È sempre un piacere tornare in quel di Bellaria-Igea Marina (RN), nella seconda settimana di agosto, in occasione del Bay Fest – rinominato ufficialmente da quest’anno Road To Bay Fest. Vero e proprio punto di riferimento per i fan italiani e non solo del punk-rock e affini, il festival romagnolo è da sempre garanzia di spensieratezza, divertimento e, soprattutto, pogo. Saremmo disonesti se non ammettessimo apertamente che, negli anni, ci ha regalato più di un momento davvero memorabile: su tutti, l’anno scorso in occasione dell’ultimo concerto in Italia dei Refused e, nell’edizione 2022, il set a dir poco devastante dei Sick Of It All, in apertura ai Flogging Molly. E a proposito dei Sick Of It All, il grande protagonista della terza giornata di quest’edizione, insieme agli headliner The Get Up Kids, non poteva non essere il ricordo di Lou Koller, tristemente venuto a mancare poche settimane fa, a soli 59 anni.
La serata parte con una mezzora di pop-punk di discreta fattura della giovane band molisana M Experience, davanti a una platea ancora molto poco affollata. A seguire è il turno della grande sorpresa di giornata: i californiani Western Addiction, che propongono un mix di hardcore punk e melodic hardcore davvero degno di nota, impreziosito dal carisma e la simpatia dei componenti della band. Un set di poco meno di quaranta minuti di adrenalina pura e siparietti con il pubblico, che raggiunge il suo apice nel momento in cui il frontman scende a cantare in mezzo al pubblico: inevitabilmente, partono i primi poghi della giornata – e il bello è che siamo solo all’inizio.

L’hardcore punk continua a farla da padrone anche con la band successiva, i newyorkesi H2O. Il loro set inizia a palla con la tanto breve quanto efficace “Nothing To Prove” e viene messa subito in chiaro la loro proposta: un hardcore punk divertente, con alcune venature melodiche e quasi rap, che finisce inevitabilmente per scaldare il pit – soprattutto durante i brani più noti, come ad esempio “Family Tree”. Altrettanto evidente è il profondo legame del sound degli H2O con la “scena” newyorkese, in particolare con i Sick Of It All. E il set dei Nostri, durato circa quaranta minuti, non può non concludersi con un omaggio al collega/amico recentemente scomparso: sullo schermo appare un grande cuore rosso, al cui interno si intrecciano il drago simbolo dei Sick Of It All e la scritta “LOU”. Prima di congedarsi dal pubblico, però, la band guidata da Toby Morse continua a divertire e divertirsi, a far accendere ripetutamente il pogo e ne approfitta, giustamente, per ricordare i 30 anni dall’uscita dell’omonimo album di debutto, “H2O”. Alla fine del set parte l’ormai iconico coro di “5 Yr. Plan”, eseguita insieme a una voce femminile: sono gli ultimi tre-quattro minuti di spassoso delirio, apprezzatissimo dai presenti, prima del già citato omaggio a Lou Koller e dell’inizio del lungo cambio palco, in attesa del main act della serata.

Alle 22:30, puntualissimi, salgono sul palco del festival romagnolo i The Get Up Kids. Prima di procedere col racconto, è doveroso aprire una piccola parentesi per dare un po’ di contesto a Matt Pryor e soci. Non si tratta di una band estremamente popolare e non è in alcun modo diventata di recente un fenomeno social. Non a caso, la venue è tutto fuorché al completo. Tuttavia, i Kids hanno avuto un impatto obiettivamente significativo sull’emo/pop-punk mainstream di fine anni Novanta e inizio anni Duemila, come testimoniato dalle parole al miele di alcuni protagonisti della scena, tra cui Mark Hoppus dei Blink-182 e Pete Wentz dei Fall Out Boy – quest’ultimo è arrivato a dichiarare che la sua band non esisterebbe se non fosse per i The Get Up Kids. In particolare, i primi due album in studio, “Four Minute Mile” (1997) e “Something To Write Home About” (1999), sono stati fondamentali per lo sviluppo della scena di riferimento. Eppure il successo ottenuto dalla band non è mai stato proporzionale alla sua rilevanza, soprattutto per quanto riguarda il primo disco.
Ma questo non sembra affatto un grande problema per loro. In sede live, i cinque musicisti del Kansas sembrano pensare solo a suonare e ad offrire la miglior performance possibile al pubblico. Macinano canzoni su canzoni, pescando un po’ da tutta la loro discografia, senza ricorrere ad effetti speciali particolari o smancerie di qualsiasi tipo. E anche le interazioni con i presenti non sono molte. Eppure, il pubblico del Road To Bay Fest sembra apprezzare parecchio. Tanto che, verso la metà della loro esibizione, dalle prime file viene intonato il ritornello di “Wonderwall” degli Oasis rivolto alla band, a cui fa seguito uno snippet di “Supersonic” improvvisato da Jim Suptic, mentre Matt Pryor appare evidentemente stranito. Per quasi tutta la durata dello show, inoltre, il fil rouge è il crowdsurfing, a tratti incessante, indice di un pubblico che si sta sinceramente divertendo.
Procedendo in ordine, i Kids si scaldano con la relativamente recente “Satellite”, per poi alzare il tiro con una tripletta di pezzi storici in rapida sequenza: “I’m A Loner Dottie, A Rebel”, “Stay Gold, Ponyboy” e “Forgive And Forget”. Successivamente rallentano con le ballad “Valentine” e “Better Half”, ma controbilanciano col pop-punk catchy di “Red Letter Day” e l’inedita “New Colonial”, che riprende a piene mani lo stile dei primi album della band. Questo saliscendi si mantiene anche con i pezzi successivi: con “No Love” e “Stay Gone” accelerano, per poi ammorbidire nuovamente con “The Advocate”, una delle migliori dell’ultimo album in studio “Problems” (2019). Ci pensa però la relativamente celebre “Action & Action” ad infuocare il Beky Bay e ad aumentare l’intensità del crowdsurfing, dinamiche che si ripetono anche durante la successiva “Don’t Hate Me” – vero e proprio caposaldo del midwest emo di fine anni Novanta. I Kids hanno ancora diversi assi nella manica, riservati per il riuscitissimo e variegato finale, che si apre con la dolcissima “I’ll Catch You” e prosegue con la ritmica “Campfire Kansas”, letteralmente lo stereotipo della canzone da suonare davanti ad un falò. Ma funziona eccome. Il saliscendi continua coerentemente fino all’ultimo: si passa dall’esplosività dell’iconica “Holiday”, per poi riprendere fiato con la placida “Walking On A Wire” e, per finire, si torna ancora una volta alla carica con “Ten Minutes”, per la gioia dei presenti.
L’ultima volta che abbiamo visto la band di Matt Pryor dal vivo, abbiamo concluso che suona esattamente come su disco. Nulla di più, nulla di meno. E l’impressione è rimasta sostanzialmente invariata, ma con un asterisco importante: si vede chiaramente quanto i The Get Up Kids tengano alla loro musica e quanto siano desiderosi di riproporla nel modo migliore possibile a chi si ritrovano di fronte, senza fronzoli o scorciatoie piacione di alcun tipo. E questa, a parer nostro, è una delle più alte forme di rispetto possibili.
Setlist
Satellite
I’m A Loner Dottie, A Rebel
Stay Gold, Ponyboy
Forgive And Forget
Valentine
Red Letter Day
The Problem Is Me
Martyr Me
Better Half
New Colonial
No Love
Stay Gone
The Advocate
Action & Action
Don’t Hate Me
I’ll Catch You
Campfire Kansas
Holiday
Walking On A Wire
Ten Minutes





