Erano gli anni 80 in tutto il loro splendore
fuoriusciti da televisori grossolani
incastonati in mobili polifunzionali
appena prima dei mercati globali
– produci consuma crepa –
erano gli anni 80, in Occidente
dove tramonta il giorno
dove le cose vanno a compimento.
RIEPILOGO
la Benemerita Soubrette e l’artista del popolo
la chitarra grattugiata e l’urlato declamante
bestie da palcoscenico in vita vivente
Ciò che fu, ciò che è stato
Che è, ciò che scampato.
In fedeltà la linea c’è.
All’era sto.
Queste righe, scolpite nella carta del comunicato stampa consegnatoci all’ingresso, sono le stesse che Annarella Giudici pronunciava sul palco l’estate scorsa, come introduzione ad ogni concerto. In meno di 100 parole, si riassume in qualche modo non solo la storia che fu, ma anche quella che viene scritta ancora oggi. In un moderno salone, file, anzi, linee di fedeli attendono il segnale. All’erta stiamo. Sul palco in fronte a noi, quattro sedie attendono i nostri generali. La sensazione è quella che suscitavano i quattro grotteschi oracoli della mostra “FELICITAZIONI!”, che con la loro bronzea presenza – erano davvero di bronzo? – illuminavano gli occhi e l’anima dei proseliti, giunti fino a Reggio Emilia in adorazione agli idoli del punk italiano. Anzi, filosovietico. Se GLF leggesse quanto appena esposto, ne sgorgherebbe un’accesa discussione; ma è egli stesso ad ammettere più volte che è normale avere visioni differenti, anche tra artista e pubblico.
Rimaniamo un attimo indietro. Riccardo Vitanza di Parole & Dintorni dà il benvenuto a tutti e a tutte, e ci introduce la visione del trailer di “GRAN GALA PUNKETTONE”, il live album con video estratto dal loro spettacolo al Teatro Valli di Reggio Emilia, tenutosi per celebrare l’inaugurazione dell’anzidetta mostra nell’ottobre 2023. I generali non sono ancora sul palco, bensì in mezzo a noi, in prima fila, a godere la visione della loro ultima creatura discografica. Una performance teatrale, intima e sentita di “Annarella” si conclude con la celeberrima espressione – presa in prestito dagli antichi romani – “Questi sono i miei gioielli”. Gli applausi e gli schiamazzi emessi dal pubblico del Teatro Valli riescono a penetrare lo schermo del proiettore e ad avvolgere tutto il salone dell’Arci Bellezza, che non trattiene i sintomi di apprezzamento fino all’arrivo degli ospiti sul palco. Da sinistra, Giovanni Lindo Ferretti, Annarella Giudici, Massimo Zamboni e Danilo Fatur. L’urlato declamante, la Benemerita Soubrette, la chitarra grattugiata e l’artista del popolo. Eccoli finalmente, i CCCP – Fedeli alla linea.

Sono tutt’altro che idoli statuari, in realtà. GLF ha già superato i 70, gli altri lo stanno per raggiungere, eppure siamo ancora tutti qui a guardarli, ascoltarli, adorarli. E non solo a questa conferenza, ma anche ai loro concerti il pubblico è composto da molti giovani, nati negli anni in cui il gruppo si era già sciolto, o come dicono loro, era divenuto una cellula dormiente. La lettura collettiva intrapresa dalla compagine emiliana parla proprio di questo, di come sia stato possibile per loro ritornare, nonostante la distanza fisica ed emotiva tra i singoli, in particolare Ferretti e Zamboni, che non si sono parlati per quasi 20 anni. È stato il documentario “Kissing Gorbaciov” (2023) di Luigi D’Alife e Andrea Paco Mariani, che vede tra i protagonisti proprio i CCCP, ad avvicinare nuovamente i quattro artisti, che perciò hanno deciso di tornare sulle scene.
GLF e Annarella parlano di come la cellula dormiente si sia risvegliata nel presente, mentre Zamboni preferisce soffermarsi qualche istante in più sul passato. “Era il settembre 1990 e ci trovavamo alla Camera del Lavoro di Milano, quando annunciammo lo scioglimento. L’anno prima era caduto il muro di Berlino, c’era stata la rivolta di piazza Tienanmen… Era morto anche Pajetta, uno degli ultimi leader comunisti di una volta… Era la fine del socialismo e quindi per noi era inevitabile fermarci…” Il chitarrista non manca di ironizzare sulla loro dimensione politica: “Con il tour di quest’anno, noi saremo il primo impero socialista a concludere un piano quinquennale”.
