“Can I scream?!”
Che il Bay Fest di Bellaria Igea-Marina (RN) sia uno degli appuntamenti più importanti per i fan italiani del punk-rock è ormai chiaro un po’ a chiunque, sia tra gli addetti ai lavori sia tra i fan del genere. Ogni edizione è stata speciale a modo suo, ma a questo giro lo è già in partenza, almeno per due motivi. Primo, perché il festival romagnolo compie dieci anni – e l’augurio è che vada avanti ancora per molti più anni di quelli che già ha. Secondo, perché si tratta dell’ultima occasione per vedere dal vivo in Italia i Refused, i paladini svedesi dell’hardcore punk, attualmente impegnati nel loro tour d’addio dopo 34 anni di onorata carriera. Un gruppo storico, che ha impresso un segno indelebile sul suo genere d’appartenenza e sul punk-rock contemporaneo in generale, soprattutto con la sua terza fatica in studio, “The Shape Of Punk To Come” (1998), che negli anni ha assunto lo status di vera e propria pietra miliare dell’hardcore. Per forza di cose, il nostro appuntamento annuale col Bay Fest coincide proprio con la giornata in cui i main guest sono Dennis Lyxzén e soci.

Manca meno di un quarto d’ora alle 19 quando entriamo al Beky Bay, ormai da qualche anno a questa parte sede fissa del festival romagnolo (prima era l’antistante Parco Pavese). Dopo una decina scarsa di minuti, il tempo necessario per andare a prendere la prima birretta della serata, salgono sul palco i The Last Gang, che riescono discretamente nel compito di scaldare i presenti con mezz’ora abbondante di punk-rock di buona fattura, a tratti più tendente al pop-punk, a tratti più danzereccio e a tratti più incazzereccio. Terminato il breve set della formazione guidata da Brenna Red, a stretto giro è il turno dei The Drowns, che intrattengono un pubblico ancora non eccessivamente nutrito con un punk-rock influenzato in maniera importante da sonorità rock ‘n’ roll classiche. Altri quaranta minuti di buon livello che, insieme al set dei The Last Gang, costituiscono un incipit di tutto rispetto, in attesa della band spalla di questa seconda giornata: i norvegesi Turbonegro.

Sono da poco passate le 21, il sole è ormai tramontato da poco più di mezz’ora e il clima è ora piuttosto gradevole. Nel pubblico si intravedono sempre più persone indossare dei carinissimi cappellini da marinaio bianchi con la scritta “Turbonegro” in azzurro, mentre c’è chi inizia a sparare bolle di sapone da mini sparabolle a forma di squaletto. È in questo contesto che salgono sul palco, verso le 21:15, gli attesissimi Turbonegro, sulle note di uno dei loro brani più celebri, “Hurry Up & Die”. Autodefinitisi band “death punk”, i Nostri mescolano da 35 anni a questa parte elementi punk-rock a sonorità – spesso e volentieri predominanti – hard-rock tipiche degli anni ’70 e ’80. Il tutto viene condito da testi in molti casi spinti e volgari e da look bizzarri. La band attualmente guidata da Tony Sylvester (in arte “The Duke Of Nothing”) offre un set di un’oretta godibile ma di mestiere, interrotto per qualche minuto a causa di un problema tecnico durante “Zillion Dollar Sadist”, per poi essere ripreso alla grande col cavallo di battaglia “All My Friends Are Dead”. In generale, si tratta di un’esibizione con pochi bassi e pochi alti, che sicuramente però ha il pregio (o difetto, dipende dalle orecchie di chi ascolta) di sviare un po’ dai canoni puramente punk del festival riminese. Non mancano comunque il pogo e il divertimento, in particolare durante l’ultimo pezzo proposto dai Nostri, “I Got Erection”, che si fa notare – titolo a parte – per il primo vero e proprio wall of death della giornata, a suggello di uno dei brani meglio eseguiti dalla band norvegese. Nel giro di qualche minuto, i Turbonegro si congedano dal palco accompagnati dagli applausi dei presenti. Da questo momento però il focus del pubblico è tutto sui grandi protagonisti della giornata.
Manca ormai poco alle 23 quando arriva il turno dei Refused, in ritardo sulla tabella di marcia di circa dieci minuti. L’inizio, affidato a “Poetry Written In Gasoline”, è tutt’altro che pirotecnico come ci si aspetterebbe, ma è funzionale a scaldare i motori in vista dell’esplosività delle successive “The Shape Of Punk To Come” e “The Refused Party Program”. E da qui in poi, detta semplice semplice, è il delirio. I quattro musicisti di Umeå appaiono fin da subito in forma smagliante: Lyxzén pare tarantolato al solito, Sandström alle pelli è una macchina da guerra, mentre Flagge (al basso) e Bärjed (alla chitarra) sono pressoché ineccepibili. Per tutto il set i riff incendiari e le urla a squarciagola del frontman alimentano il mosh pit, che raggiunge picchi notevoli di (sana) cattiveria durante le storiche “Rather Be Dead” e “Worms Of The Senses/Faculties Of The Skull”, nonché sul grande classico “New Noise”. Ma un concerto dei Refused, prevedibilmente, non consiste solo in riffoni, urla e pogo, ma anche in messaggi socio-politici che spaziano dalle durissime critiche al sistema capitalista (ritenuto praticamente la causa o la concausa di ogni male nel mondo) al sacrosanto sostegno alla causa del popolo palestinese, con tanto di bandiera sul palco, passando per un paio di brevi riflessioni sulle persone costrette ad emigrare per cercare condizioni di vita migliori.

