A soli due anni dal rilascio di “Wasteland”, gli Stranger Vision tornano a pubblicare, attraverso i brani di “Faust. Act I: Prelude To Darkness”, un concept album basato sul primo atto del dramma in versi di Johann Wolfgang Goethe, dimostrando come poter combinare un power/prog metal dal taglio moderno a un’opera letteraria di così grande levatura. Ne abbiamo discusso con due esponenti della band, il drummer Alessio Monacelli e il chitarrista Riccardo Toni, entrambi capaci di farci entrare a fondo nella scrittura del disco e in altre questioni di portata più generale, tra tour, collaborazioni speciali e succose anticipazioni. Buona lettura!

Ciao ragazzi e bentornati sulle pagine di SpazioRock, è davvero un grande piacere avervi di nuovo ai nostri microfoni. Come state? So che siete tornati da poco da un festival tenutosi a Tokyo.

Alessio: Sì, siamo tornati pochi giorni fa. È un’esperienza freschissima e, chiaramente, è stata, per me e per noi, la prima volta in assoluto in Giappone. C’è da dire che ci siamo trovati di fronte a un mondo completamente diverso da quello a cui siamo abituati. Ed è stato sorprendente trovare un pubblico molto caloroso che già ci conosceva e che, dopo le nostre performance, veniva a cercarci e a chiederci delle cose, a scambiare parole con noi, a farci i complimenti. Insomma, cose che a volte, qui in Italia o in Europa, non sono così consuete. È stato un momento davvero pazzesco. Abbiamo preso parte all’Evoken Festival, a Tokyo, un evento della durata di quattro giorni in cui abbiamo suonato nelle prime due date. Gli headliner del primo giorno, che, tra l’altro, abbiamo aperto noi, erano i danesi Manticora, mentre nel secondo suonavano gli olandesi Elegy, che non hanno certo bisogno di presentazioni. È stato molto bello, quindi, sia condividere il palco con loro sia anche rincontrare tanti amici italiani. C’erano, infatti, i Derdian e i Winterage, ed è stato tutto fantastico.

Devo dire che non mi sorprende tutto questo affetto che avete ricevuto, visto che il Giappone è una nazione che storicamente, forse più dell’Europa o degli Stati Uniti, ama molto le sonorità melodiche.

Alessio: Beh, diciamo che c’è anche una scena locale piuttosto interessante e i fan nipponici apprezzano tanto questo tipo di sonorità molto melodiche. Mentre qui in Europa, dal punto di vista del metal, i generi che vanno per la maggiore sono quelli un po’ più estremi, in Giappone c’è un grandissimo amore per la melodia e, in particolare, mi sono accorto che tanti gruppi italiani, noi compresi, hanno un seguito a dire il vero inaspettato.

È ora di parlare del terzo lavoro degli Stranger Vision, ovvero “Faust. Act I: Prelude To Darkness”, uno splendido concept album sull’opera letteraria di Johann Wolfgang Goethe. Considerate questo nuovo disco come il più compiuto della vostra discografia, dal momento che, a mio avviso, si percepisce fortemente la volontà di effettuare un ulteriore passo in avanti a ogni livello?

Riccardo: Intanto ti ringrazio dell’apprezzamento, che sicuramente fa molto piacere, e ciò vuol dire che hai ascoltato molto bene tutti gli album. E soprattutto mi fa piacere che si noti questo passo in avanti che abbiamo cercato di fare. Allora, “Poetica” e “Wasteland” sono nati più o meno nello stesso periodo: il primo, praticamente, lo abbiamo scritto nel giro di sei mesi e, nella settimana in cui avevamo prenotato lo studio per iniziare le registrazioni, è scoppiata la pandemia e siamo finiti tutti sotto lockdown. L’album, poi, lo abbiamo inciso nel giugno del 2020 ed è uscito soltanto l’anno dopo; questo ritardo del rilascio di “Poetica” creò le condizioni per cominciare già a comporre il materiale per “Wasteland”. Quindi, bene o male, “Poetica” e “Wasteland” sono stati concepiti e scritti più o meno durante lo stesso periodo. Visto che con “Poetica” non c’era stata alcuna possibilità di promuovere dal vivo il disco, dopo la pubblicazione di “Wasteland” ci siamo concentrati sui live e, sostanzialmente, questo ha consentito, poi, la possibilità di mettersi a scrivere, di sperimentare sui suoni ed è nato una sorta di sviluppo del gruppo. Diciamo che tutti ci siamo messi ad ascoltare un genere un po’ più prog, un po’ più contemporaneo, e abbiamo deciso, di comune accordo, di andare su sonorità più moderne e mi fa piacere si senta che c’è stata una maturazione, ma è stata una maturazione voluta fortemente da tutta la band.

