Qualcuno direbbe che “dalla provincia ai palcoscenici televisivi” è l’emblema delle storie di successo, un percorso dall’esito sempre e comunque positivo. I Little Pieces of Marmelade, che da quell’iter ci sono passati, si permettono di dissentire. Daniele “DD” Ciuffreda e Francesco “Frankie” Antinori hanno iniziato a suonare assieme per un incontro fortuito e hanno continuato spinti dall’amore in comune, totalizzante e famelico, per la musica rock; poi sono finiti sul podio di un talent show facendo di necessità virtù, ed è stato solo dopo un periodo di disorientamento che sono riusciti a trarne le somme. Adesso li incontriamo reduci dal Light Stage del Sziget Festival, dove hanno conquistato un cospicuo numero di sconosciuti con un’esibizione che sembra stare a metà tra un ritorno alle origini e l’aprirsi di nuove prospettive, tali da poter contare su un’altra cultura del live, su spettatori per i quali il sound è tutto ciò che occorre per scoprirsi fan. Il Sziget è stato l’esordio fuori dall’Italia dei Little Pieces; ma questa data, per i due, potrebbe essere la prima di una lunga serie.

Foto di copertina: Henry Ruggeri

Ciao e benvenuti a SpazioRock! Come state?

DD: molto bene, è stato un viaggio bellissimo per venire fino a Budapest. È stata un’accoglienza molto, molto bella: bella gente, abbiamo suonato, è stato figo, le persone erano partecipi.

Quando siete partiti per venire qua? 

Frankie: siamo partiti ieri, siamo arrivati ieri pomeriggio.

Capito. Per l’appunto, siete giusto reduci di questo live al Sziget: come vi sentite? Vi aspettavate questa accoglienza da parte del pubblico? Com’è stato, concretamente, rispetto alle vostre aspettative? 

DD: ma io di aspettative non ne avevo, sinceramente, perché comunque sai, suonando alle due di pomeriggio ti aspetti, che so, magari il vuoto. Invece c’erano comunque abbastanza persone, ed erano le due, quindi io sono contento. Tu, Frankie? 

Frankie: sono felicissimo, siamo felici. Il pubblico è giusto, è quello che vorremmo sempre, questo pubblico qua.

È anche la prima volta al Sziget per entrambi.

DD: prima volta al Sziget, prima volta all’estero anche, quindi diciamo che come prima data è figo.

Vi aspettavate anche tutti questi italiani?

Frankie: sono un botto, ce n’erano anche, credo, di Budapest, non lo so, o altre parti del mondo, quindi c’era un bel flusso di persone. Boh, che dire, io sono veramente contento. 

Una domanda più “di retroterra”. Premessa: un paio d’anni fa, proprio qui, ho parlato con un vostro conterraneo, un certo Naska…

DD: Diego, certo.

…che mi ha detto che una sfida nel fare musica “aggressiva” dal punto di vista sonoro era anche il luogo in cui è cresciuto, che non c’erano le persone giuste. Vi rispecchiate in questa cosa? Che cosa vi ha spinti, crescendo, verso questo tipo di musica? 

Frankie: mi ricollego un po’ al discorso di Diego, perché, comunque sia, in provincia c’è solo… odio. C’è solo piacere per le cose brevi, immediate, per quello che ti gratifica nel breve periodo. È difficile costruire una carriera, con qualcosa che ti piace; sembra più difficile, anche se poi magari non lo è. E quindi noi non abbiamo mai guardato quello che non c’era, abbiamo guardato quello che c’era: io, lui, musica, passione. Queste cose hanno fatto sempre parte della nostra vita, crescita personale, artistica. Non ci siamo mai concentrati sul negativo delle nostre zone; poi, se ci pensi, certo, è molto facile cadere nel buio, però diciamo che la musica ci ha sempre spinti verso l’alto.

Avete iniziato in maniera molto spontanea, quindi: come vi siete conosciuti? 

DD: ci siamo conosciuti a un compleanno di un amico mio, che ora è uno chef stellato. Eravamo a casa sua; eravamo piccoli, avevamo lui quattordici anni, io quindici. E da lì abbiamo iniziato a suonare, prima con un altro progetto, poi piano piano siamo rimasti in due. È la fame che ci ha fatti iniziare a suonare. Non era tanto un “facciamolo così per farlo”, ok? Cioè, noi abbiamo proprio fame di fare questa roba. E sicuramente avere questa fame ti fa fare anche questo tipo di genere musicale, secondo me. Cioè, non è una fame qualunque. E chiaramente avere così tanta fame ti fa essere anche un po’ rabbioso, magari, sul palco, no? 

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I Little Pieces of Marmelade al Sziget Festival 2026 – Credit: Henry Ruggeri

E poi è arrivato X Factor. È vero che voi non volevate inizialmente farlo, che vi hanno “reclutati” tramite talent scouting, e poi avete cambiato idea?

