Il più delle volte, sull’isola di Óbuda, non succede un granché. Meno spettacolare della vicina e turistica Isola della Margherita, óbudai-sziget è, per cinquantuno settimane l’anno, una grande area verde come ce ne sono tante, scelta dai cittadini di Budapest per una passeggiata più tranquilla che fotogenica. Ma ogni agosto dal 1993 a questa parte (escluso il biennio della pandemia) l’isola si trasforma, per una manciata di giorni, in una piccola città-stato, con cittadini temporanei provenienti da tutta Europa. I valori nazionali: musica (di ogni genere), arte (di tutti i tipi, dal circo alla danza agli show di drag queen) e libertà di espressione. Ci sono workshop di murales e lezioni di yoga, centri di slam poetry e dibattiti politici. Nonché, naturalmente, una generale voglia di far baldoria.
Quest’anno il Sziget ha visto 360mila ingressi giornalieri e più di cento Paesi coinvolti, stando agli organizzatori. È stata un’edizione particolarmente difficile, segnata dai cambiamenti gestionali (l’uscita di scena di KKR, società d’investimenti statunitense che aveva in mano il festival da diversi anni) e dal ritorno del fondatore, Károly Gerendai, che ha riportato il festival alla sua originaria indipendenza. Ci sono state travagliate trattative col comune per rinnovare la concessione dell’isola; per un po’, a fine 2025, si era parlato di cancellazione. Eppure il festival si è fatto – pur con quattro mesi di ritardo nella vendita di biglietti, nonché un giorno “ufficiale” in meno, sostituito da due date “zero” e “meno uno” ben più modeste –, per la gioia in primis degli avventori abituali. Sziget, in ungherese, significa “isola”, ma è nata soprattutto con l’idea di essere un’utopia, e in trentatré anni è senz’altro diventata, per i suoi avventori, un rifugio da ogni fardello e inibizione. È sempre difficile descriverlo a chi non ci è mai stato, ma noi ci proviamo lo stesso.
Sziget 2026: il live report
- Giorno 1 — Guitar music was never dead
– Sombr - Giorno 2 — Per non sentire la paura
– Twenty One Pilots - Giorno 3 — La lunga strada
– Florence and The Machine - Giorno 4 — Piccoli moshpit crescono
– Bring Me The Horizon - Giorno 5 — Una cosa che mi sta a cuore
– Elefánt

Giorno 1 — Guitar music was never dead
L’atmosfera della “città” si respira non appena arrivati. Ne abbiamo già parlato – i palchi diversi, il viavai continuo –, eppure ogni volta si scova sempre qualcosa di nuovo. Sulla via principale passa un uomo orchestra su un triciclo da carico steampunk, poco più in là due italiani fanno una cover acustica di “Mamma Maria”; vicino al campeggio principale, chi scrive viene salutata da ragazzi in cosplay da assistenti di volo, mentre un gruppo di amici gioca a pallavolo in una grande area attrezzata per gli sport.
Certo, si respira anche moltissima polvere. L’isola subisce ancora un forte stress ambientale — Budapest ha giusto sofferto un’ondata di caldo estrema, il Danubio è sceso ai minimi storici. Ne risultano la sospensione del servizio barca che collegava Jászai mari tér (nel centro città) al festival e, per l’appunto, un’aridità senza precedenti. Ringraziando di aver portato mascherine a sufficienza che ci salveranno dalla sinusite, ci dirigiamo al palco principale per ritrovare i Bad Nerves a distanza di due anni dalla nostra chiacchierata. Tra oggi e allora c’è un abisso, soprattutto per come gestiscono il palco: in un’ora travolgono tutti senza difficoltà, poi si congedano con una frase di speranza, contro il pessimismo dei primi tempi — “Guitar music was never dead!”. Forse le sfide ci sono ancora, ma c’è anche uno con la maglia degli Slayer che sta pogando tutto sorridente accanto a una ragazza ricoperta di glitter con un unicorno fissato sul bastone di un mocio, e scusate se è poco.