Tornando alla musica, la prima cosa che si nota man mano che il set va avanti è l’assoluta predominanza dei brani del già citato “The Shape Of Punk To Come” (ben 9 canzoni su 16), quasi eseguito per intero – cosa che non ci sarebbe affatto dispiaciuta. Va sottolineato però che anche i pezzi dei dischi precedenti e successivi si difendono alla grande, nonostante non godano della stessa fama: l’esibizione di “Rather Be Dead” si gioca la palma della migliore della serata insieme a quelle dei pezzi più noti dell’amatissimo “The Shape Of Punk To Come”, così come le varie “Circle Pit”, “Soft” ed “Elektra” sono vere e proprie bombe a mano scagliate con impeto contro il pubblico, mentre sentire dal vivo il riff della storica “Pump The Brakes” è pura goduria per chi è appassionato di hardcore dalle tinte quasi metal. E a proposito di metal, durante la frenetica “The Deadly Rhythm”, i Nostri ne approfittano per fare un rapido omaggio agli Slayer, proponendo l’inconfondibile riff di “Raining Blood”. Tra i momenti migliori del set, e della serata in generale, non possiamo non citare “Liberation Frequency” e la bellissima “Summerholidays vs. Punkroutine”, oltre all’immancabile “New Noise” (ma questo non fa notizia). Ciò che invece fa notizia è che la band a sorpresa non chiude con quest’ultima, ma regala al pubblico del Bay Fest un assaggio della devastante “Tannhäuser/Derivè” e, di tutta risposta, si riaccende il pogo in un pit che fino a pochi istanti prima si stava preparando a salutare per l’ultima volta la formazione capitanata da Dennis Lyxzén.
Trarre le somme di una serata di questo tipo da un lato è molto facile: le band d’apertura fanno il loro, i Refused sono devastanti sotto tutti i punti di vista. Dall’altro però non è facile trovare le parole giuste per congedarsi da un gruppo del genere, per l’eredità artistica che lascia, per l’impatto che ha avuto e che ha tuttora nel mondo del punk-rock, per i messaggi che le sue canzoni veicolano, per i ricordi che ognuno di noi ha legati a questi musicisti sensazionali. Dall’altro lato, il pensiero che forse sovrasta tutti gli altri è di essere stati fortunati ad aver avuto la possibilità di goderci i Refused dal vivo un’ultima volta, in una cornice come quella che offre il Beky Bay, e di aver avuto di nuovo l’occasione di urlare il più forte possibile quell’iconico “Can I scream?” in compagnia di una manica di perfetti sconosciuti.
Setlist
Poetry Written in Gasoline
The Shape of Punk to Come
The Refused Party Program
Rather Be Dead
Malfire
Liberation Frequency
Summerholidays vs. Punkroutine
The Deadly Rhythm
Circle Pit
Soft
Pump the Brakes
Refused Are Fucking Dead
Worms of the Senses/Faculties of the Skull
Elektra
New Noise
Tannhäuser / Derivè
Clicca QUI per la fotogallery completa