La parola modernità, quindi, mi sembra fondamentale per comprendere appieno le sfumature delle sonorità power/prog dell’album.

Riccardo: Assolutamente. Abbiamo cercato di utilizzare una batteria con suoni più moderni e la batteria cambia parecchio il suono dell’album. E ci sono suoni più campionati, più compressi, più moderni, appunto, e più tendenti al progressive. Stessa cosa con la chitarra: abbiamo voluto che suonasse compatta con il basso e che si avvicinasse alle caratteristiche del prog moderno di stampo americano. Inoltre, “Poetica” e “Wasteland” avevano molte più orchestrazioni, erano più sinfonici, mentre in “Faust. Act I: Prelude To Darkness” abbiamo cercato un maggiore utilizzo dei synth, sempre con lo sguardo rivolto alla modernità. È stata una ricerca lunga due anni che abbiamo fatto di comune accordo anche con il nostro produttore, Simone Mularoni, che ci ha accompagnato e consigliato in questi anni.

Simone è una sorta di quinto membro della band, vero?

Riccardo: Esatto, possiamo considerarlo il quinto membro della band. E quando ci ha fatto sentire il primo mix, ha subito suonato come ci aspettavamo, cioè subito una bomba, era proprio il suono che cercavamo, più compatto, più coeso, più potente, e anche più moderno e più prog rispetto al puro power dei due dischi precedenti. Diciamo che il power puro che abbiamo espresso in “Wasteland” cominciava a essere un po’ old style e, dunque, volevamo svecchiarci, dando una nuova veste alla band.

Una nuova veste che, però, non disdegna di misurarsi con l’eredità dei Savatage, una formazione la cui influenza si sente maggiormente rispetto a un recente passato nel quale sembravano più presenti Blind Guardian, Demons & Wizard, il power di casa nostra.

Alessio: Parlo anche per quanto riguarda me come batterista. In “Poetica” non c’ero e in “Wasteland” ero appena arrivato, quindi mi ero già trovato delle parti già scritte che non ho stravolto alla grande, mentre in “Faust. Act I: Prelude To Darkness” ho avuto modo di partecipare molto di più al processo compositivo. C’è ancora molto di classico nel nuovo disco e concordo che si senta la presenza dei Savatage, soprattutto come vocalità e per la teatralità di alcune parti, laddove, a livello musicale e ritmico, abbiamo voluto inserire qualche genere più pesante. Molte ritmiche, a volte, ricordano un certo tipo di metal svedese, specialmente qualcosa che ha a che fare con gli In Flames, band che è stata, a livello sonoro, un’influenza molto importante su questo album.

Spostiamoci sui testi: cosa vi ha spinto a scegliere il “Faust” goethiano?

