A pochi giorni dal loro ritorno in Italia – il 6 dicembre al Legend Club di Milano – abbiamo parlato con il bassista dei Danko Jones, John Calabrese. Il musicista ci ha raccontato della genesi del dodicesimo album della band, “Leo Rising“, i segreti della loro compattezza artistica trentennale. Un’analisi schietta sul rock and roll e sul perché i Danko Jones si mantengano fedeli alla linea.
Ciao John, benvenuto su SpazioRock! Come sta andando il tour?
Sta andando alla grande. Abbiamo fatto sold out a Amburgo, c’è gente tanta che sta venendo ai concerti, perciò sta andando benissimo.
Prima di tutto volevo farti qualche domanda riguardo l’album nuovo che è appena uscito, “Leo Rising”. Innanzitutto, congratulazioni per l’uscita. Avete registrato l’album da luoghi diversi, tu dalla Finlandia e gli altri in Canada. In che modo questa distanza ha influito sul vostro modo di lavorare, in positivo o in negativo?
Secondo me influisce molto in modo positivo. Io e Danko lavoriamo insieme da quasi 30 anni, sappiamo già quello che facciamo. La distanza non confonde il brano che registriamo, anzi lo mette proprio in primo piano, così ci concentriamo su quello che dobbiamo fare. Io faccio tutto a casa mia, faccio tutte le tracce che usiamo quando poi andiamo in studio per registrare. Quando Rich entra in studio per la batteria, abbiamo già registrato il brano quattro o cinque volte. Perciò sappiamo già quello che serve e quello che non serve sulla canzone. Per un gruppo come il nostro, less is more. Facendo esperienza con produttori diversi, in particolare Gart Richardson in Canada, ho imparato tantissimo da lui (e anche da Eric Ratz) a come lavorare sulla pre-produzione, a prepararsi prima di entrare nello studio. Questo aiuta tantissimo. Non so se può funzionare per un altro gruppo, ma per noi, dato che abbiamo tanti anni sulle spalle e facciamo così, ci aiuta moltissimo.
Hai nominato Eric Ratz, con cui lavorate da un sacco di anni. Cosa pensi che riesca a tirare fuori da voi come band e in termini di sound? Come mai c’è questo legame così stretto e di lunga durata con lui?
Lui riesce a capire il sound del gruppo e lo ha proprio centrato perfettamente. Ci riesce perché anche lui registra e poi mixa, perciò riesce a capire tutti gli elementi dei brani e a far uscire un brano nel miglior modo possibile. Lavoriamo con Eric da tantissimi anni, non è qualcosa che si ottiene incontrandosi tramite internet per fare un disco; ci vogliono anni e anni insieme.
L’album ha il vostro sound caratteristico. Tu come bassista, sia nel modo di suonare sia a livello di setup, hai cambiato qualcosa rispetto agli album precedenti? È cambiato l’approccio?
L’approccio è cambiato perché con lo studio che ho, registro tutto il basso a casa mia. Quello che si può fare in studio lo faccio a casa mia. Per esempio, se fossi in studio con Eric, magari ci sarebbero quattro o cinque tracce di basso per una canzone, ora ce ne sono 14, perché ho tutto il tempo per farlo. C’è più tempo e più cura. Ho un’attrezzatura di alto livello per la registrazione, perciò ci si trova molto bene in questa situazione con lui.
Il titolo dell’album, “Leo Rising”, suggerisce qualcosa di potente o simbolico. Come lo interpreti personalmente? Come avete scelto questo titolo?
Ho suggerito il titolo perchè il nome del primo disco era “Born A Lion”. Ora con “Leo Rising” il Leone sta ancora sorgendo perché non ci siamo ancora mai fermati. Non c’è molto ragionamento dietro il titolo, tranne il fatto che è un titolo che risuona molto, credo che la gente possa trovarci un po’ di affinità. Come si dice in inglese, “it’s just a cool title”. Niente di più. È così che bisogna fare col rock and roll: non c’è nessun messaggio nascosto, è proprio divertente ed è quello che rappresenta la band.
Siete in tour e, come hai detto prima, gli show stanno andando bene. State suonando i nuovi brani? Come sono accolti dal pubblico?