La guitar music, comunque, la fa da padrone. Sempre sul Main Stage i Wolf Alice, che è piuttosto strano vedere in uno slot pomeridiano e senza orde di fan (giusto a luglio erano headliner al Finsbury Park londinese), sono una garanzia. Ellie Rowsell è in stato di grazia, e che si tratti della delicatezza di “Just Two Girls” o delle rabbiose “Yuk Foo” e “Play the Greatest Hits”, ce le regala con quello charme tutto suo con cui ci incanta in una performance mozzafiato e poi la dissacra con qualcosa di buffo (segnaliamo il finale di “Last Man on Earth” rotto da un urletto per una vespa, nonché il suo assicurarci che “I’m having a little wardrobe malfunction, I’m not squeezing my tit”). Al Revolut Stage, secondo palco più grande dell’isola, le Lambrini Girls sono una rivelazione. Grezze come il loro punk, politiche come solo il videomessaggio dei Kneecap dell’anno scorso (la destra estrema e il partito di Viktor Orbán vengono mandati a quel paese a caratteri cubitali); un discorso della batterista Misha Phillips per la comunità transgender è accolto con applausi sentiti (“è un momento cruciale perché chiunque abbia un senso di decenza si batta per noi”). Dopo aver fatto correre in cerchio la folla per un’ora, anche Phoebe Lunny e Selin Macieira-Boşgelmez si buttano nella mischia: non le conosceva quasi nessuno, ma a guardarle così sembrano circondate da fan di una vita.

In serata Sombr mette su uno show da rockstar fatta e finita, con tanto di entrata in scena stereotipica (arrivare in un van pieno di ragazze fa abbastanza ridere, benché sia carino l’omaggio alla più famosa Zara Larsson, che suonava prima di lui). L’attitudine da gradasso è presto smontata dall’incredulità nel trovarsi headliner del suo primo festival europeo, momento a cui fa seguito un pezzo, “My Body Isn’t Ready”, cantato con viva commozione. Ha le movenze giuste, suona la chitarra, è accompagnato da una band che presenta nome per nome. Peccato che i più interagiscano con le sole hit virali, ma del resto è giovanissimo (ventun anni) e avrà modo di costruirsi una musicianship solida. Intanto in molti dopo di lui se ne vanno a casa, noi abbiamo già omesso di raccontare qualche altro live (segnaliamo i tedeschi Avralize al The Buzz e l’australiano Kim Dracula al Revolut) e siamo solo al primo atto.
Giorno 2 — Per non sentire la paura
Nella punta settentrionale di quest’isola nel Danubio c’è un palco di creazione nostrana. Presente dal 2016 e curato da Alternativa Events, il Light Stage negli anni è diventato il ritrovo indiscusso della grandissima community italiana del Sziget; tant’é che Emma Nolde arriva convinta di parlare a una platea di stranieri e – come sempre accade – rimane stupita dal fatto che la conosciamo quasi tutti (“Uno dice “vado a suonare all’estero”, e poi sono tutti italiani!”). Il set è una meravigliosa selezione dei suoi tre album, riarrangiata in acustico per l’occasione; lei è emozionata, ringrazia più volte i suoi musicisti e il suo guitar tech (“daje Giulio”, risponde il pubblico) e nell’aria aleggia una certa tenerezza, come di un ritorno a casa. “Ci sono giorni in cui non riesco a reggere tutte le notizie di merda che sento. Non è facile e ci ho scritto su un brano” spiega in inglese, prima di proporre, in “Siamo in tanti”, il suo rimedio alle bruttezze del mondo: “Chi per non sentire la paura odia / chi per non sentirla scappa altrove / Io per non aver paura canto una canzone”.

Al Main Stage anche i Giant Kooks sono raggianti e ben rispecchiano l’atmosfera festaiola ed estiva dell’intero set, con Frederik Rabe che salta da un lato all’altro del palco facendo ballare anche il pubblico piazzato lì per le band a seguire. Un rock più eclettico ci è offerto dai magnifici Biffy Clyro – anche loro, come i Wolf Alice, reduci dal Finsbury Park –, accolti da una vasta fanbase con merch al seguito. Lo show è dinamico, con continui scambi di posto tra Simon Neil e le violiniste Annemarie McGahon e Ailbhe Catherine (anche dette “Biffy Strings”), e una generale maestria che fa dimenticare persino il fatto che dal Sziget non si veda l’eclissi solare. In questo momento in Europa occidentale sono tutti fuori con gli occhialini d’ordinanza; qui abbiamo spettacoli di altro tipo; tra i presenti che ondeggiano a ritmo c’è un signore che indossa un cappello a forma di attributi maschili con una parrucca. Tutto nella norma.
Mentre gli scozzesi terminano il live, chi scrive si allontana dal palco e, proseguendo oltre l’estensione del parterre (chiamata “Main Square” sulla mappa), oltre la ruota panoramica e per una stradina piena di bancarelle, s’imbatte nel Budapest Park. Venue a sé stante, da anni sede di altri concerti estivi nella metropoli, quest’anno ha stretto una collaborazione col festival – del quale è anche investitore – per dare nuova centralità alla scena locale. Stavolta le band ungheresi sono davvero tante: sul palco adesso ce ne sono due assieme (i Bohemian Betyars, un sestetto folk-punk, e i Parno Graszt, un ensemble di musica rom), acclamate da un forte boato. Pur considerando la massiccia presenza di szitizen internazionali, gli ungheresi compongono più della metà dei presenti, e rappresentarli nella lineup è una scelta tanto giusta quanto interessante.

