Due anni fa in questo periodo, alle audizioni della diciottesima edizione di X Factor, un giovane gruppo del milanese si presentava con una citazione di Aldo, Giovanni e Giacomo nel nome e un’irresistibile cover di “Via con me” di Paolo Conte che avrebbe lasciato spiazzati giudici e spettatori. “Avete quel modo di coinvolgere, di tirare in mezzo il pubblico e di sbattervene le palle” aveva commentato Jake La Furia, “che è tipico delle persone che hanno imparato a suonare in strada”.

I Patagarri, in effetti, sono sempre stati questo. Francesco “Franky” Parazzoli (voce e tromba), Jacopo “Pino” Protti (chitarra), Daniele “Dani” Corradi (chitarra), Giovanni “Giova” Monaco (clarinetto e sassofono) e Arturo “Artù” Monico (trombone e percussioni), poi raggiunti da Nicholas “Sguanda” Guandalini al basso, si sono fatti le ossa nei mercati rionali di Milano. Poi sono arrivati sul podio di X Factor, hanno iniziato a fare tour sempre più grandi – arrivando anche all’estero – e sono saliti agli onori della cronaca, anche per chi non ha seguito il talent, al concerto del Primo Maggio, in cui la performance di “Hava Nagila” li ha buttati in un polverone che, come ci raccontano, li ha solo resi più convinti di questa scelta. Del resto i sei la prendono con filosofia, e anzi un po’ a ridere, come dimostra il contesto in cui li abbiamo incontrati: al Sziget Festival “Hava Nagila” la suonano ancora, così come “Bella ciao”, e entrambi i casi si scatenano tutti, italiani e non. “Siamo politici, ma il nostro live è una festa”, ci dicono i Patagarri, e dopo questa chiacchierata ne si capisce meglio il perché. 

Foto di copertina: Virgina Bettoja

Ciao e benvenuti su SpazioRock! Come state?

Giova: bene, molto bene.

Franky: stanchini, ma bene.

Com’è andato questo live al Sziget?

Giova: benissimo. È stato bellissimo. 

Franky: energia, polvere, sudore… 

Giova: …polvere.

Non è la vostra unica data all’estero…

Franky: ne abbiamo fatta una in Francia…

Giova: e poi una a Mendrisio che vabbé, è a cinque chilometri dal confine.

Pino: e poi un’altra a Bruxelles.

Come metro di paragone, come avete trovato questo festival e l’atmosfera che si respira qua?

Giova: sono situazioni difficili anche da paragonare, nel senso che a Bruxelles era un festival, diciamo, molto culturale; per esempio, dopo di noi ha suonato un gruppo basco, ed era un gruppo che voleva enfatizzare le musiche di vari paesi. In Francia c’era un altro bellissimo festival, un po’ diverso da questo, nel senso che questo è un festival completamente giovanile con tantissimi palchi e anche di livello internazionale. Quello in Francia era un festival comunque enorme, davvero molto bello. La cosa che ci ha colpito di quel festival è che c’erano un sacco di famiglie pronte ad ascoltare musiche anche un po’ di nicchia e tutte queste famiglie erano comunque prese bene. Comunque è un piacere andare, anzi uno dei nostri sogni è portare la nostra musica altrove, in altri posti, con persone comunque con gusti e culture diverse e vedere come reagiscono alla diversità della nostra musica.

I festival di solito sono anche contesti più frenetici, dove di base tu arrivi, attacchi e suoni. Come gestite voi l’adattarvi ai diversi contesti live?

Franky: dove ci metti ci metti, alla fine a noi comunque suonare piace sempre, come dicevamo anche prima, sia nei contesti più rustici, più intimi, più piccoli, sia ovviamente in quelli più grandi, più organizzati, però ecco, anche in quelli piccoli cerchiamo di adattarci al meglio. Abbiamo comunque a che fare con dei professionisti per quanto riguarda fonici, tecnici, chi allestisce, e molti altri che sono sempre da valorizzare.

Arrivate, sostanzialmente, dalla dimensione live, e come gruppo avete fatto una bella gavetta. Riuscite a riassumercela?

Pino: busking, ai mercati rionali tantissimo, poi matrimoni, compleanni, feste, poi adesso festival e poi tra un po’ stadi, tour mondiale.

Giova: primo live sulla Luna della storia!

Pino: diciamo che non siamo mai realmente “arrivati”: bisogna sempre studiare, cercare di migliorarsi sempre di più.

