Danny Wagner, che ci ha raccontato la genesi del progetto, il lavoro con il produttore Mike Elizondo, la ricerca di un suono ad altissima fedeltà con una batteria acustica registrata in analogico e tantissimi aneddoti entusiasmanti, non solo per musicisti appassionati di musica e fan della band.
Hey Dan, benvenuto su SpazioRock!
Ciao!
Se per te va bene, ho preparato un paio di domande “nerd”. Essendo anch’io una musicista, sono molto appassionata dell’aspetto tecnico.
Oh, fantastico! Che cosa suoni?
Suono il flauto e il sassofono, ma sono una grande fan del rock. Sono rimasta davvero colpita dal nuovo album perché ho notato che avete dato molto più spazio alle parti strumentali rispetto a “Starcatcher”, a partire dal brano di apertura. Sono curiosa di sapere qual è stato il tuo ruolo in questa svolta cinematografica dell’album.
Sì, è un’ottima domanda. Come artisti e come band, amiamo che ciascuno dei nostri album abbia la propria identità. Si sono evoluti a modo loro: “Anthem of the Peaceful Army” era molto tradizionale, rifletteva esattamente chi eravamo in quel momento. Tutti gli album sono una sorta di “istantanea” di dove ci troviamo. “The Battle at Garden’s Gate”, il nostro secondo album, è stato un lavoro davvero grande e cinematografico, ed era l’album che volevamo fare allora. In risposta a quello, abbiamo realizzato “Starcatcher”, che era l’esatto opposto: l’obiettivo era catturare le imperfezioni delle esecuzioni dal vivo, stare in una stanza e fare quello che facevamo sul palco portandolo in studio.
Affrontando questo nuovo progetto ci siamo chiesti: “E adesso?”. Per molti versi stiamo incorporando nuovi suoni nel disco, ma stiamo anche prendendo ciò che abbiamo imparato lungo il percorso e le competenze acquisite, integrandole nell’album.
Tutto è iniziato con il concetto di “Palace for the People”. L’ispirazione è nata dalla sala concerti Alexandra Palace a Londra, diversi anni fa. Eravamo in tour e ci siamo fermati a suonare lì, è un posto bellissimo e ricco di storia. Poco tempo dopo averci suonato, parlando con alcuni amici, siamo venuti a conoscenza del fatto che veniva soprannominato “the people’s palace”. Fu costruito dalla monarchia britannica per il popolo come centro ricreativo e luogo per praticare varie forme d’arte. Quando Josh (Kiszka, cantante della band, ndr) l’ha sentito, la sua attenzione è stata totalmente catturata e gli si è aperto un intero mondo nella mente. “Palace for the People”: un concetto fantastico, molto in stile Greta Van Fleet, che racchiude tutto ciò di cui abbiamo sempre parlato. Da quel momento abbiamo deciso che sarebbe stato il titolo del prossimo album. Per la prima volta in assoluto avevamo il titolo dell’album prima ancora di aver scritto la musica, ed è servito da stella polare. Abbiamo preso questi concetti dalle nostre esperienze in giro per il mondo e li abbiamo messi tutti in questo disco.
È bellissimo, grazie per averlo condiviso. Più che una domanda, la mia è un’osservazione legata al testo di “Tear It Down”. Vorrei leggerne un pezzo: “I’m here on the streets and in hunger, we’re not getting wiser, nor younger”. Magari non state diventando più giovani, ma sul fatto di non diventare più saggi non sono d’accordo, perché sento molta saggezza, soprattutto dal punto di vista musicale. Siete sempre stati ottimi musicisti, ma in questo album si nota la grande esperienza maturata negli ultimi anni; forse la pausa tra “Starcatcher” e “Palace for the People” vi ha aiutato a metabolizzare.
Sicuramente. Per quanto riguarda i testi, non li scrivo io, quindi a volte mi sembra di mettere le parole in bocca a Josh, ma posso dire con certezza che negli anni lui ha sviluppato uno stile di scrittura che non è necessariamente personale o autobiografico. Quando usa la parola “noi”, non si riferisce solo a noi quattro della band o a se stesso.
È qualcosa di societario.
Parla del mondo, di noi come società. Ciò che intende dire in quel verso è che noi come società non siamo diventati più saggi, perché ci sono ancora guerre e armi di distruzione che diventano sempre più pericolose e violente. Non abbiamo imparato dalle tragedie del passato per applicare quelle lezioni e risolvere i problemi. Dovremmo diventare più saggi, e invece usiamo la conoscenza per il male anziché per il bene. Come musicisti, naturalmente, abbiamo molta più esperienza alle spalle.
E state letteralmente costruendo un “palazzo per il popolo”, perché la musica funziona come un rifugio da questo mondo difficile.
Esatto! Hai colto in pieno!
Grazie! Sono anche curiosa di sapere come è andata la collaborazione con Mike Elizondo, una persona con un background piuttosto diverso dal vostro, e come ha influenzato la band e te in particolare come sezione ritmica.
Mike Elizondo è una persona incredibile. Un’altra caratteristica della nostra carriera è che abbiamo avuto un produttore diverso per ogni album. Abbiamo iniziato con i primi produttori, poi Greg Kurstin per il secondo, Dave Cobb per “Starcatcher”, e poi è arrivato il momento di questo album. Ci piace il modo in cui produttori diversi portano contributi collaborativi differenti; il produttore è quasi un quinto membro della band e richiede molta fiducia e saggezza musicale.