In serata i Twenty One Pilots rispettano e superano le aspettative, dandoci uno show che lascia a bocca aperta, più che per effetti scenici di sorta, perché loro in primis sono spettacolari, e al solito molto appassionati di parkour. Ad attenderli un pienone che supera di gran lunga il primo giorno, preannunciato dalla massiccia presenza di ragazzi con nastro adesivo rosso sui vestiti. Tra i tanti momenti degni di nota: Josh Dun che si arrampica su un’impalcatura mostrando la scritta “Sziget” sul didietro, Tyler Joseph che fa salire sul palco un imbarazzatissimo steward per un improbabile duetto su “Ride”, e l’ottima e ormai nota cover di “Seven Nation Army” presentata dal videomessaggio/benedizione di Jack White. Si penserebbe che per oggi sia tutto, ma all’una e mezza di notte, al Revolut, c’è un’ultima sopresa — i Tomora, supergruppo formato da Aurora e Tom Rowlands dei Chemical Brothers. Accompagnati dalla vocalist Amalie Holt Kleive, i due presentano uno show in cui “tutti sono benvenuti” e che risulta un esperimento sonoro-visivo, urgente e psichedelico (l’intera performance di “Ring the Alarm” – o era “bring me love”? – ne è una dimostrazione). C’è già un album (“Come Closer”, uscito ad aprile), e chissà cosa combineranno più avanti.

Giorno 3 — La lunga strada
Il Sziget è una città che non dorme mai, perciò non stupisce che il Light Stage, alle due del pomeriggio, sia già circondato da curiosi. Di sicuro trovano pane per i loro denti, dapprima coi marchigiani Little Pieces of Marmelade, un po’ dei Royal Blood italiani (oltre alle somiglianze sonore, sono un duo che fa per quattro) in cui è il batterista a cantare; in un attimo tirano dentro moltissima gente senza interagirci granché, ma per tutti la musica basta e avanza. Poi i Patagarri – sestetto jazz-swing milanese – mettono su una sorta di grande festa, attirando nuovamente uno stuolo di italiani che già li conoscono, ma anche un manipolo di stranieri che osservano, con aria stupefatta, questo momento di “provincialismo” in grande, che pure è una parte fondamentale del Light Stage. Poi sentono la cover di “Bella ciao” (che ben riassume l’equilibrio tra impegno politico e attitudine scanzonata del gruppo) e si uniscono, se non al coro, senz’altro alle danze. In entrambi i casi siamo davanti a band che, seppur passate da X-Factor con ottimi risultati, si sono formate direttamente suonando dal vivo — “la lunga strada”, come ce l’hanno descritta i Little Pieces (in un’intervista presto in arrivo).
I Patagarri non sono l’unico sestetto che sentiamo oggi. Al Revolut Stage, nel tardo pomeriggio, i Black Country, New Road iniziano con pochissima gente ad attenderli e finiscono col tendone decisamente più pieno e applausi scroscianti. Impeccabili ed emozionanti, ancora una volta la sensazione è che starebbero benissimo in un tour nei teatri — del resto i crescendo di “Forever Howlong” fanno sempre venire la pelle d’oca. C’è anche un brano nuovo in scaletta, “Strangers”, che i sei hanno scritto per l’album di beneficenza “Help(2)”, di Warchild Records (nella tracklist, tra gli altri: Arctic Monkeys, Depeche Mode e Beth Gibbons). “Non dimenticatevi di Gaza, continuate a parlarne, e Palestina libera” ci esorta Tyler Hide in un raro momento di interazione col pubblico — peraltro il secondo di questa edizione (dopo le Lambrini Girls) dedicato alla causa palestinese sul “palco b” del Sziget.