È poi è arrivato X Factor. Parlavo, poco fa, coi Little Pieces of Marmelade – che anche loro arrivano da un percorso simile – di com’è stato ritrovarsi catapultati nel contesto televisivo: per quanto riguarda voi, “Diavolo” è una canzone che avete scritto in quel periodo…

Franky: il testo, almeno, è stato scritto lì, cioè era scritto pensando un po’ a quella cosa. Ovviamente era un contesto a cui noi eravamo assolutamente estranei, non avevamo neanche, di fatto, guardato molte edizioni, non sapevamo neanche bene come funzionava. Noi siamo entrati con l’idea di chiedere più soldi ai matrimoni, poi è andata bene. Lì è una commistione di cose, quindi ci vuole fortuna, che vada bene coi brani che scegli, ci sono un sacco di variabili, quindi anche lì è molto strano. A noi, fortunatamente, è andata bene, quindi poi quando siamo usciti abbiamo avuto la fortuna di poter invece scrivere la nostra musica, pubblicare dei dischi. Era già la parte che comunque cercavamo di fare, ma c’erano sempre un sacco di cover e in mezzo ci mettevamo il nostro brano: se suoni al matrimonio, se suoni alla festa di compleanno, sei di accompagnamento, quindi avevamo un repertorio vastissimo di cover e in mezzo ci mettevamo qualche brano nostro. Adesso la figata è veramente potersi mettere lì, scrivere i nostri brani, i nostri arrangiamenti, i nostri testi, le nostre musiche, e quella roba è impagabile, speriamo di continuare a farlo per sempre.

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I Patagarri – Credit: Simone Cecchetti

Comunque direste che, per voi, uscire dalla “bolla televisiva” è stato positivo.

Franky: be’, sì, per noi è stato comunque un trampolino molto importante. Poi ovviamente a ripensarci ci sono un sacco di cose che sono brutte, perché sei nella televisione, però anche lì hai a che fare con dei super professionisti, anche la gente che lavora all’interno del programma… in realtà sono dei tranquilloni, molto spesso ci abbiamo anche fatto amicizia. Ovviamente poi se riguardi le cose, se vedi le sponsorizzate che ci infilano dentro, un po’ ti viene la pelle d’oca, però l’abbiamo fatta, indietro non si torna.

Hanno fatto scouting per portarvici?

Giova: hanno fatto scouting, quando suonavamo in strada.

Com’è andata questa cosa?

Franky: niente, ci hanno scritto su Instagram dopo averci visti… a Brera?

Pino: a Brera.

Vi hanno chiesto “vi va di fare un provino?”, una cosa del genere?

Giova: esatto. All’inizio avevamo detto di no.

Franky: eravamo un po’ dubbiosi, non sapevamo neanche noi, perché appunto era un contesto molto lontano dalle nostre corde.

Cosa vi ha fatto cambiare idea?

Giova: Arturo che ha rotto le scatole [ride, ndr].

Pino: be’, Arturo era molto propenso ad andare, in realtà. 

Franky: mandava i vocali del suo insegnante, di sua madre, dei suoi parenti…

Giova: esatto.

Franky: però fortunatamente l’abbiamo ascoltato, e direi che comunque… è stato molto stressante, ma è stata anche una bella esperienza.

Pino: e da rifare… ma diciamo una volta, le cose belle si fanno una volta.

E qualche mese dopo siete finiti su tutti i giornali per la storia del concerto del Primo Maggio. 

Giova: ah, yes.

Personalmente ho apprezzato l’esibizione, ma penso ve l’avranno detto tutti…

Pino: tutti sicuramente no, però tanti sì.

Franky: delle minacce di morte…

Giova: a Tel Aviv non erano contentissimi.

Mi riferivo più agli addetti ai lavori, in effetti.

Franky: non ci hanno richiamati al Primo Maggio dell’anno dopo [ride, ndr], però noi lo rivendichiamo, cazzo. In un momento storico del genere, in cui stanno avvenendo quel tipo di cose, se hai quel tipo di spazio lì, quella tipo di visibilità lì… cioè, poi ovviamente dipende sempre da ognuno. Se tu te la senti di farlo, è giusto che tu lo faccia. Se non hai cazzi va benissimo anche così. Però noi… comunque “Hava Nagila” era un brano che già suonavamo da prima, ma da quando abbiamo scoperto la storia del brano: suonavamo ancora nei localini, era anche prima di X Factor. Ci abbiamo unito “Palestina Libera” sopra, in maniera che fosse proprio palese che non siamo dei sionisti schifosi. E poi, ovviamente, ai nostri concerti, anche dopo X Factor, l’abbiamo sempre fatto, e quando ci si è presentata l’occasione del Primo Maggio, abbiamo detto “facciamola anche qua”. Cioè, anche se non è un pezzo nostro, comunque è un messaggio che noi dobbiamo mandare e che rivendichiamo. E visto come stanno andando anche adesso le cose, Cristo santo, siamo contentissimi di averlo fatto.

