Un invito allettante, capelli biondi e occhiali da sole spessi quanto l’oblio, un messaggio che impera: “PLAY ME”. Risuona sinuoso: non è una richiesta, ma un subdolo amo. È il Jumanji della vita moderna, è la trappola a fin di bene di Kim Gordon, settantadue anni e ancora dominatrice, diva oscura, principessa del rumore, al terzo rinnovo del sodalizio con Justin Raisen – qualcuno gli erga una statua, è in gran parte suo il merito della super produttività dell’artista losangelina, mai così ispirata post scissione dei Sonic Youth.
“The Collective” obliterava l’atmosfera come il prodotto mutaforma esalato da una torbida ciminiera industrial, si ripiegava su se stesso, copulava coi glitch neri, ansimava a fatica. “PLAY ME” assottiglia la coltre richiudendola in un fazzoletto, soffia via i nuvoloni di smog acustico senza invece allontanarsi da quello urbano: il terzo da solista della Gordon prosegue la camminata tra le strade di un America ai limiti dell’imbarazzante, rimodulando l’invettiva – qualche anno fa nascosta tra le impervie torsioni electro-noise – tramite cartucce trap/trip-hop ora più incisive, omogenee nel loro complesso.
Del delirio ansiogeno di “The Collective” rimangono, quindi, solo ritagli di ciò che era più accessibile. Ciò non elimina i (manco troppo) velati sputi verso il presidente, non appiattisce il singhiozzo morente di una società lobotomizzata, non silenzia l’ironia: “PLAY ME” vincola il messaggio su rotaie lisce, gingilla hip-hop e conscious rap in title-track – groove, Danger Mouse e A Tribe Called Quest che scuotono la testa –, sputtana l’intelligenza artificiale – « AI might be the new season’s flu» – prima tra gli scuri contraccolpi trap (“BLACK OUT”), poi tra le aperture experimental hip-hop più colorate di «DIRTY TECH» che incontrano sarcasticamente sessualità e anaffettività robotica.

Perché se di quest’ultima troviamo traccia lungo tutto il platter, “NOT TODAY” prova a fare da timido contraltare: riemerge cautamente un alt-rock a tinte indie/dream pop – i Mount Kimbie di “The Sunset Violent” – contro le grigiastre eruzioni elettroniche che dominano, e si illumina, anche se per poco, il termine «amore» tra le liriche, come una voluta spaccatura positiva nel disco. Un po’ come provare ad aprire una scala nel bel mezzo della voragine umana e sociale in cui sguazziamo, solo per toccare l’insperata limpidezza di un cielo abituato nell’ultimo periodo a piangerci costantemente in testa.
L’espansione ariosa si dilegua rapidamente, poiché il rombo noise-industrial di “BUSY BEE” ci riporta culo a terra nella sporca realtà, gli approcci deconstructed club e post-step di “SQUARE JAW” entrano come aghi arrugginiti nei meandri della mascolinità tossica, i kick sporchi e spacca-timpani di “SUBCON” annichiliscono i sogni di altri pianeti dinanzi all’evidenza di case che non esistono nemmeno nel nostro.
I beat pulsano costantemente, coltivano ritmi ossessivi, danzano a destra e sinistra come tremolanti pendolini: “NAIL BITER” si ricollega alle orrorifiche litanie industrial-trap, così come la conclusiva “BYEBYE25!”, spin-off dell’opener (quasi) omonima del disco precedente e traccia di rinnovamento per la fuga ideale della Gordon dall’America trumpiana – le liriche, non abbiamo dubbi, non piaceranno alla Casa Bianca.
Elegante e efferata ironia, attacchi oculati, sangue elettronico che non cessa di fluire e quella dannata bramosia di far copulare lo sprechgesang col rap: questa è la Kim Gordon del 2026, in ringiovanimento costante e col killer instinct vivido come quello di inizio carriera, anche senza chitarre distorte a sferragliare alle spalle.
Tracklist
01. PLAY ME
02. GIRL WITH A LOOK
03. NO HANDS
04. BLACK OUT
05. DIRTY TECH
06. NOT TODAY
07. BUSY BEE
08. SQUARE JAW
09. SUBCON
10. POST EMPIRE
11. NAIL BITER
12. BYEBYE25!

