Riccardo: Allora, la scelta deriva dalla mia passione per il Romanticismo tedesco. Quando ho proposto a Ivan e agli altri ragazzi questo testo, li ho trovati entusiasti, probabilmente per come l’ho esposto. “Poetica” era un concept album molto generico sulla poesia e sulla filosofia, mentre siamo andati più sul monotematico con “Wasteland”, utilizzando il libretto omonimo di Thomas Stearns Eliot, anche quello non proprio di facile lettura. A me il “Faust” è sempre piaciuto perché è un testo molto interiore. Il primo atto dell’opera, su cui poi è basato questo album, è praticamente quasi tutto ambientato nell’interno di una stanza e ha come argomento le considerazioni del personaggio sulla saggezza, una saggezza ricercata nello studio della filosofia, della teologia, della scienza. Fondamentalmente, si tratta di una riflessione sulla conoscenza in sé che l’uomo può acquisire e i confini della conoscenza umana stessa. Solo in un secondo momento c’è la tentazione di Mefistofele e tutto ciò che ne consegue. È, quindi, un testo molto più profondo di quello che normalmente si pensi, ha molte sfaccettature diverse che abbiamo cercato di analizzare. Il viaggio interiore di Faust alla ricerca della consapevolezza è un tema a noi molto caro, tanto che, alla fin fine, anche “Wasteland” si occupava di una sorta di percorso esistenziale. E quindi sì, questo taglio è piaciuto un po’ a tutta la band, e abbiamo provato a fare questa pazzia ulteriore, cioè di musicare un’opera che rappresenta un colosso della letteratura europea e mondiale.

Un colosso che, immagino, avrà dato qualche grattacapo in fase di adattamento …

Riccardo: Beh, non è stato semplice riprendere in mano il testo. Io sono laureato in filosofia, l’ho studiato all’università e alle scuole superiori, quindi erano anni che non lo toccavo. Non è stato facile riprenderlo in mano e non è stato facile decidere i macro-temi necessari a mettere giù il concept, perché, comunque, è un’operazione sempre molto complessa quella di sintetizzare. È un lavoro, però, il musicare un’opera e di interpretarla, che ci appassiona, perché, appunto, cerchiamo di dare uno spessore anche alle liriche, che molte volte, nel nostro genere, vengono parecchio trascurate. Oddio, ci sono le nicchie che ancora cercano di dare una consistenza alle parole, ma la maggior parte del metal europeo è, purtroppo, diventato folklore, se non qualcosa di peggio.

A questo proposito, vi considerate una mosca bianca nel panorama metal europeo? Non ci sono molti gruppi che abbiano impiegato dei capolavori della letteratura per dare sostanza alle proprie liriche.

Riccardo: Sono d’accordo, ed è proprio per questo che, quando siamo nati nel 2020, ci siamo detti “Che cos’è che manca nella scena in questo momento?”. E sin dall’inizio abbiamo provato a fare un po’ la differenza da questo punto di vista, cioè cercare di riportare una certa profondità di riflessione nei testi. Non so questo quanto paghi, perché non riusciamo ancora a toccarlo con mano. E non so se quanto di quello che abbiamo ottenuto in questi anni sia basato su questa nostra ricerca. Però, sì, vogliamo essere una mosca bianca, nel senso che vogliamo andare controcorrente. E speriamo che qualcuno se ne accorga.

Dal titolo “Faust. Act I: Prelude To Darkness”, arguisco che prossimamente assisteremo al rilascio del secondo capitolo. Ci potreste dare qualche anticipazione in merito?

Alessio: Riccardo, rispondi tu che sei l’esperto (ride, ndr).

Riccardo: Allora, il “Faust” letterario è diviso in due atti. Il nostro concept album, però, è tutto basato sul primo, anche se gli album li abbiamo chiamati atto primo e secondo. La prima parte, che si svolge interamente nello studio del personaggio, arriva fino al punto in cui Faust viene tentato e firma il patto con Mefistofele. Il secondo disco, invece, tratterà della parte successiva, con Faust e Mefistofele che cominciano a volare per esplorare il mondo, tanto che il brano “Fly”, l’ultimo brano cantato del primo disco, è un po’ l’anello di congiunzione tra i due lavori. Il secondo disco, dunque, sarà sicuramente incentrato sulla crescita personale, ma sarà ambientato non più all’interno dello studio, bensì all’esterno. Ci sarà, infatti, anche la conoscenza di Margarete e il rapporto di amore che li legherà, e chi ha letto il “Faust” sa che questa relazione finisce in maniera molto tragica. Di conseguenza, soprattutto nella parte finale del prossimo disco, proprio per esprimere un amore che finisce in tragedia, le canzoni diventano molto cupe. E quindi sì, nel complesso si preannuncia un lavoro un po’ più violento.

