Ricordo di aver sentito definire tempo fa la discografia dei The Poodles come un fenomeno in progressivo e costante miglioramento, iniziato dal primo album del 2006 ("Metal Will Stand Tall") e che da lì è cresciuto sempre di più, quasi fosse una scala diretta verso il paradiso della perfezione melodica. Che buffo. Io devo dire invece che l'ho sempre avvertita all'esatto opposto, come una pazza corsa sulle montagne russe della qualità che ha di continuo altalenato traumaticamente composizioni eccellenti ad alcune decisamente banali. A volerla dire tutta, è forse proprio questo l'elemento che differenzia maggiormente oggigiorno i "barboncini" svedesi dai connazionali H.E.A.T e Eclipse: la discontinuità. E manco a farlo apposta, il nuovo album "Devil In The Details", sesto cronologicamente e primo sotto la label scandinava Gain Music, ne costituisce l'emblema.
L'intenzione principale è quella di curare il lavoro minuziosamente nei dettagli (da qui il titolo, immagino), raffinando la miscela di potenza esplosiva incentrata sulla chitarra di Henrik Bergqvist e sui cori più catchy possibile da puro arena rock vecchio stampo e accentuando ancora di un pizzico quella accezione moderna della materia anni '80 che li aveva contraddistinti sin dall'inizio, con la produzione di Mats Valentin ormai di casa. Ne scaturisce una estenuante ricerca melodica che, appunto, solo discontinuamente trova solari soluzioni; altre volte finisce per impantanarsi nella piattezza, con il risultato di album nella prima parte molto diretto e godibile, che però esaurisce le sue potenzialità troppo rapidamente nella seconda, scemando in composizioni estremamente melodiche ma in fondo tutte uguali, tutte basate sugli stessi schemi, senza un minimo di varietà.
Le migliori cartucce sono infatti sparate subito in apertura con "Before I Die" e "House Of Cards", pezzi di punta e di riferimento per sonorità e attitudine, da rendere soddisfatti e adrenalinici chiunque – anche Frank Underwood mentre gioca ad uno sparatutto – nonostante la "pericolosa" somiglianza dell'opener con il preludio di "Last Look At Eden". L'appagamento è però destinato a durare poco: se infatti il disco resiste alla carenza di ispirazione della semi-ballad "The Greatest" (curiosamente scelta come primo singolo, pubblicato in gennaio) e alle composizioni centrali di scarso spessore da "Everything" in poi, è al tanto conclamato quanto mesto plagio zeppeliniano di "Need To Believe" posta in ottava posizione che la corsa si esaurisce: non penso che ormai gliene freghi più di tanto a Jimmy Page e Robert Plant – che in ogni caso sono sempre stati i primi a plagiare – però è un chiaro e palese elemento che mostra come i Nostri siano prossimi al cedimento; fa capire più che altro che, nonostante tra i pezzi successivi vi sia qualche flebile sussulto – come la seguente traccia che inutilmente si proclama "Alive" – la band di Samuel Jakob ha esaurito le idee prima del suono della campana. Knock-out tecnico prima dell'ultimo round.
E così, come nei precedenti "Performocracy" (2011) e "Tour De Force" (2013), si fallisce nell'obiettivo di bissare la qualità dei primi dischi con Pontus Norgren perché ci si ostina a presentarsi all'appello con un album buono "a metà", ahimè ricco di difetti molto probabilmente eliminabili (vogliamo parlare dei coretti "tic-tac tic-tac" à la Katy Perry su "Stop"?). Peccato, perché anche questa volta di episodi interessanti in scaletta ce ne sono e diversi: quel magico solo di chitarra flamenco sulla terza traccia "Crack In The Wall", per esempio, unito all'attitudine festaiola e alla grande linea di basso della successiva "(What The Hell) Baby", in qualche modo riavvicinabile ai vecchi Ratt di "Way Cool Jr.", mi aveva davvero fatto sperare in un grande album. Spunti geniali che portano a casa la sufficienza, ma che fanno ancora più rabbia, perché permettono di intravedere ciò di cui i Poodles sono pienamente in grado di fare e che, vai a capire perchè, sempre più spesso non fanno.
Un veloce post-scriptum: sentii anche definire i Poodles come la band che gli Europe attualmente sarebbero, se solo avessero proseguito sulla strada dell'arena rock. Mi spiace dirlo, ma dinnanzi a questi nuovi album, oggi più che mai ringrazio che non l'abbiano fatto.
Tracklist
01. Before I Die
02. House Of Cards
03. The Greatest
04. Crack In The wall
05. (Whay The Hell) Baby
06. Everything
07. Stop
08. Need To Believe
09. Alive
10. Life Without You
11. Creator And Breaker
12. Borderline

