Frankie: oggi il sistema discografico fa un po’ questo. Cioè, gli scout iniziano il loro lavoro su Instagram, sui social, e lì vedono chi più o meno può essere appetibile per un programma TV prima e per una carriera discografica dopo. Se fai come vogliono loro, però. Noi siamo stati reclutati, siamo piaciuti per quello che eravamo, quindi per noi è stato semplice. È stata una passeggiata molto divertente: abbiamo avuto sempre spazio per fare i nostri brani, scritti da noi, e le cover – quando bisognava farle – che volevamo noi, quindi super divertente. Solo che quello non è il sistema giusto, secondo noi. Non è un sistema che può far crescere un artista. 

DD: bisogna pure puntualizzare che comunque noi eravamo in un periodo di Covid: era tutto chiuso, non si poteva suonare, quindi quando ti chiamano al telefono e ti dicono “vuoi fare i provini? Sai, ci sono gli inediti!” pensi “ah, cazzo!” e inizi a dire “beh, quasi quasi”. Non si poteva suonare, quindi abbiamo detto “ma perché no? Andiamo in televisione”. Ci abbiamo provato, siamo andati; sicuramente quella non era effettivamente la nostra strada. Ci è servito comunque per aprirci un po’ le porte, perché chiaramente ti si aprono, però devi fare una scelta: o intraprendi quel mondo lì e devi essere sempre a cavalcare l’onda, o scegli la strada nostra che è più dura, più lunga, più faticosa, ma che ti porta molti, molti, molti più frutti e più risultati, secondo me. 

Ultimamente è venuto fuori l’argomento del “dopo”, di come per diversi artisti usciti dai talent spesso non corrisponda alle aspettative. Per voi il “dopo” com’è stato? 

DD: eh, il dopo è stato terrificante, no? Non brutto, terrificante. Cioè, quella bolla inesistente ancora c’era, quindi tu per uno o due anni sei ancora in quella bolla e non capisci niente. Sei completamente accecato da quello che ti hanno insegnato in quei mesi, ok? Ma siccome noi avevamo dieci anni di gavetta alle spalle, prima di fare X Factor, quella cosa lì ci ha salvati. Per noi è stata dura, però piano piano abbiamo capito qual è la nostra strada. Ecco perché ti dicevo che è più lunga.

Ma magari per voi è quella giusta…

DD: sì, perché noi siamo soddisfatti di suonare questa roba qua. 

Siete ritornati un po’ a quello che vi ha spinti a fare musica prima? 

DD: sì, sì.

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I Little Pieces of Marmelade al Sziget Festival 2026 – Credit: Henry Ruggeri

Parlando di testi: voi ne avete sia in italiano, sia in inglese, ma principalmente in inglese. C’è qualcosa che vi spinge a usare una lingua piuttosto che l’altra?

DD: non abbiamo limiti su questo: noi scriviamo in italiano da quando eravamo piccoli, in realtà, poi abbiamo lasciato questa cosa. Però chiaramente l’inglese per noi è più musicale, quindi è anche più sonoro. L’italiano, ovviamente, è cacofonico a volte, quindi se non scrivi una cosa bella… 

“Cacofonico” in che senso?

Frankie: a livello sonoro, magari, è un po’ più ostile rispetto all’inglese. 

DD: esatto. Per il nostro genere, forse.

Frankie: per il nostro genere, per quello che facciamo. Però adoriamo l’italiano. Però, chiaramente… non lo so, vedremo.

Quindi nel processo creativo vi viene più spontaneo scrivere in una lingua rispetto all’altra.

Frankie: dipende anche dalla musica che hai fatto. Cioè, se quella musica ti trasmette l’italiano, perché no? Invece se magari senti che “questo pezzo è in inglese, dai”, lo senti. Noi non abbiamo veramente paletti in queste cose. 

Domanda finale di rito (specialmente per chi suona qua): che prospettive avete per il futuro? C’è un posto in particolare dove vorreste suonare? Può essere ovunque nel mondo. 

DD: be’, dai, Inghilterra, anche la Germania sarebbe bella. 

Frankie: Main Stage allo Sziget!

DD: Main Stage allo Sziget, chiaramente. 

Frankie: la prospettiva è quella; è che, molto umilmente, sentiamo di voler suonare nei posti più belli, dove suona meglio, dove c’è più pubblico e dove possiamo sfogarci di più, insomma. Quindi la prospettiva è suonare davanti a sempre più persone, in contesti sempre più simili a questo. In Italia dormono, in Italia stanno a dormire! In Italia non c’è molta speranza. La nostra prospettiva è di cambiare il sistema anche un po’ di ascolto della musica in Italia. Il passaparola che c’è in Italia, secondo me, è un po’ da provinciale, del tipo “ah questi dicono che quello è figo”, “bello, allora lo penso anch’io”. Invece oggi ci siamo trovati veramente un pubblico nuovo, un pubblico che è venuto tutto sotto palco perché stavamo facendo le note giuste. Non perché eravamo quelli o quegli altri, capito? 

Insomma, Budapest è solo l’inizio… 

Frankie: questo è solo l’inizio. It’s a long way to the top if you wanna rock and roll. 

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