Alessio: Voglio aggiungere qualcosa anch’io. Abbiamo lavorato parallelamente a entrambi i dischi, quindi, per la maggior parte, le canzoni del lato due sono praticamente pronte; non dico che il lavoro è in discesa, ma quasi, perché, comunque, avremo modo di ritornare un po’ sugli arrangiamenti. I musicisti sono così, magari ciò che abbiamo fatto in un momento l’anno successivo già non possono rappresentarti più. Certo, c’è una struttura di base molto ben definita, ma sicuramente ci sarà qualcosa che influenzerà ancora molto le nostre facoltà compositive.

Tornando al full-length, tra i pezzi migliori ce ne sono due, “In Principium” e “Dance Of Darkness”, che rappresentano, forse, la faccia rispettivamente più oscura e aggressiva del lotto. Siete d’accordo? O le vostre preferenze si dirigono altrove?

Alessio: La mia canzone preferita è “Carpe Diem”. Io vengo da influenze musicali molto vicine a quelle che possono essere i Kamelot e questa canzone in particolare, con il violoncello iniziale, le orchestrazioni cupe, è molto nelle mie corde. Anche “Dance Of Darkness” è uno tra i miei brani prediletti: quando l’abbiamo composta, facevamo fatica a entrarci, perché è molto diversa da tutte le cose che avevamo fatto sino a quel momento. È un pezzo davvero molto aggressivo e che è stato anche molto complicato dal punto di vista sia delle registrazioni in studio che degli arrangiamenti. È una traccia al di fuori dalla nostra solita comfort zone, ma che certamente ha contribuito e contribuirà alla crescita musicale di ognuno di noi.

Riccardo: La tua, Giovanni, è una scelta interessante, ma che condivido parzialmente. Quando abbiamo finito il disco, lo abbiamo fatto ascoltare a più persone in pre-listening, perché sino a quando lo sentiamo noi quattro è sempre bello, no? Lo facciamo sempre per avere recensioni esterne e oggettive. Anch’io sono d’accordo con Alessio su “Carpe Diem” e “Dance Of Darkness”, perché sono le due canzoni che più rispecchiano il nostro mood attuale, ovvero quello di un sound che va, tendenzialmente, verso un prog dalle tonalità minori e oscure. Infatti, il secondo disco seguirà maggiormente la scia di “Carpe Diem” e “ Dance Of Darkness”, meno quella ariosa, e se vogliamo più classica, di canzoni come “Nothing Really Matters”, “Look Into Your Eyes” o “Two Souls”.

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A proposito di “Nothing Really Matters” e, aggiungo io, di “Strive”, sono stati girati due video che, come le vostre abitudini insegnano, risultano estremamente curati a livello visivo. Ciò che colpisce maggiormente riguarda la scelta di luoghi davvero suggestivi per l’ambientazione delle storie.

Alessio: Sì, questo aspetto lo curiamo sempre molto nei dettagli, come avevamo fatto per “Wasteland”, quando i quattro singoli allora rilasciati avevano, nei video, molti elementi ricorrenti, anche per veicolare con efficacia la storia dietro al concept. E abbiamo voluto fare la stessa cosa anche in questo caso, tanto che c’è continuità tematica e visuale tra “Strive” e “Nothing Really Matters”. Poi, chiaramente, ci sarà anche l’ultimo singolo, nel quale il discorso verrà portato ancora avanti. Per quanto concerne il video di “Strive”, lo abbiamo girato in una location molto bella che è la piazza di Castelvetro di Modena, uno tra i borghi più belli d’Italia e che si prestava molto bene al significato della canzone. Tra i personaggi, infatti, ci sono Dio e Mefistofele che si affrontano in una partita di scacchi che, ovviamente, simboleggia la loro contesa della figura di Faust e la scacchiera presente nella piazza di Castelvetro calzava a pennello al nostro intento.  Nel video di “Nothing Really Matters”, invece, l’ambientazione principale è Il Rifugio Degli Artisti, un locale in provincia di Ferrara molto particolare. È suddiviso in varie stanze che rappresentano esperienze diverse, quindi c’è la sala Paradisum, la sala del Purgatorium e la sala Infernum, e in più c’è anche una sezione che è una chiesa sconsacrata. Insomma, abbiamo trovato delle location adatte.