Abbiamo suonato “What You Need”, “Everyday Is Saturday Night” e anche “I Love It Louder” durante l’estate. Ora abbiamo aggiunto “Diamond In The Rough” e penso che tra poco inseriremo “I’m Going Blind”. È molto difficile inserire nuovi brani perché abbiamo più di 200 pezzi. Perciò dobbiamo trovare un bilancio. Non possiamo fare cinque nuovi brani da un disco; magari ne stiamo facendo quattro, e penso che terremo quel numero, ma magari li alterniamo. Essendo qui in Germania, dove il tour è sold out, molta gente viene a più di un concerto. Questo è molto bello sia per loro che per noi, perché se continuiamo a fare gli stessi pezzi diventa monotono. Continuiamo a cambiare la scaletta ogni sera.

Tra pochi giorni suonerete a Milano. Siete stati molte volte in Italia, e tu sei nato e cresciuto qui. Cosa ci possiamo aspettare da questo show?
Un show puramente rock and roll, con un bassista calabro/finlandese/canadese/quello che è [ride, ndr]. Spero che vengano degli amici da Cosenza, forse c’è anche mio fratello. Vediamo chi verrà. dalla Calabria arrivare a Milano non è sempre semplicissimo.
Hai detto che cambiate le scalette per non diventare monotoni e per prendervi dei rischi. Questo fa capire bene come vi ponete rispetto ad uno show. Quali sono per te le cose più importanti mentre state suonando sul palco?
L’importante è avere un certo tipo di rapporto col pubblico, guardare i fan negli occhi, risuonare con loro. Siamo molto fortunati. A Colonia, per esempio, al nostro primo concerto di anni fa c’erano 4 persone, ora ce ne saranno 1600. Apprezziamo molto questa connessione dal palco al pubblico, è essenziale. Essendo solo in tre, non ci possiamo nascondere. Il pubblico non è ingenuo, riesce a capire se le tre persone sul palco si stanno divertendo o no, ed è molto ovvio.
Avete pubblicato 12 album e siete in giro da quasi 30 anni. Tu e Danko, siete nella band dall’inizio. Qual è il segreto di questa compattezza artistica? E come è cambiato il tuo modo di porti nei confronti della musica, considerando che avete mantenuto un genere molto diretto e senza variazioni nel corso degli anni?
Non abbiamo variato da quello che facciamo, ci siamo mantenuti fedeli al sound che avevamo quando abbiamo iniziato. Abbiamo migliorato il nostro modo di suonare, il modo di registrare e abbiamo quasi 30 anni di esperienza di concerti. La cosa che non è cambiata è che siamo ancora fan della musica. Quella cosa essenziale che bisogna avere è l’essere appassionati, avere quella cosa che ti attira, che ti ispira, che ti muove, perché questa è la musica. Noi non abbiamo mai cercato di eseguire un brano nel modo in cui l’hanno fatto quelli che hanno avuto tanto successo. Non sto dicendo che una band non debba fare cose simili, ma noi preferiamo tirare sempre per la nostra strada. Ci teniamo fedeli alla linea, come i CCCP [ride, ndr].
Avete appunto sempre mantenuto un sound coeso e coerente. C’è qualcosa che vorresti cambiare in futuro, magari provando a lavorare anche con artisti o produttori diversi?
Su questo disco abbiamo collaborato con Marty Freeman, il chitarrista che ha suonato su “Diamond In The Rough”, per me lui è uno dei migliori chitarristi del mondo. In passato abbiamo avuto anche Phil Campbell dei Motörhead su un pezzo. Perciò, quando la canzone si presta ad una cosa simile e c’è l’opportunità, di certo la seguiamo. Come produttori, ci troviamo molto bene con Eric. Vorrei anche tornare a fare un altro disco con Gart Richardson, ma lui abita nell’ovest del Canada, su un’isola vicino Vancouver, perciò è la logistica sarebbe un po’ complicata. Nello studio con Gart ci siamo trovati benissimo, mi sono sentito come uno studente a guardare lui eseguire quello che fa, considerando i suoi tantissimi anni di esperienza.
Questa era l’ultima domanda, grazie mille per questa intervista John! Vuoi lasciare un messaggio ai nostri lettori?
Seguiteci sui social e se siete a Milano, venite al concerto. Mi hanno detto che è uno dei migliori concerti al mondo, anche se da spettatore non l’ho mai visto [ride, ndr]. Perciò venite e sarà una serata fantastica.
Foto copertina: Dustin Rabin