In serata (dopo un Lewis Capaldi degno di nota) l’accoglienza riservata ai Florence and the Machine fa pensare che siano tutti persuasi di essere andati a vedere una cantante solista. Certo, la formazione negli anni è cambiata parecchio (anche se Isabella “The Machine” Summers rimane una colonna portante del gruppo). Ma soprattutto la presenza scenica di Florence Welch, con il suo abito rosso fuoco come i suoi capelli e le sue danze ipnotiche, la fa sembrare una sorta di sacerdotessa della musica davanti alla quale tutti urlano in estasi (“Everybody Scream”). Alcuni pezzi dei primi tempi sono cantati in modo leggermente più sommesso: d’altronde Florence ha quarant’anni e non più venticinque, perciò fa bene a preservare la voce e risparmiarsi sugli acuti da banshee, a maggior ragione in un tour che si estende dai primi di luglio alla fine di agosto. Il carisma sul palco compensa ampiamente la catarsi sonora e ci lascia con la solita sensazione di euforia, anche grazie all’esortazione finale ad “abbracciare la persona che avete appena conosciuto” e abbandonare i telefoni. Quasi tutti obbediscono: c’è speranza, dunque.
Giorno 4: Piccoli moshpit crescono
La penultima giornata inizia ancora al Light Stage – dopo i Martini Police, che chi scrive non è riuscita a vedere, ma consiglia – con i Vaeva, band brianzola tanto giovane (classe 2005) quanto sicura di sé. I cinque, che stanno sui palchi in giro per l’Italia da parecchio tempo, si fanno trovare preparati e per nulla intimoriti anche davanti a un pubblico stranamente disomogeneo per nazionalità. La frontwoman Sara Nobili ha una presenza scenica che fa invidia a molti musicisti assai più navigati e che compensa anche le imperfezioni tecniche; inarrestabile sul palco, esorta continuamente il pubblico in un ottimo inglese, riuscendo a indire un pogo inizialmente esitante, forse perché i partecipanti non si aspettavano di correre come matti in un set piuttosto leggero (bisogna pure menzionare la scelta della band di trasformare “Etciù” in un momento da cicle pit). Il loro è un set che rinfresca nella calura sempre più prepotente dell’isola, e che fa molto ben sperare per il futuro.

Si torna di corsa al Main Stage e si riprende a saltare con Karen Dió, brasiliana di nascita e londinese d’adozione. Si presenta con un’ottima band che rende giustizia a una proposta pop-punk dagli ovvi richiami a quello che passava in radio un paio di decenni fa (“Free Yourself” sarebbe potuta essere la pubblicità dell’iPod insieme a “Are You Gonna Be My Girl”), ma che in questo live riesce comunque a risultarci fresca, probabilmente grazie all’ottima performance della cantante. Dió, che prima della carriera solista aveva un’altra band, non è per nulla intimorita da un pit già piuttosto pieno (soprattutto di fan in pole position per gli headliner) e anzi raduna nuovo pubblico, andandogli incontro sulla passerella con un sorriso contagioso. Tutti i pezzi sono in inglese, ma la bandiera brasiliana è tenuta alta dalla cover di “I Wanna Be” della connazionale Pitty, che fa seguito a una cover più aggressiva di “Casual” di Chappell Roan.
Ma tutto questo dimenarsi nel parterre era solo un preludio agli headliner della serata. Sarà lo stupore dato dal non averli mai visti prima dal vivo, ma è difficile descrivere il set dei Bring Me The Horizon con una parola che non sia “indimenticabile”. Un concerto che davvero è definibile un’opera immersiva, grazie a musica, visual, scenografia ed effetti speciali, nonché un muro sonoro devastante. In un paio di minuti i circle pit si aprono nel parterre come voragini (le riprese aeree pubblicate dal Sziget fanno una certa impressione), e persino il pubblico del settore VIP si dimentica il cellulare per qualche minuto (salvo per l’ovvia “Can You Feel My Heart?”, peraltro ormai talmente celebre da essersi fatta meme). Va detto: c’è un uso dell’IA per simulare sui maxischermi la trasformazione di Oli Sykes in licantropo, che rimane per i fan piuttosto controversa (e ironica, per un tour che parla di deumanizzazione). Un po’ un peccato, peraltro, il fatto che sia una band così incentrata sul suo frontman – per quanto eccezionale –, perché in questo tripudio scenografico si è visto solo lui; c’è da dire, d’altronde, che è l’unico membro fondatore rimasto, idolatrato a livello spirituale. Il picco di estasi messianica si raggiunge quando scende dal palco per toccare le mani dei fan e provare i loro occhiali da sole: menomale che stavolta nessuno gli ha offerto in sacrificio il proprio telefono in testa (è successo davvero, e il povero Oli Sykes ne ha rimediato una commozione cerebrale. Qualcuno direbbe “metal”, ma meglio evitare).