Parliamo ancora di “Nothing Really Matters” e di una presenza alla voce del calibro di James LaBrie: ha fatto soltanto il suo come cantante o è intervenuto nelle pieghe musicali e liriche del pezzo?

Riccardo: È stato diverso rispetto a tutti gli altri, e in maniera molto sorprendente, considerato che nel primo disco c’era Zak Stevens e Hansi Kürsch nel secondo. In tutti e tre gli album abbiamo avuto sempre un ospite internazionale, e, per una band che parte esordiente, la special guest dà un po’ di risalto e di importanza al disco. Infatti, i singoli in cui compariva l’ospite sono sempre stati, non a caso, i più ascoltati, ma, voglio dire, è quello che cercavamo. Per quanto riguarda James, innanzitutto lo abbiamo contattato attraverso il suo manager; lui ha voluto prima ascoltare la canzone e sapere nei dettagli di cosa parlasse, poi gli abbiamo mandato il testo e l’idea progettuale dell’adattamento musicale del “Faust” e della nostra interpretazione dell’opera. Gli abbiamo spiegato nei dettagli, quindi, che si trattava di un piano di lavoro serio e lui, una volta ricevuto tutto, si è preso qualche momento per pensarci e ci ha risposto di sì dopo un po’ di tempo. A differenza degli altri due ospiti, non ha cantato e basta quello che c’era da cantare, ma è proprio entrato dentro la canzone mettendoci tanto del suo, ha cambiato  radicalmente la prima strofa, l’ha ribaltata musicalmente, visto che, in origine, essa doveva durare la metà del tempo. Ci ha detto che la strofa doveva essere un climax ascendente, il riff della chitarra doveva essere più aggressivo, la batteria doveva pestare di più e quindi, sostanzialmente, ha ricostruito tutto, immaginandosi anche un crescendo di interpretazione. Lui, infatti, parte molto soft per arrivare a dare sempre più malinconia al cantato e poi ha messo quei controcanti che sono un po’ la sua caratteristica, perché nei brani dei Dream Theater, spesso e volentieri, li inserisce. Ha anche aggiunto del testo,  ha voluto sapere i riferimenti e quale fosse la nostra interpretazione dello stato d’animo di Faust per entrarci dentro e scrivere, dunque, cose che avessero un senso. Insomma, se Hansi ha soltanto ribaltato la canzone con la sua interpretazione vocale, “Nothing Really Matters” suona così per merito degli interventi di James sul songwriting, questo gli va riconosciuto.

E cosa mi dite di “Night Terror”, il nuovo singolo dei Dream Theater? Io l’ho trovato poco più che discreto.

Alessio: A me non è dispiaciuto, nel senso che riprende sicuramente, e in maniera molto voluta, le sonorità di qualche tempo fa, probabilmente nel tentativo di provare a cancellare gli ultimi passi non proprio decisi. Credo che sia qualcosa che chi è fan dei Dream Theater consideri di assoluto valore, magari per qualcuno, invece, che si approccia oggi con la band, questo brano non aggiunge granché a ciò che è stato realizzato in passato. Si percepisce già il ritorno di Mike Portnoy, forse non ancora dal punto di vista compositivo, ma il suo tocco si sente, assolutamente. 

