Come succede ormai da quasi 15 anni, Myles Kennedy è sempre nel pieno delle sue attività e porta avanti innumerevoli progetti in parallelo. A pochi mesi dall’ultimo tour con Slash, ha visto luce “The Art Of Letting Go”, terzo album solista del cantante e chitarrista. Abbiamo avuto l’opportunità di parlare con Kennedy proprio delle motivazioni dietro a questo lavoro così diverso dai suoi precedenti e del tour in cui si è imbarcato, che passerà anche dall’Italia il 13 novembre. Oltre a ciò, il frontman degli Alter Bridge ci ha anche raccontato come riesce a portare avanti ed equilibrare tre progetti diversi, dando così vita alle proprie diverse esigenze artistiche.

Ciao Myles, benvenuto su SpazioRock! Per prima cosa, come sta andando il tour?

Ciao, grazie! Sta andando alla grande, prima dall’inizio ero un po’ preoccupato perché non sai mai se hai provato abbastanza, come andrà e così via, ma in realtà per ora tutto benissimo. La risposta dei fan è ottima e mi sto divertendo un sacco.

Hai appena pubblicato “The Art Of Letting Go”, che è il tuo terzo disco da solista. Se lo confrontiamo con i precedenti, è un disco diverso: “Year Of The Tiger” era quasi tutto acustico e aveva un significato personale, “The Ides Of March” è stato scritto durante la pandemia e aveva quello stato d’animo, mentre questo disco ha un sacco di chitarra e credo sia più simile a quello che fai di solito con gli Alter Bridge e Slash. Quali sono state le differenze nel processo di scrittura delle canzoni?

Credo che la principale differenza sia il fatto che mi sono concesso di scrivere un disco rock n’ roll. Quando ho fatto il primo era un momento in cui avevo bisogno di fare un album acustico ed è stato fantastico, ma già con il secondo ho sentito il bisogno di mettere un po’ più di chitarra elettrica. Per “The Art Of Letting” volevo spingere molto in quella direzione, quindi lavorare tanto sui riff, sugli assoli e così via. E ora che è iniziato il tour sono contento di aver preso questa decisione, perché si vede benissimo quanto il pubblico ami questi suoni più duri.

E parlando di temi, “Year Of The Tiger”, per esempio, aveva una sorta di concept autobiografico. Per questo album, qual è stata la tua fonte di ispirazione?

Quando lavoro ad album solisti c’è sempre una componente molto personale nei temi che affronto. Questo per ovvie ragioni non succede con Slash, mentre invece con gli Alter Bridge è più facile che accada, anche se meno rispetto a questo caso. Per questo album ho cercato di analizzare dove mi trovo ora con la mia vita e il titolo dell’album deriva anche da quello, ovvero il fatto di imparare a concentrarsi solo sul presente e sulle cose importanti, lasciando perdere quello per cui non vale la pena spendere energie. È una cosa che sto sperimentando, ma che avrei voluto realizzare molti anni fa.

A questo proposito, mi è sempre piaciuto il fatto che nelle tue canzoni parli di come la vita possa essere dura, ma c’è sempre un modo per risollevarsi. Credo che in questo disco, “Mr. Downside” mostri molto bene questo concetto. Quanto è difficile mettere questi sentimenti nelle tue canzoni?

Credo che in certi casi questi temi che esploro nelle canzoni siano anche un modo di ricordare a me stesso come funzionano le cose. Ovviamente non sono perfetto, ci sono giorni in cui mi sveglio e mi sento esattamente come il Mr. Downside del brano. Ma queste canzoni, queste melodie, questi temi, servono a ricordarmi che posso guardare la vita anche da un altro lato, non per forza da quello negativo. Apprezzo molto quando ci sono persone si riconoscono nei testi, ma allo stesso tempo ovviamente non scrivo queste canzoni solo con lo scopo di aiutare altre persone. Di solito le scrivo per me stesso, per aiutarmi ad affrontare determinate situazioni.

MylesKennedyAlterBridge2022

La mia canzone preferita del disco è “Behind The Veil”. Penso che abbia un ottimo mix di elementi diversi che hai sviluppato nel corso della tua carriera e per questo motivo mostra davvero la tua identità di artista. Puoi dirmi qualcosa di più a riguardo?

Grazie, mi fa piacere che tu dica questa cosa perché credo anche io che molti elementi di quel brano mi rappresentino. Credo che ad esempio il riff rappresenti molto bene il mio DNA musicale, il modo in cui suono e mi piace fare. Volevo fortemente scrivere un brano simile perché con gli Alter Bridge non capita spesso, visto che in generale hanno un sound più pesante e in generale leggermente diverso. E tra l’altro è anche la canzone che attualmente preferisco suonare dal vivo, quando vedo che è arrivato il momento in setlist sono sempre molto felice [ride, ndr].

