RUBRICHESPECIALI

L’angolo oscuro #34

Si entra nel pieno dell’autunno, le giornate si accorciano, l’oscurità regna sovrana.

Anomalie – Tranceformation (AOP Records)

Gli Anomalie non potevano festeggiare al meglio i dieci anni di esistenza se non con un nuovo album, “Tranceformation”, il quarto sulla lunga distanza per la band austriaca composta dal solo Marrok, coadiuvato in studio da due turnisti, il bassista Thomas Dorning e il drummer Lukas Schlintl. Un disco dalla gestazione complessa, che ha visto il mastermind – noto anche come musicista dal vivo di Agrypnie e Harakiri For The Sky – bloccarsi in un empasse creativo risolto da un cambiamento d’approccio nella scrittura, meno cerebrale, più intuitiva e aperta a influenze che vanno oltre il pur prismatico post-black metal degli scorsi lavori, di cui l’ultimo “Visions” (2017) rappresentava una testimonianza esemplare. Nell’opus presente penetrano elementi folk tradizionali e di mood apocalittico che si mettono a servizio di brani dalla forte carica spirituale e atmosferica, costruiti su una sezione ritmica dalle sfumature tribali e chitarre luminose e ritualistiche sul modello di Misþyrming e Regarde Les Hommes Tomber. Scampoli di psichedelia, ritornelli mantrici e ospiti di vaglia (Nornagest degli Enthroned e Sakis Tollis dei Rotting Christ) completano gli ingredienti di una scaletta da assaporare gradino per gradino.

Tracce consigliate: “Trance II: Relics”, “Trance IV: Nemesis”, “Trance V: Cerulean Sun”

Fornhem – Stämman Från Berget (Trollmusic)

Novembre è sicuramente il mese giusto per l’uscita del secondo album in studio degli svedesi Fornhem dopo un esordio, “Ett Fjärran Kall” (2017), di discreto valore. Questo “Stämman Från Berget” racconta la storia di un eremita che, trascorsi dieci anni della propria esistenza su una montagna in cerca di illuminazione, diviene consapevole della morte di Dio e del vero significato della vita, diverso per ciascuno di noi. Se a primo acchito il nucleo centrale del concept potrebbe apparire una sorta di riduzione ai minimi termini del pensiero dello Zarathustra nietzscheano, in realtà esso risulta assai rappresentativo della musica contenuta nell’album, un metallo nero dalle forti radici antiteistiche legato all’estetica e allo stile della second wave. Tuttavia brandelli di folk e massicce aperture post-black, entrambi i generi inglobati in una produzione gelida, ma non cruda, contribuiscono a dare una veste moderna e non troppo derivativa a un full-length decisamente volto alla metà degli anni ’90. Malgrado il minutaggio eccessivo, a tratti, giochi a sfavore degli scandinavi, la buona fattura del lotto sembra promettere un futuro positivo.

Tracce consigliate: “Uþarba Spa”, “Stämman Från Berget”, “Untergang”

Isengrim – Maailmantappaja (Autoproduzione)

La copertina di Janne Virkki per “Maailmantappaja”, quarta fatica dei finlandesi Isengrim, raffigura un celebre episodio leggendario nel quale Odino e Fenrir si scontrano per l’ultima volta durante il Ragnarök, la battaglia finale tra la luce e le tenebre. L’acquerello rosso, nero e grigio conferisce un effetto straordinario e suggestivo all’artwork, indicando altresì le tematiche del concept alla base dell’album e inerenti i vari miti norreni. La band di Kouvala, ormai attiva dal 2004 e orgogliosamente – o sfortunatamente – priva di label sin dai suoi primi vagiti, riesce a ricreare musicalmente le atmosfere suggerite dalla cover grazie un black metal figlio della scena norvegese e finnica degli anni ’90, con pause acustiche in stile Moonsorrow, abbondanza di voci pulite e dosi di kantele (strumento tradizionale a corda di area baltica) a nettare il palato dell’ascoltatore. Un platter piacevolissimo, probabilmente il migliore della carriera dei nordici, più elegante e ricercato rispetto alle prove precedenti e che meriterebbe una visibilità maggiore a livello di underground internazionale.

Tracce consigliate: “Gungnir”, “Kolmas”, “Maailmantappaja”

Sarke – Allsighr (Soulseller Records)

Thomas Berglie, batterista di Khold e Tulus, e Ted Arvid Skjellum, lo storico Nocturno Culto dei Darkthrone, costituiscono le forze trainanti dei Sarke, gruppo nato nel 2008 a Oslo e artefice di sei long playing muniti di grande elasticità di scrittura. Con “Allsighr” il quintetto piazza il settimo sigillo della propria carriera, riprendendo le mosse dallo scorso “Gastwerso” (2019): ancora una volta, la pretesa di racchiudere i norvegesi all’interno di confini circoscritti si scontra con un’impossibilità divenuta ormai proverbiale e ricca di benefiche conseguenze. Le influenze percepibili nel sound del combo sono legione, dal rock dei ’70, al metal degli ’80, dal black degli anni ’90 a tutti quei sottogeneri compresi nelle tre macroaree succitate connessi in maniera incestuosa e competente, con un’atmosfera oscura dalle evidenti reminiscenze darkthroniane a fungere da collante. E nonostante, a volte, la sensazione di ascoltare lo stesso brano combinato soltanto attraverso modalità diverse monti maliziosa, la tracklist fluisce orecchiabile e senza strappi: quando l’esperienza fa la differenza.

Tracce consigliate: “Bleak Reflections”, “Beheading Of The Circus Director”, “Imprisoned”

Unleashed – No Sign Of Life (Napalm Records)

Gli Unleashed narravano storie di vichinghi e di vendicative divinità norrene molto prima della gran parte dei gruppi scandinavi e non. Arrivati alle porte dei trentatré anni di esistenza, gli svedesi non mollano certo l’osso e grazie a “No Sign Of Life”, loro quattordicesimo album in studio e quinto basato sulla saga “Odalheim”, frutto della penna del frontman Johnny Hedlund, realizzano un prodotto snello e aggressivo, in linea con i lavori del nuovo millennio. Il death energico e robusto dalle scalfitture thrash che fuoriesce dalle intercapedini del lotto delizierà i fan di lunga data avvezzi alle immagini di questo universo fantasy post-Ragnarök evocato da un quartetto di enorme esperienza, nel quale l’interpretazione del singer evade, causa fisiologica usura delle corde vocali, dai soliti canoni ringhiosi, avvicinandosi a un cantato à la Cronos più gestibile e comunque adatto a un tale contesto selvatico. I nostalgici dell’HM-2 ne stiano alla larga, qui vanno per la maggiore randello e ignoranza, tra teschi frantumati e villaggi a fuoco, anche se, rispetto allo scorso “The Hunt For White Christ” (2018), si registra un passo indietro per quanto concerne variazioni e fantasia. In ogni caso, bella botta.

Tracce consigliate: “The Shepherd Has Left The Flock”, “No Sign Of Life”, “The Highest Ideal”

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