Riccardo: Negli ultimi album si sono appiattiti tanto sulla scrittura di John Petrucci, tanto che anche questo brano, se uno guarda i credits su Spotify, c’è scritto che musica e parole sono ancora del chitarrista stesso. Anche in questo singolo sospetto che ci sia molto il suo zampino, poi, certo, l’ingresso di Portnoy qualcosa avrà portato, ma pensavo che l’avessero potuto coinvolgere in maniera un po’ più massiccia. Ovviamente, nessuno si aspetta un nuovo “Images And Words”, tuttavia temo che il nuovo lavoro prosegua un po’ il filone molto chitarristico degli ultimi album. Spero che “Parasomnia” non sia tutto così. Vedremo.

L’altra ospite, che compare in “Two Souls”, è Angelica Patti. Ce la fareste conoscere più a fondo?

Riccardo: Angelica è meno autorevole come ospite, ma è l’occasione giusta per conoscerla meglio. È una nostra amica di Modena e fa la vocalist come lavoro, sia perché insegna canto sia perché sta dietro al microfono in una cover band di Zucchero. Tutt’altro genere, quindi. Siamo andati a sentirla una sera e lei si è resa protagonista di un assolo vocale del tipo di quelli che i Pink Floyd fecero fare a Clare Torry su “The Great Gig In The Sky”. Tre minuti di vocalizzi che ci hanno ribaltati, così ci siamo detti che una voce femminile ci è sempre mancata sui dischi. Su “Two Souls”, Angelica ha sia la dolcezza, perché l’abbiamo inserita su una canzone che inizia col pianoforte, sia una certa sfumatura violenta. Nel ritornello, infatti, sporca la voce e diventa, forse, anche più aggressiva di Ivan (Adami, ndr). Diciamo che abbiamo scelto la voce più che la notorietà del nome, come, invece, abbiamo fatto con LaBrie, affinché lei rendesse bello il brano, e secondo noi c’è riuscita in maniera ottima. Davvero una splendida interpretazione.

Chissà quali saranno le special guest della seconda parte …

Alessio: Abbiamo tirato fuori già qualche idea, stiamo facendo del brainstorming, però ancora non abbiamo deciso. Sarà una sorpresa anche per il secondo album.

A che punto siete, invece, per la programmazione dei live? Ci sono già delle date certe?

Alessio: Stiamo lavorando anche su quel fronte: diciamo che, per il momento, da qui alla fine dell’anno, avremo il release party il 22 novembre a Modena, in casa nostra. Quella è un’occasione per trovarsi con amici di lunga data e, magari, anche con qualcuno di nuovo. Abbiamo già fissato una data in Slovenia all’inizio di dicembre e poi stiamo lavorando per quello che è il discorso di un tour, probabilmente a partire dai primi mesi del 2025. Comunque, sono dinamiche organizzative che necessitano di tempo per concretizzarsi. Sto dimenticando qualcosa, Riccardo, a proposito di qualche data?

Riccardo: No, in realtà è ancora tutto in processo organizzativo. Vogliamo sicuramente andare a suonare in Inghilterra, in Germania, però di concreto e annunciabile non abbiamo ancora nulla, anche se alcuni appuntamenti sono stati fissati. Diciamo che un tour vero e proprio di spalla a un gruppo grosso sarebbe quello che ci svolterebbe la carriera. Questo non è ancora arrivato,  anche perché la situazione del metal è sempre più complessa da questo punto di vista. È così perché i costi sono aumentati in maniera spropositata. I locali hanno alzato gli affitti perché tutte le spese, a livello energetico e di personale,  sono aumentate. Anche i tour bus costano quasi il doppio, rendendo una tournée di concerti quasi inaccessibile. Solo alcune band molto grosse riescono a fare un tour europeo di un mese, bisogna raggiungere veramente dei livelli molto, molto alti. La maggior parte dei gruppi si deve accontentare di fare dei micro-tour, cioè dei tour di una settimana e di andare in giro in camper invece che con il tour bus, come abbiamo fatto noi l’anno scorso. Abbiamo preso un furgone, siamo andati in Inghilterra e abbiamo fatto quattro date. Si può chiamare tour inglese, però l’abbiamo fatto a nostre spese, impiegando ventiquattr’ore di viaggio. Probabilmente è la stessa cosa che faremo anche quest’anno.