Abbiamo incontrato Mike la scorsa estate. Di solito portiamo in studio una canzone “bozza”, non del tutto finita, per testare il flusso di lavoro e l’intesa con il produttore. Con Mike abbiamo portato il brano “Touch Again” e in pratica l’abbiamo completato in un solo giorno. È stato un processo divertentissimo: ogni volta che rientravamo in regia ad ascoltare non c’erano appunti da fare, eravamo tutti entusiasti del suono che usciva dalle casse. Mike è bravissimo a dirti quando fare un passo indietro e lasciare spazio. Ha un vocabolario musicale vastissimo grazie ai tanti generi con cui ha lavorato.

Si sente chiaramente nell’album, è un lavoro molto sfaccettato e profondo. E per quanto riguarda la batteria? Jake ha definito l’album un’opera d’arte molto contemporanea: cosa significa questo per la batteria, uno strumento che oggigiorno potremmo considerare tradizionale, ma così versatile e indispensabile?
È una bellissima domanda, e da batterista mi fa molto piacere. Nella musica moderna si sentono ancora chitarre, pianoforte e archi, ma quello che non si sente quasi più è una vera batteria acustica o le percussioni. È tutto molto sintetizzato. La gente associa la musica moderna a un suono fortemente tecnologico, ma per noi “contemporaneo” riguarda la scrittura e i temi moderni, oltre che l’alta fedeltà. Per me la musica moderna ha un suono nitido e definito, quasi come l’IMAX al cinema, dove sembra quasi di poter toccare il suono. Fin dal primo giorno con Mike abbiamo stabilito di volere un suono ad altissima fedeltà. Usiamo ancora una vera batteria acustica registrata dal vivo con tecniche analogiche, ma sfruttiamo la tecnologia per ottenere sonorità estremamente nitide e potenti.
L’ingegnere del suono dell’album è Justin Francis, che lavora spesso con Mike. Ero un suo grande fan per il lavoro svolto sull’album “Revealer” di Madison Cunningham, un disco folk moderno che ha vinto un Grammy con un suono incredibile. Sapere che lui e Mike avevano lavorato a quel progetto mi ha reso felicissimo. Alcuni giorni arrivavo in studio prima proprio per lavorare con lui sui suoni di batteria e sperimentare insieme.
Ti faccio la domanda più semplice da chiedere, ma che immagino sia la più difficile a cui rispondere: qual è la tua canzone preferita dell’album?
Oh no! Certo, la gente lo vuuole sapere, no? Ok, dammi 15 secondi per scegliere il mio “figlio preferito”! Posso darti due risposte?
Certamente! Magari rispondimi anche dal punto di vista dell’esperienza di produzione, visto che hai condiviso con me tantissimi dettagli a riguardo
La prima è “Lost in the Golden”, che si trova a metà album. È stato un brano molto innaturale da scrivere per noi. È nato da un’idea di chitarra che avevo scritto io anni fa nel backstage di un concerto, d’ispirazione orientale. Dal punto di vista ritmico l’abbiamo trasformata completamente: sul ritornello il ritmo di batteria è soca, un ritmo caraibico. Abbiamo unito sonorità orientali, sudamericane e psichedeliche in un unico brano. Non ho mai sentito qualcosa di simile, eppure suona assolutamente in stile Greta Van Fleet. Eravamo fuori dalla nostra zona di comfort, ma anche Mike l’ha adorata subito.
L’altra mia preferita è “Saw You Stand”, perché è in assoluto il momento più silenzioso e intimo che abbiamo mai inciso. Nei pre-chorus ci sono solo la voce di Josh e il pianoforte: è così intima che si sentirebbe cadere uno spillo. L’abbiamo suonata in alcuni concerti nei club quest’anno ed è quasi spaventoso, perché i concerti rock non sono mai così silenziosi. Si sente ogni singolo rumore nella stanza, ed è questo che la rende così pericolosa e bella. Nel disco siamo riusciti a catturare quel momento di silenzio prima che esploda nel ritornello con un suono imponente.
Bellissimo, grazie per averlo raccontato. Vorrei essere stata in uno di quei club per sentire quel silenzio in “Saw You Stand”. Un’ultima domanda prima di salutarci: visto che mi trovo in Italia e non vedo l’ora che arrivi il vostro concerto a Milano, al Forum di Assago il 16 maggio 2027, devo chiedertelo: siete felici di tornare in Italia?
Entusiasti di venire in Italia! L’Italia è sempre stata fantastica con noi. Ricordo che nei primi tour europei guardavamo le date: club a Londra, club in Germania… e poi un piccolo palazzetto in Italia, perché per qualche motivo l’Italia ama alla follia il rock ‘n’ roll! Fin dai primissimi giorni abbiamo ricevuto un affetto enorme dall’Italia e gliene siamo davvero grati; è un posto bellissimo.
Siamo davvero orgogliosi di sentirlo! Grazie mille per il tuo tempo e per le tue bellissime parole, è stato un vero piacere intervistarti. So che sei molto occupato, quindi ti lascio andare. Grazie ancora!
Danny: Venite al concerto in Italia!
Assolutamente, non vediamo l’ora!