Fatur è un uomo di poche parole: non a caso è lui l’artista del popolo, colui che si esprime attraverso il corpo e la meccanica. Saluta tutti i “tovarish milanesi” e sottolinea una certa continuità nella sua vita: “Io ho iniziato a far vedere il culo, a Milano negli anni 80 mi chiamavano Jimmy Gelatina. I CCCP mi hanno accolto e insieme abbiamo creato una sorta di cabaret padano-berlinese. Non è che sia cambiato molto oggi per me… Devo dire che ci ho messo un po’ per farmene un ragione, quando ci siamo sciolti… Attraverso un percorso alcolico e fumogeno, e attraverso la famiglia che mi sono fatto negli anni, ce l’ho fatta. Certo, adesso ho rammarico perché io senza i CCCP sono senza lavoro… Però continuerò a fare lo stripteaser nei piccoli locali. Ecco, spero che qualcuno perseguirà questo tipo di spettacolo sovietico moderno, che è ancora abbastanza inesplorato”.

Giunto il momento delle domande, GLF approfondisce il discorso del ritorno: “Io sono stato l’ultimo ad essere risvegliato, perché in realtà Zamboni e Annarella ci lavoravano già da due anni. E io ero convinto che la cosa si sarebbe limitata alla mostra, una mostra ad un mostro. Fatur, quando l’abbiamo conosciuto era un bronzo di Riace, oggi lo guardo ed è un Buddah di giada, eppure la poesia che esprime il suo corpo è qualcosa che non era nemmeno immaginabile 30 anni fa… Annarella pure è invecchiata, ma la sua bellezza così austera di oggi la rende una divinità, difatti oggi ci troviamo nel suo tempio [si riferisce all’Arci Bellezza, ndr]. Ritrovarmi di fianco a Zamboni dopo così tanti anni è stata una scarica elettrica. Io non volevo fare tutto questo, eppure… Non ho mai detto di no a un altro concerto perché poi tanto la mia volontà è indifferente, quando dico ‘no’ poi succede, quindi… Però siamo invecchiati, questo è da dire. Io l’anno scorso ho avuto un infarto e ai tempi dissi di non riferirlo agli altri per paura che venisse pure a loro per lo spavento. Salito sul palco in piazza a Bologna, guardai Zamboni e dissi che se fossi morto lì, in scena, sarebbe stata una figata e li avrei catapultati in altissimo. Lui mi rispose: ‘A morire son tutti buoni, il problema è risorgere!’… Comunque le cose hanno un termine, le cose devono finire e necessitano di una cerimonia, cosa che non abbiamo fatto 30 anni fa. I CCCP devono morire sul palcoscenico perché sono una dimensione della musica da palcoscenico. Quest’estate partiremo dalle rovine romane e finiremo tra le rovine greche, di fronte al Mediterraneo. Poi, sono cazzi vostri”.
Proprio così: la cosiddetta Ultima chiamata per vedere i CCCP – Fedeli alla Linea del vivo parte quest’estate dal Circo Massimo di Roma, il 30 giugno, e si conclude al Teatro Antico di Taormina (ME), il 30 luglio, passando per il Castello di Legnano (MI) il 3 luglio, l’Ex Base Nato di Napoli l’8 luglio, la Fiera del Levante di Bari il 12 luglio, e la Villa Contarini di Piazzola sul Brenta (PD) il 18 luglio.
Qualcuno chiede se questo revival sia stato fatto per aggiungere qualcosa di nuovo o per ribadire gli stessi concetti espressi negli anni 80. Zamboni dice che “la parola ripetuta è la parola che si fissa, eterna, per sempre. Cose nuove non avrebbero senso per i CCCP”. Ferretti precisa: “Ho sempre pensato che i CCCP fossero un omaggio ad un momento preciso della vita, invece no. 30 anni fa c’è stato lo sgretolamento del comunismo, oggi vi è lo sgretolamento di ciò che doveva seguire il comunismo. I CCCP sono diventati preghiera e le preghiere non si cambiano, i CCCP sono i bardi di una generazione. È qualcosa che è successo, per fortuna e per casualità. Bisogna rimanere attenti al mondo, alle cose. Il pubblico nuovo non è da conquistare con cose nuove. Possiamo consolarlo, ecco”.