Dal 2020, organizzare dei tour è diventato un’impresa, soprattutto per un genere come il metal.

Riccardo: È sempre più difficile per il metal, effettivamente è una scena che da questo punto di vista sta soffrendo molto, purtroppo. A Tokyo siamo stati con tanti nostri amici che sono più o meno al nostro stesso livello, ognuno sta lottando per cercare di trovare il proprio spazio, perché anche solo suonare in Italia è diventato complesso, visto che i locali sono pochi, il costo dell’affitto è molto alto e si fa fatica a rientrare nelle spese. Persino headliner del calibro di Vision Divine e Labyrinth, cioè mostri sacri che sono sulla scena da anni, hanno delle difficoltà. Imbastire una serata, per noi che siamo sulla scena da quattro anni, dunque, è complesso,  però ce la faremo, perché è la passione che ci porta a dire che ce la faremo. 

Il vostro sogno, dunque, è ancora il Wacken Open Air, come ci confidaste una volta in un’intervista?

Alessio: Per qualsiasi metallaro, credo che Wacken sia tipo l’America. Ci siamo tolti già una grossa soddisfazione con il Giappone, una cosa che non avremmo mai immaginato nella nostra vita, però non ci piace porci dei limiti. Quindi, se il prossimo obiettivo è Wacken, che Wacken sia.

Riccardo: Tre mesi dopo l’intervista in cui confessammo che il nostro sogno sarebbe stato quello di andare a Wacken, ricordo che uscì “Survive”, a oggi l’ultimo degli Stratovarius. Lessi un’intervista a Timo Kotipelto che diceva la stessa cosa, cioè che l’ultimo tassello mancante della loro carriera era di suonare a Wacken, perché lì non c’erano mai stati. Insomma, ci siamo prefissi un obiettivo non da poco.

Un’ultima domanda riguarda la scena metal e rock italiana, un panorama di cui voi siete protagonisti e non semplici osservatori: è davvero così scoraggiante il quadro complessivo?

Alessio: Diciamo che il metal è, forse, un genere da ascoltatori datati – novero in cui mi inserisco anch’io – nel senso un po’ nostalgico del termine, ascoltatori affezionati anche al prodotto fisico e all’esperienza metallica vissuta in maniera religiosa. Bisogna fare i conti col fatto che le nuove generazioni la vivono in maniera molto diversa e che a noi può sembrare anche un po’ superficiale. Quando noi eravamo adolescenti, sembrava che ci fossero musicisti ovunque, che tutti i giovani  avessero voglia di suonare e di scoprire la musica; oggi, invece, si fa fatica a trovare dei ragazzi che siano veramente appassionati a uno strumento o a un certo modo di fare la musica, sono più spettatori che attori del processo musicale. Chiaramente, la scena nostrana è in decadenza non da oggi, non da ieri, ma da molto tempo, e fa specie vedere in alcune nazioni una coesistenza, in quello che può essere definito mainstream, di tanti generi, cosa che in Italia non è mai stato possibile e continua a non esserlo.

