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Maruja – Pain to Power

«We’re swallowing our fears ‘til our kids are overdosing»

Ci sono due forze che lavorano: una arroventa il terreno, si dirada orizzontalmente, si forgia di abbracci, di fiducia, di comunità, di rivalsa; l’altra punta verso l’alto, come un cannone carico di umanità e polvere da sparo, come un fungo atomico che non distrugge, ma prova a mascherare all’interno del suo manto pece il rimodellamento di una rinascita, ad oggi quasi insperata.

Parliamo di impegno politico, ma non di propaganda fine a sé stessa: i Maruja scorticano l’anima dal loro corpo e la gettano in pasto ai loro discepoli. È un sacrificio a più fasi, un martirio di energie e connessioni, di quelli che provano davvero a sovvertire le menti, a schiarire gli occhi dinanzi ad una situazione tragica a cui bisogna metter mano il prima possibile. Tramutare il dolore, la disperazione di una terra martoriata e dei suoi bambini affamati in potere, per riportare in auge la libertà, l’unione, la speranza, ideali ormai sepolti dai calcinacci e dalla spietatezza di alcune persone.

Quello per i Maruja è un amore ampiamente decantato nel corso del trittico di EP che li ha proiettati ad un successo strameritato (qui la nostra recensione del secondo “Connla’s Well”), e “Pain to Power” suggella lo status di next big thing dei mancuniani, arrivati al primo in discografia già con la scorza tosta dei grandi. Funzionavano ottimamente nella brevità incisiva degli extended play, performano anche meglio su LP, dilatando ancor di più le atmosfere, squartandole con l’ascia di guerra e facendo sgorgare il sangue, quello vero, di chi si immola, corpo e mente, per una causa più grande di sé.

Come anticipato, la sterilità di parole non è concepita: qui le frasi pesano come coltellate, prendono vita e consapevolezza, si insinuano tra le terre polverose macchiate di sangue della Palestina, strisciano tra i cadaveri e le rovine. Spaccano col grimaldello le menti dei popoli, distrutte, imbottite di paura, ricolme di impotenza e lacrime celate. Poi si alzano su, fino ai grattacieli di chi comanda, osserva freddo e poi gira gli occhi dall’altra parte, adagiandoli nelle comode braccia dell’indifferenza.

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Photo Credits: Samuel Edwards

Una dicotomia pesante, che impregna il songwriting ed il sound dei Maruja sin dagli albori: c’è l’irruenza di un post-punk violentissimo, contaminato dall’acidità del jazz-punk e dalla chirurgia dolorosa di uno spoken word inanellato all’hip hop; dall’altro lato c’è ariosità, c’è cura dell’ambiente, c’è costruzione di scorci idilliaci, come a voler dar fiato, come a voler mitigare il dolore, ghiaccio sulle fratture. Dualità che lavora tra (e dentro) le tracce: la sassaiola massacrante di “Bloodsport” – basso che fende come un boomerang di titanio, pelli quasi drum and bass ed una dichiarazione di guerra che viene intagliata sul ferro, col sudore che cola dalle lyrics di Harry Wilkinson e si leva in aria coi turbini sassofonistici di Joe Carroll – che viene raffreddata postumamente tra le correnti di post-rock etereo di “Zaytoun”.

Le lunghissime “Look Down On Us” e “Born To Die”, che lavorano similmente, ma scambiando l’ordine delle fasi: la prima bombarda da subito, stazza pachidermica e tuoni bassistici riempiono i bastioni di una traccia che spaventa, che sbuffa post-punk e lo spalma su note che appartengono ad un oblio drone per quanto grevi. Poi il silenzio, il germoglio, il respiro che torna, la melodia che riaccende la vita: si passa dall’oppressione («When a culture is oppressed we dress up all our trauma / The truth is hard to find hidden deep within ones aura / Looking up above instead of looking within ourselves ») alla liberazione dalle catene («Turn pain to power, put faith in love / Be firm and loyal, in yourself put trust»). Combattere il nemico prendendo consapevolezza di sé, di chi c’è a fianco e di come le mani intrecciate possano plasmare, rendere tangibile un sogno di pace.

Le strumentali pompano ferraglia testosteronica per ingrossare le arterie del senso di comunità (il groove e l’anima anthemica di “Trenches”), salvo poi sgonfiarsi per dar riposo ai muscoli e massaggiare le tempie: in “Saoirse” confluisce tutto, la necessità di calma, di armonia, di equilibrio nel caos odierno. Significa proprio libertà, “Saoirse”: pescano dal gaelico, i Maruja, per ornare una delle tracce più belle del loro repertorio. Costruita su delicatissimi mattoni di escapismo sonoro, si libra nell’aria tra le vibrazioni di una ritrovata serenità, tentando di spezzare il lucchetto alla base dell’odio con un singolo verso: «It’s our differences that make us beautiful».

“Reconcile” si riallaccia a quest’ultima, con una coda urlata al cielo all’unisono: è l’ultimo sussulto dei Maruja, del loro popolo, della loro missione. “Pain to Power” è uno straziante punto di raccordo di forze fisiche e spirituali, che prova a risollevare un’umanità rimasta a terra con le ali recise. È un rito collettivo di raccoglimento che pulsa attraverso gli amplificatori e arriva sulle spalle delle persone, provando a tamponare la sofferenza e a convertirla in amore senza barriere.

«Be twice the ocean, be twice the land
Be twice the water, for your sons and daughters»

Tracklist

01. Bloodsport
02. Look Down On Us
03. Saoirse
04. Born To Die
05. Break The Tension
06. Trenches
07. Zaytoun
08. Reconcile