Giova: mi fa rabbia che, nonostante ci siano mille messaggi… cioè, in tanti artisti si sono espressi, però sembra intoccabile questa cosa di…

Franky: di Israele.

Giova: di Israele, sì. Cioè, una mezza sanzione non si può proprio fare, eh? Diciamo che qualcuno al governo è un pisciazza.

Avete ricevuto supporto da parte di altri artisti, musicisti?

Pino: dai musicisti? No.

Franky: dai musicisti pochini, però comunque…

Giova: [Valerio] Lundini sì.

Franky: e c’era qualcun altro…

Giova: be’, musicisti, io non me li ricordo.

Franky: però poi in realtà, piano piano, si sono esposti in tanti. Quando vedi che l’esposizione era veramente quella, cioè… anche non esporsi è diventato un po’ vergognoso. Soprattutto se sei gente super grossa, infatti poi anche Vasco… c’è stata, da quel punto di vista, una bella esposizione. Noi l’abbiamo fatto, ma non è che cercavamo…

Giova: anzi, noi pensavamo… cioè, io personalmente non volevo fare quel brano al Primo Maggio. Non perché non ero d’accordo, ma perché pensavo lo dicessero tutti. Dicevamo, sprechiamo uno dei tre brani che facciamo, una visibilità incredibile…? 

Franky: e invece nessuno. 

Giova: invece nessuno. Era il Festivalbar.

Davo per scontato che aveste ricevuto il supporto degli altri artisti della line-up.

Franky: comunque quando siamo scesi c’era gente che ci stringeva la mano, che diceva “grandi che l’avete fatto”.

Giova: sì, dietro le quinte sì.

Franky: dietro le quinte di brutto. Poi, appunto, a noi ha stupito un po’ questa cosa, che durante il concerto non c’è stata… cioè, non un grosso messaggio, ma neanche… che cazzo ne so, siamo in Italia: sulle morti sul lavoro, che ce n’è praticamente una al giorno, e sei al concerto del Primo Maggio, qualcuno che dica qualcosa… si è un po’ persa quella cosa. Però, appunto, ci sono comunque gruppi e gente che porta avanti i propri ideali, anche attraverso la musica. Ce ne sono ancora, e speriamo che ce ne siano sempre di più.

È anche interessante come voi coniughiate il vostro essere molto impegnati, da questo punto di vista, con il non prendersi sul serio. A partire dal vostro nome…

Franky: anche nelle canzoni stesse, tipo “Il camionista” o “Il pollo”. Cioè, sono di fatto un po’ storielle anche divertenti, che se uno le sente così può viversela solo come storiella divertente. Se hai la mente un po’ allenata, l’orecchio un po’ preparato, ti rendi conto – o almeno noi lo speriamo – che dietro c’è un certo tipo di messaggio. Però senza andare a fare i maestrini, a far la morale.

Giova: anche perché dalle interviste sembra che… [ride, ndr] siamo politici, ma in realtà il nostro live è una festa.

Dopo questo tour – in cui siete stati e sarete all’estero – c’è un posto dove vorreste suonare, in cui non siete mai stati?

Giova: Giappone! No, abbiamo in mente delle cose, adesso vediamo se riusciamo a farle. 

Franky: ma soprattutto, quello che riguarda il futuro è il nostro prossimo disco!

Cosa? Cos’è, un’esclusiva?

Pino: potete acquistarlo su tutte le piattaform—no, scherzo, non l’abbiamo ancora fatto.

Giova: però forse, in Giappone…

Franky: e anche quello che dicevi sulla Luna.

Giova: ah, minchia, la Luna.

Franky: è in programma, arrivare sulla Luna, nel 2027 dovrebbe succedere. Perché la gente si è talmente rotta i coglioni…

Aspettiamo che Elon Musk ci mandi un razzo senza farlo esplodere?

Franky: no, col cazzo, non esageriamo! Ci andiamo per conto nostro [ride, ndr].

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