A proposito di questo, tra meno di due settimane tornerai in Italia e suonerai a Milano. Sono passati più di 6 anni dall’ultima volta che sei venuto qui per il tuo progetto solista, quindi non vediamo l’ora. Cosa possiamo aspettarci dallo show?

Sì, saremo in tre e suoneremo canzoni da tutti e tre i miei album. Ci sarà anche un pezzo acustico tratto dai miei altri progetti, ma lo cambio ogni sera e spesso lo scelgo al momento [ride, ndr]. Una cosa che mi sta piacendo molto è che c’è molta improvvisazione, spesso suono parti strumentali più lunghe, cambio un pochino i pezzi e così via. Non credo di aver mai suonato così tanti assoli durante uno show.

Ho dato un’occhiata alla scaletta che avete suonato nei primi concerti del tour e ho visto che, come hai detto, avendo ormai tre album solisti, non suoni più molte canzoni dei tuoi altri progetti. Ma quello che volevo chiederti è, come scegli i pezzi migliori per ottenere il giusto feeling durante lo show? Te lo chiedo perché ricordo che quando siete andati in tour dopo l’uscita di “Year Of The Tiger”, suonavi “Turning Stones”, che è una ballata acustica, con chitarra elettrica e basso e ho pensato che quella versione si adattasse molto bene alla scaletta e al mood del concerto. Hai intenzione di fare qualcosa di simile anche questa volta?

Sì, di solito è un qualcosa legato al momento e all’album che è appena uscito. Quindi ora rispetto a sei anni fa sicuramente spingo molto di più sul lato elettrico anche dal vivo. In realtà “The Art Of Letting Go” è nato così anche per questo motivo. Quando eravamo in tour per “The Ides Of March” il tecnico della batteria ha notato che tendevo molto a fare questa cosa che hai detto e quindi mi ha detto “ma perché non fai un album po’ elettrico e spinto?” Quindi sono questi i motivi per cui tendo a rendere elettrici i pezzi acustici. E tra l’altro una cosa che ho notato è che i fan apprezzano tantissimo questa cosa. Inizialmente volevo fare tutto acustico, è stato fantastico e lo è stato anche il supporto dei fan, ma mi sono reso conto che una volta presa in mano la chitarra elettrica la risposta è un’altra. C’è un diverso livello di esaltazione collettiva, come se dicessero “Questo è quello che vogliamo, non quella roba acustica da vecchi” [ride, ndr].

Personalmente apprezzo molto entrambe le cose, ma posso capire se qualcuno ad un concerto si sente più coinvolto se esaltato con qualche riff in più. Parlando di questo, quali sono le cose più importanti per fare un live perfetto?

Credo che la cosa più importante sia la connessione con il pubblico. Io tendo ad essere perfezionista sul palco, spesso la mia preoccupazione principale è suonare tutto perfettamente, non sbagliare nulla con la voce e così via. Spesso sono così concentrato su questi aspetti che si riesce proprio a percepire che non sto pensando ad altro. Poi a momenti mi rendo conto che in realtà la cosa importante è connettersi con i fan. Se qualcuno vuole sentire la canzone perfetta, ascolta la versione in studio. Il punto di una performance live non è quello, se sbagli qualcosa va bene lo stesso, quello che conta è il coinvolgimento. E se ci pensi anche questo discorso si lega al titolo dell’album, il sapersi lasciare indietro queste cose che non sono così importanti per la riuscita della performance. L’altra sera stavo suonando, all’inizio ho fatto un paio di errorini e mi stavo abbattendo per questo motivo. Ma poi mi sono detto, chi se ne frega, la cosa importante è godersi il momento e divertirsi. E dal quel momento lo show è iniziato davvero e si vede chiaramente quanto il pubblico si stesse divertendo.

Negli ultimi 15 anni, da quando hai iniziato a lavorare con Slash, non ti sei mai preso una pausa e stai ancora lavorando a tre progetti diversi. Quanto è difficile combinare tutto?

Direi che è un incubo per il mio manager [ride, ndr]. Mia moglie mi ha sempre supportato tantissimo nonostante spesso sia via per questo motivo, ma il punto è che per me è vitale creare qualcosa dal punto di vista artistico. Mi piace molto suonare dal vivo, ma il motivo principale per cui faccio quello che faccio è il processo creativo. È qualcosa di magico, è come una droga per me il tirare fuori quello che ho dentro e metterlo in musica. E sono fortunato, perché anche negli altri progetti lavoro e scrivo con persone come Mark [Tremonti, ndr] e Slash che sono esattamente come me da questo punto di vista.

Parlando di questo, di solito possiamo ascoltare nuova musica degli Alter Bridge ogni 3 anni, quindi cosa succederà l’anno prossimo? State già scrivendo qualcosa di nuovo?

