Calano le ombre oscure in questa prima metà d’ottobre.

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Dekonsecrated – The Inexorable Transcendence Of Death (Nuclear Winter Records)

Il Cile, ancora una volta, conferma la grande vitalità della propria scena estrema. Tra le numerose release recenti, spicca il secondo full-length dei Dekonsecrated, formazione di Temuco che già nell’esordio “Ascension In The Altar Of Condemned” palesava notevoli qualità compositive.  Questo “The Inexorable Transcendence Of Death” è un lavoro che incarna alla perfezione l’animo oscuro e oppressivo della band: il quartetto costruisce un death metal intenso e atmosferico, capace di alternare passaggi furiosi e momenti più lenti e malevoli, con uno sguardo rivolto alla tradizione del genere senza cadere in una semplice celebrazione dei classici. Ne risulta una scrittura complessa, ricca di cambi di direzione e contraddistinta da una notevole cura per gli arrangiamenti, con le chitarre che rappresentano il vero fulcro dell’album. I molteplici riff, flessibili e incisivi, vengono annessi in strutture elaborate, ma mai realmente confuse, mentre la produzione, organica e definita, riesce a valorizzare appieno il lavoro dell’act, per un album adatto soprattutto a chi apprezza un metallo della morte tenebroso, opimo di stratificazioni e lontano dalle soluzioni più ovvie e facilone. Sudamerica senza concorrenti!

Tracce consigliate: “Terrifying Manifestation of Malevolence”, “Poisoned Flesh (Mark Of The Sinister Path)”, “Oracula Sanguinis (Obsidian Mirrors)”

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Deathcult – Cult Of The Dog (Soulseller Records)

Le band spesso fanno leva sull’irreperibilità per alimentare la propria aura di culto, riemergendo all’improvviso dall’oscurità quando il pubblico di riferimento meno se lo aspetta. Nel caso dei Deathcult, i cui membri sono attivi in ​​numerosi progetti estremi, questo principio appare un po’ forzato: in fondo, il nuovo lavoro “Cult Of The Dog” venne composto cinque anni fa, ma, sottoposto a una post-produzione lunga un’eternità, esce soltanto ora in formato fisico. Il terzo disco dei norvegesi segna, dopo il rilascio di “Cult Of The Dragon” (20007) e “Cult Of The Goat” (2017), la conclusione di una trilogia e vanta la registrazione presso i leggendari Grieghallen Studios, un tempo casa dei leggendari Gorgoroth. Dal punto di vista della scrittura, il gruppo raggiunge la maturazione compositiva attraverso pochi, ma efficaci ritocchi: i brani, rispetto al passato, acquisiscono, pur all’interno di un black metal sound grezzo e ruvido, un carattere più anthemico, quasi orecchiabile, celando linee melodiche incisive soprattutto nei passaggi di stampo epico. Il connubio tra violenza e solennità funziona davvero bene, restituendo agli adoratori della Nera Fiamma un gruppo finalmente adulto e consapevole: meglio tardi che mai!

Tracce consigliate: “Eat Broken Glass”, “Pseudocommando”, “Imperium Satana”

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Dissimulator – Artifice Dissolves (20 Buck Spin)

A due anni da un notevole album di debutto, i Dissimulator sferrano un secondo, importante colpo, mostrandosi ancora più sicuri di sé rispetto a “Lower Form Resistance”. I canadesi continuano a proporre un vivace mix di thrash bellicoso e technical death metal; benché il confronto con i connazionali Voïvod appaia inevitabile, la band, anche questa volta, non si nasconde dietro una produzione pomposa, preferendo un approccio concreto e grezzo, risultando, soprattutto per i puristi dell’estremo, ancora più appetibili. Certo, questo nuovo “Artifice Dissolves” abbisogna di un periodo di ascolto reiterato per entrare davvero nelle sue corde; i brani risultano talvolta ostici, spesso privi di melodie portanti e incapaci di entusiasmare subito, anche perché dietro l’angolo sono sempre in agguato un nuovo stacco, un cambio di ritmo improvviso o delle alienanti incursioni fantascientifiche che rompono l’equilibrio momentaneo. Eppure, l’album riesce a districarsi agile tra i complessi arrangiamenti, mostrando un gruppo che sa lavorare con maestria sui minimi dettagli e picchiare duro non per il gusto della brutalità fine a sé stessa, trovando così soluzioni di grande acume compositivo: giù il cappello!

Tracce consigliate: “Alloyed”, “Neon Metropolis”, “Robostrobos”

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Spirit Possession – Cathedral Speech (Profound Lore Records)

Due musicisti statunitensi, una visione condivisa e un bel po’ di baccano, soltanto all’apparenza privo di sfumature: ecco come si potrebbe descrivere il progetto Spirit Possession, portato avanti dalla coppia di Portland sin dal 2019. Negli album pubblicati a oggi, “Spirit Possession” (2020) e “Of The Sign….” (2023), il drummer A. – responsabile anche dei sintetizzatori – e l’ascia e singer S., hanno impostato una versione del black metal, frenetica, grezza e senza compromessi di sorta. “Cathedral Speech” rappresenta il terzo capitolo della loro discografia, scagliando sette vere e proprie aggressioni musicali contro le orecchie inermi dell’ascoltatore. Benché, rispetto agli scorsi lavori, la formazione decida di “trattenersi” e rallentare, aggiungendo evocativi suoni di natura atmosferica, le caustiche malignità thrash, le incursioni nel metallo nero della prima ondata e l’intenso vomito ritmico della batteria restano integri, rendendo acido e velenoso al massimo grado il full-legth. Un’intransigenza che avvicina il monicker alla band madre del chitarrista Steve Peacock, gli Ulthar, malgrado quest’ultimi presentino un carattere più anticonformista, spigoloso e intriso di sperimentalismo e addenda technical death, oltre a interessarsi di tematiche lovecraftiane qui assenti. In ogni caso, che bastonate!

Tracce consigliate: “Cathedral Speech”, “Hanged Angels As Patternwalls”, “The Sharpening”

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Urisk – Call (Vendetta Records)

I tedeschi Urisk, con la singer Marleen Bügener e il chitarrista Benedikt Brixius a costituirne il nucleo principale, nel nuovo album “Call” si concentrano, rispetto all’esordio “Shrevelling Ligths” (2025), meno su immagini romantiche di paesaggi e panorami e più sulla cultura gaelico-scozzese, sulla natura selvaggia in via di estinzione e sui danni inferti dall’uomo all’ecosistema. La band di Bonn lascia certo emergere le proprie radici black metal: la batteria martella, le chitarre tagliano l’aria e la singer attraversa i brani per mezzo di ringhi e urla carichi di rabbia palpabile. Eppure, non si tratta soltanto di pura violenza, visto che i passaggi convulsi spesso si stemperano in mid-tempo madidi di una densa carica folk, con echi post-rock, momenti di trasporto melodico e linee vocali pulite a fungere da contraltare atmosferico. Tali transizioni non appaiono mai come affettate rotture stilistiche, bensì scaturiscono spontaneamente dai brani stessi, nei quali a volte spunta l’utilizzo della fisarmonica, presente in maniera sobria e misurata. Un lavoro in cui durezza e malinconia, furia e quiete convivono senza che il platter si trasformi in un caotico assemblaggio di cliché tipici del genere: made in Deutschland!

Tracce consigliate: “Uprooting”, “The Hauled And The Waif”, “A’ Choille Ghruamach”

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