Giorno 5 — Una cosa che mi sta a cuore
Dopo il terremoto di ieri, il Sziget si chiude con una giornata ben più tranquilla (a meno che non siate venuti per la musica elettronica — in tal caso c’è Skrillex al Main Stage, di ritorno dal 2024, per un’ultima dose di caos). Al Light Stage, in un raro momento di non-italianità, i Faeda, dalle Highlands scozzesi con furore, sono un altro gruppo giovane ma tutt’altro che inesperto (alcuni di loro, in adolescenza, avevano un altro progetto che li ha portati ad aprire per Sam Fender). I quattro portano ai non pochi presenti un po’ di indie rock tanto caro in terre britanniche; il patriottismo si vede – letteralmente, sul kilt del frontman –, ma le influenze sono variegate (Royal Blood e Blink-182, tra gli altri) e il pubblico veloce a radunarsi sottopalco. Poi, mentre sullo stesso palco cmqmartina, anche lei brianzola come i Vaeva, porta console, basso e chitarrista per un set accolto in partenza da alcuni fan appassionati, al Revolut torniamo in UK con i Cassia, che arrivano da Manchester, ma ad ascoltarli forse non ci credereste. La loro proposta, un misto di indie scanzonato e ritmi africani, li collocano più vicini a connazionali come i Glass Animals, e infatti anche qui è impossibile non ballare. Il pubblico si distribuisce equamente lasciandosi ampio spazio di manovra, alzando le braccia e sparando bolle di sapone, e per un attimo si coglie un fotogramma della “popolazione autoctona” nel suo insieme: un trentenne con la maglia dei Biffy Clyro e un cerchietto con le stelline, parecchi ventenni con bucket hat ne livelli variabili di glitter sul viso, una signora con un marsupio a forma di fenicottero rosa. Nonché diverse persone in sedia a rotelle o con le stampelle, perlopiù in transenna, senza il bisogno di una sezione a parte (e comunque il Sziget ne ha dedicata una alla sensibilizzazione sulle disabilità — la XS Land, vale la pena andarla a vedere).

Si rallenta il ritmo con Dressed Like Boys, side-project del belga Jelle Denturck (frontman di una band, i Dirk, attualmente in pausa). Il progetto, nato per concentrarsi su un’introspezione malinconica, in netto distacco dalla rock band di provenienza (un po’ come la parentesi solista di Conor Mason dei Nothing But Thieves) ha con un paesaggio sonoro che attinge a piene mani da David Bowie ed Elton John, con una resa live davvero eccellente, e testi incentrati sull’esperienza queer. Il brano conclusivo, “Stonewall Riots Forever”, sta “molto a cuore” a Denturck, il quale lo presenta narrando l’evento che nel 1969 fu uno storico spartiacque per i diritti civili. È importante, come sottolinea anche lui, anche in un’Ungheria dove nel 2025 il Pride è stato reso illegale (e in un’Europa, aggiunge chi scrive, che stando all’ultimo rapporto EU, sui diritti LGBT+, sta in parte tornando indietro): “Dovete conoscere la vostra storia, se volete avere un futuro”.

Ci si allontana dal The Buzz con una sensazione strana nel petto. Il sole, al Sziget, sta per tramontare. Da qualche parte sull’Isola della Libertà, il Magic Mirror, punto focale della comunità LBGT+ da venticinque anni di festival, ha all’ingresso file di spettatori in attesa, locali e non, che lo definiscono uno “spazio sicuro”. In men che non si dica, al Revolut Stage il piatto forte sarà una band ungherese, gli Elefánt, accolta da un pienone fatto di giovani connazionali entusiasti e orgogliosi di vederli suonare in uno slot così preminente (dopo di loro solo i Soulwax). La capienza massima del Revolut Stage è di 15mila persone, e i cinque – reduci da un altro grande concerto alla rassegna di giugno del Budapest Park –, non avranno problemi a riempirla di fan, proponendo sonorità particolari, a cavallo tra rock più diretto, trip-hop e psichedelia, perfette per concludere quest’ultima tarda serata. Da lì in poi si andrà avanti a festeggiare, qualcuno fino a tarda notte, qualcuno fino a dopo i fuochi d’artificio, qualcun altro entrerà nei tendoni di musica elettronica per ballare fino all’alba.
Poi torneremo alle nostre vite, ad ascoltare la musica nei nostri tragitti da pendolari, nei nostri tran tran quotidiani, portando il cane a passeggiare in un’area verde come tante in mezzo al Danubio; e forse in uno di quei momenti ordinari ci torneranno in mente questi cinque giorni e ci sembreranno uno strano sogno, come del resto la maggior parte dei Paesi delle Meraviglie.
Ma a questo, poi, ci pensiamo.

La nostra playlist del Sziget Festival 2026 si ascolta qui.