È vero, i brani sono quelli di una volta, ma viene fatto notare che comunque qualcosa è cambiato in loro. Sulla presenza di una band al completo sul palco, GLF è a dir poco entusiasta: “Adesso quando facciamo ‘Oh! Battagliero’ siamo finalmente una grande band di liscio! Durante tutta la nostra carriera abbiamo suonato con una batteria elettronica, che era considerata da sfigati, ma alla fine noi siamo tutti un po’ sfigati… Eravamo finiti nel 1990 con una batteria vera, con Ringo [De Palma, mancato proprio nel 90, ndr]. Oggi dovevamo tornare con tutte le batterie che non avevamo mai avuto, infatti abbiamo tre batteristi”. Sull’assenza di certi brani storici in scaletta. è sempre il cantante a rispondere: “È un processo naturale. Siamo tutti molto attenti e certe parole non possono più essere pronunciate. Certe canzoni non le facciamo più perché sono cambiato troppo io ed è cambiato troppo il mondo.”

Non mancano i momenti in cui la band (GLF in particolare) si scalda. Quando vengono nominati i CSI, l’aria nel salone si raggela per qualche istante, prima che Ferretti cerchi di sviare in fretta: “Di fianco ad Annarella di queste cose non si parla”. A onor del vero, anche Fatur non era presente nell’avventura post-CCCP, ma è evidente che l’animo da calmare sia la Benemerita Soubrette, visibilmente stizzita da questa parentesi – forse per questo non proferirà parola per tutta la conferenza. La band è la protagonista di oggi e vale più dei singoli, viene ribadito in un secondo momento: “I CCCP sovrastano me, non esiste Ferretti Lindo Giovanni qui”. Viviamo attimi ancora più concitati quando viene tirata in mezzo la geopolitica. Essendo i maggiori rappresentanti del punk filosovietico, viene chiesto loro se l’invasione russa sia una minaccia reale. GLF: “Io su Ucraina e Russia sono sempre d’accordo con Travaglio, non so come mai. Non è una storia iniziata con la guerra in Ucraina, ne parlavano già Berlusconi e Giovanni Paolo II. Io ho avuto paura molto tempo prima quando la Chiesa ortodossa dell’Ucraina ha fatto uno scisma, per motivi politici! Ricordiamoci tutti che Chruščëv era ucraino, Bréžnev era ucraino! C’è troppa falsità in giro, la verità non è mai ovvia e non è mai semplice. Chiedo scusa se mi sono fatto prendere, ma del resto sono l’urlante dei CCCP”.
Rimanendo geograficamente lì ma tornando sul tema artistico, a Ferretti viene chiesto che canzone scriverebbe sulla situazione odierna, precisando che il pubblico è ancora affamato del socialismo di cui erano intrisi alcuni testi. “A 73 anni, non ho più l’arroganza. Sarebbe una scrittura bastarda. Percepisco il pubblico, ma abbiamo tracciato il filo spinato tra noi e loro 40 anni fa. Non siamo i loro servi, non siamo il loro referente politico. Ho ancora il cattivo gusto di cantare ‘Spara Jurij’, ma è diverso. Se il pubblico ha problemi con i CCCP di oggi, sono cazzi loro. Non c’è omogeneità, ma è normalissimo. ‘All’era sto come un russo nel Donbass, come un armeno nel Nagorno Karabakh’, è giusto che queste cose dividano. Finché c’erano le appartenenze, le ideologie, sapevi cosa pensava la gente. Oggi non puoi più dare nulla per scontato. Noi siamo questo, padroni della nostra storia e non disposti ai compromessi, difendiamo il filo spinato. Le polemiche sul costo dei biglietti non abbiamo nemmeno voluto guardarle. I concerti sono un lavoro e li facciamo per chi apprezza”.
La domanda più difficile: cosa faranno dopo? Zamboni: “Credo che la vita di nessuno di noi si sia mai misurata con la parola ‘carriera’. Vivremo e basta. Vedere il trailer ovviamente ti muove qualcosa, ti fa dire ‘Accidenti ma cosa stiamo facendo?’… Eppure siamo disposti a farlo. Mi sento come una casalinga che mette a posto tutto ciò che ha stirato: ‘Questo l’ho fatto e non me lo tocca nessuno’”. Ferretti: “Negli ultimi 10 anni la mia massima aspirazione erano gli arresti domiciliari: silenzioso, solitario, cagacazzo. La mia casa sembra un RSA, vivo con un 90enne e le sue badanti. Faccio fatica perfino a scrivere… Dopo questa esperienza, ormai quando esco è ‘FELICITAZIONI!’, quando torno a casa invece ‘condoglianze’.”





