Ogni rilascio dei Monolord viene sempre accompagnato da un misto di aspettativa e timore reverenziale. Attivo dal 2013, il trio di Göteborg ha costruito una reputazione inattaccabile all’interno del panorama doom metal contemporaneo: asce pachidermiche, dilatazioni nebulose, una raffinatezza melodica al limite dello shoegaze nascosta sotto quintali di fuzz, il raro dono di convertire la reiterazione in trance emotiva. Con il sesto platter in studio “Neverending”, gli svedesi non provano a scatenare chissà che rivoluzioni, ma comunque scelgono di scavare molto a fondo nell’essenza di sé medesimi, comprimendola ora in una forma più diretta, più personale e, paradossalmente, più inquieta.
Un processo evolutivo che, già percepibile nelle sfumature dello scorso “Your Time To Shine” (2021), ora si avvale del contributo, in cabina di regia, di Sylvia Massy. Per la prima volta in carriera, il gruppo si affida dunque a una figura esterna di rilievo, in questo caso una storica producer legata a gruppi del calibro di Tool e System Of A Down. Il suo metodo, di natura quasi archeologica, è consistito nel farsi inviare dalla band abbozzi, demo e brandelli vari incisi negli ultimi dieci anni, trasformando l’album, attraverso un suono nebulosamente preciso, in un distillato dell’intera storia del moniker. Insomma, se “Rust” (2017) rappresentava il simbolo della monoliticità e “No Comfort” (2019) quello dell’ipnosi lisergica, il nuovo full-length può definirsi, a ragione, il disco della sintesi.
I brani, benché massicci, appaiono concisi al confronto dei monumentali mantra del passato, come se gli scandinavi avessero finalmente imparato a concentrare il proprio peso specifico senza disperderlo. L’opener “Iodine”, una sorta di manifesto programmatico, si rivela un pezzo epico nel senso classico del termine, dinamico, narrativo, dallo spirito rock anni ’70, che, malgrado affondi in una spessa e grave spirale verso il finale, nel complesso riesce a respirare a pieni polmoni, lasciando spazio ai riverberi, ai silenzi, alla riflessione. “You Bastard”, d’altro canto, costituisce l’anima viscerale del lotto: groove serrato, fraseggi circolari, la batteria tesa a spingere in avanti invece di precipitare nella stasi cerimoniale, con la voce di Thomas V. Jäger che, immersa nel mix insieme al resto degli strumenti, sembra giungere dolorosa da remoti recessi della mente. E mentre “Invisible” avanza sul binario di una saturazione calda e cremosa dalle scalfitture stoner, “Oozing Wound”, fisica e minimale, ruota pressoché ossessivamente attorno a un unico riff in drop A, creando un’implosiva tensione esistenziale dalle spigolose suggestioni droniche.
La resto della tracklist pigia maggiormente il pedale sulla componente psichedelica, con “Inside A Collider” e “Crystal Bridge” che giocano sulle texture e le micro-variazioni di colore, e una “The Masque” memore e in recupero di certe atmosfere di “Vænir” (2015), senza però perseguirne lo scopo di schiacciare l’ascoltatore, cercando bensì di trascinarlo e poi avvolgerlo gradualmente dentro di sé. A sorprendere davvero è però l’abissale chiusura “It’s Neverending”, che vede la partecipazione, in veste solista al microfono, dell’ex bassista degli Entombed Jörgen Sandström, il cui cavernoso growling sigilla di catacombale death-doom l’opus, erodendone le estreme difese emotive nonostante una coda che comunica speranza e sabbioso abbandono.
Per i Monolord, “Neverending” costituisce tanto un traguardo quanto un inizio, un LP introspettivo e che lavora attraverso l’accumulo dei dettagli, capace di imprimere il marchio della fragilità umana sulla crosta del gigantismo sonoro. Frammentario, un pizzico lezioso, eppure destinato, forse, a durare nel tempo.
Tracklist
01. Iodine
02. You Bastard
03. Inside A Collider
04. Crystal Bridge
05. Oozing Wound
06. Invisible
07. The Mask
08. It’s Neverending




