Riccardo: In Italia, secondo me, abbiamo sempre avuto due anime. Una è la musica nostrana  cantata in italiano, che ha un suo corso, ieri con il pop, oggi con la trap, ma è tutta una scena di artisti che non escono fuori dall’Italia per via della lingua. Abbiamo, poi, la scena della musica importata. Personalmente, pur essendo un appassionato del metal, mi piacciono anche altri generi, dal rock al folk, ma ho sempre avuto un’allergia verso la musica con liriche in italiano, ho ascoltato veramente poco, a parte Elio E Le Storie Tese, soprattutto per la mia simpatia nei confronti dei loro testi. Ed ero negativo anch’io fino a qualche anno fa sulla musica italiana e sul suo futuro, poi, in realtà, mi sono accorto che negli ultimi anni stiamo vivendo un po’ una rinascita sia in ambito metal che rock, quest’ultimo genere, se vuoi, spinto dal successo dei Måneskin. Devo dire che anche in X Factor, che sto seguendo con la mia famiglia, ci sono quattro o cinque band rock che suonano bene, addirittura ce n’è una punk che spacca gli strumenti sul palco. Questo mi fa sperare che ci siano dei giovani di vent’anni che abbiano ancora voglia di suonare gli strumenti. Dal punto di vista del metal, invece non c’è stato quasi niente per anni, mentre adesso abbiamo due band che ce l’hanno fatta a diventare professionisti con la musica. I primi, di cui dobbiamo essere orgogliosi, sono i Fleshgod Apocalypse, fanno un tour americano della Madonna, rimangono negli Stati Uniti un mese, cosa che poche band europee possono permettersi. Gli altri sono i Wind Rose, anche loro stanno facendo cose enormi. In Europa non se la passano meglio di noi, anzi: in Francia, eccetto i Gojira, non c’è quasi nulla, ma anche la Germania sta vivendo non un grande momento, a parte le reunion di vecchie band. Nonostante ci siano quelle difficoltà di cui abbiamo parlato prima, cioè che in Italia è difficile suonare e che ci sono pochi locali, la nostra scena è in lieve ripresa. Se i Fleshgod Apocalypse prendono l’Alcatraz, lo riempiono, però, certo, al di sotto di loro, qualsiasi band fa fatica anche solo a riempire il Legend Club.

Beh, se pensate che gli Skunk Anansie, il prossimo marzo, dovranno “accontentarsi” dell’Alcatraz

Riccardo: Gli Skunk Anansie, all’epoca, erano da vecchio FilaForum. All’Alcatraz sono andato a vedere i  Periphery, quindi pensare che gli Skunk Anansie fanno le stesse persone dei Periphery è strano, e la stessa cosa varrà per il live milanese di Marilyn Manson, siamo sulla stessa lunghezza d’onda. È cambiata un po’ la scena, ovviamente. Ti faccio un esempio. Il 14 novembre assisterò al concerto dei Falling In Reverse, non è che mi piacciano più di tanto, però sono curioso di andarli a vedere, perché hanno avuto un successo straordinario in un tempo veramente limitato, tutto per due o tre canzoni che hanno dei video incredibili. Non è proprio il mio genere, ripeto, tuttavia sono curioso di capire che tipo di show faranno, è proprio un interesse culturale, antropologico. Insomma, il fatto che riempiranno l’Unipol Forum è un caso da studiare.

Alessio e Riccardo, grazie mille per questa chiacchierata. Cosa vorreste condividere con i lettori di SpazioRock, che magari, dopo questa intervista, si interesseranno agli Stranger Vision e a un album come “Faust. Act I: Prelude To Darkness”?

Alessio: Invitiamo tutti gli ascoltatori a dare una chance alla nostra musica, c’è tanto da scoprire anche a livello di testi, cosa che consentirebbe la rivalutazione di un’opera storica come il “Faust”, che, accompagnato da questa nostra colonna sonora, può usufruire di un mood e di una  lettura diversi.

Riccardo: Personalmente, volevo fare un ringraziamento a SpazioRock, perché è una webzine che ci segue dall’inizio. Tanti magazine sono arrivati con il secondo album e tante non sono ancora arrivati, mentre SpazioRock, sin dai primi singoli che abbiamo pubblicato, ci ha condiviso le notizie e ci ha sostenuto, quindi sento, come band, di dovervi essere riconoscente. Abbiamo bisogno di tutto il supporto possibile e sicuramente la stampa è un appoggio importante, poi abbiamo ricevuto da voi sempre recensioni positive, il che è una cosa non così banale, come non è scontata la tua e, in generale, la vostra competenza. Inoltre, ringrazio i lettori che vorranno approfondire, dopo aver letto l’intervista, il lavoro che abbiamo fatto, che sicuramente ha richiesto impegno, sudore e fatica. Sostenete la musica underground, sperando, magari, di uscire dal sottobosco, anche solo una volta ogni tanto. E confidiamo di vederci prossimamente a qualche concerto. Ciao ciao e a presto. 

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