Questa informazione è top secret, ma di sicuro il tuo ragionamento è valido. Potrebbe accadere, chissà [ride, ndr].

Ok, ne prendo nota… Come dicevamo prima, “The Art Of Letting Go” è un disco che mostra molto bene le tue capacità di chitarrista rispetto ai precedenti. Da questo punto di vista, come si è evoluto il tuo ruolo nella band con Slash in tutti questi anni? Con gli Alter Bridge hai suonato la chitarra fin dal primo disco, pensi che in futuro questo accadrà di più anche con Slash?

Non so. In “Apocalytpic Love”, il primo album che ho fatto interamente con Slash, ho suonato la chitarra, ma poi si è unito alla band Frank [Sidoris, ndr], che è davvero un chitarrista eccezionale. Quindi non credo che accadrà in futuro e tra l’altro non credo neanche di volerlo. In quella occasione mi piace il fatto di essere più frontman e il mixare un po’ le cose, visto che con gli Alter Bridge e da solista suono tutto il tempo. Ma detto questo, quando canto con Slash mi manca la chitarra [ride, ndr]. A volte quando suona assoli molto lunghi e io esco un attimo dal palco può capitarmi di prendere in mano la chitarra e strimpellare qualcosa nel backstage, è più forte di me [ride, ndr].

Però alla fine credo sia apprezzabile anche dal punto dei vista dei fan ricevere una versione diversa di te a seconda del progetto per cui stai suonando.

Mi fa piacere sentirlo, mi piace se la gente in generale non è troppo abituata ad una singola versione di me stesso e quindi si chiede cosa succederà a seconda del progetto per cui sto suonando. Con gli Alter Bridge è un vibe diverso, un po’ più arrabbiato e pesante, con Slash divento più frontman, mentre da solista sono molto più rilassato. C’è molta improvvisazione e mi diverto. Ovviamente mi diverto anche con gli Alter Bridge e con Slash, ma è una cosa diversa.

MylesKennedy2024

Sì, si capisce. Parlando di questo, sono molto curioso riguardo a questo tour perché l’ultima volta, come abbiamo già detto, era tutto in una dimensione più acustica, quindi sono curioso di vedere come sarà questa volta.

È rumoroso [ride, ndr]. Gli altri sono fantastici, il batterista [Zia Uddin, ndr] è incredibile, secondo me è uno dei migliori batteristi rock in circolazione e non lo conosce quasi nessuno. E in questi live si nota tutta la sua bravura.

Se non sbaglio, anche nei tour precedenti c’era lui.

Sì e in generale suoniamo insieme da quando siamo ragazzini. È la persona con cui suono da più tempo, credo che abbiamo iniziato a fare qualcosa insieme nel 1986.

Fantastico! Parlando di te come chitarrista, vorrei farti una domanda su “Blackbird”, la canzone degli Alter Bridge. Se non sbaglio, questa canzone è dedicata a un tuo amico che ti ha insegnato a suonare la chitarra quando eri bambino. Qual è la storia di questa canzone e, in relazione a questo, come hai capito che volevi diventare un chitarrista?

Sì, la canzone è stata scritta per Mark Morse, un mio amico che purtroppo si è spento nel 2006. Lui è stata la persona che in realtà mi ha venduto la mia prima chitarra, in un negozio a Spokane e dopo qualche anno mi ha anche dato un lavoro, quindi sono stato in quel negozio un po’. Era una persona fantastica ed ero molto triste quando se ne andato. La conseguenza è stata scrivere quella canzone. Ma in generale quello che mi ha portato a voler suonare la chitarra è stato sentire grandi chitarristi come Eddie Van Halen, Jimmy Page e così via.

Nella tua carriera hai raggiunto un sacco di obiettivi con molti musicisti diversi. C’è qualcosa che non hai fatto, ma che vorresti provare a fare?

Non vorrei essere troppo avido [ride, ndr]. A parte le battute, ci sono diverse collaborazioni che mi piacerebbe fare. Un musicista con cui vorrei lavorare è Devin Townsend, è un musicista incredibile. Sarebbe bello esplorare di più questi aspetti, quando scrivi con altre persone impari sempre qualcosa di nuovo, è importante uscire dalla comfort zone ed esplorare anche qualcosa di diverso ogni tanto.

Immagino che avendo sempre lavorato su così tanti progetti e con molti musicisti diversi, negli anni hai sempre imparato qualcosa da ognuno di loro.

Sì, assolutamente.

Come ultima cosa, vuoi lasciare un messaggio ai tuoi fan che leggeranno questa intervista?

Certo! Grazie per gli oltre 20 anni di supporto, non è una cosa che do per scontata. Sono davvero contento di tornare in Italia la settimana prossima, spero di vedervi lì!

Grazie mille per questa intervista Myles, è stato un piacere parlare con te!

Grazie a te, le domande erano interessanti! Ci vediamo in tour!

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