Inutile girarci attorno: era nell’aria. La storia degli shame calca la legge dell’inversamente proporzionale: più Charlie Steen e soci sbandierano boxer dorati e foga agonistica da performer totali, meno convincente risulta il lavoro fecondato in studio. Possiamo ancora parlare di crank wave? Probabilmente no, e questo pare fin troppo palese: abbiamo oltrepassato un punto di arrivo, soprattutto con gli shame, che con “Cutthroat” recidono qualsiasi legame con le origini, con l’inquietudine roboante di “Dust On Trial”, con le triangolazioni caliginose ed intimiste di “Drunk Tank Pink”, con gli ultimi rimasugli di identità post-punk lasciatici da “Food for Worms”.
L’avevamo detto che già con quest’ultimo qualcosa stava cambiando nello shame sound – e, più in generale, nel movimento musicale di appartenenza: a regnare, nel penultimo in discografia, era l’alternative rock, coadiuvato dalla forte presa di posizione dell’irriverenza sull’emotività (vedi il delirio in wah wah di “Six-Pack”).
Da lì riparte “Cutthroat”: semplificazione totale delle strutture, ganci roventi da sguinzagliare on stage e consistenti pacchi di ironia e diti medi. Che c’è di male, voi direte? Riassumiamo in breve: poco impegno per un disco senza praticamente highlights, salvo qualche flebile squillo sopra alla media dato dalla dirompente furia old-school di “Screwdriver”, “Nothing Better” e “Cowards Around”.
Il resto è, affidandoci allo slang, molto “mid”: non parliamo, quindi, di pezzi brutti, ma di pezzi efficaci a breve termine, che tentano di far gruppo nella matassa puntando sulla carta di una divertente eterogeneità, riuscendo a conquistare, però, solo l’etichetta di ascolto piacevole, niente più.
Destrutturazione che parte dal riffing: se Eddie Green e Sean Coyle-Smith c’avevano abituato fin troppo bene nei primi due dischi, smanettando a tratti anche col prog, qui ci si parano davanti con il pizzicato estenuante della title track – probabile banger da live, ma resa mediocre in studio – e le plettrate da abbraccioni britpop di “Spartak”, che, alla fine della fiera, si lascia cantare in maniera godibile.
Si catturano influenze a destra e sinistra: si ficca pagliericcio country all’interno del rock oasisiano in “Quiet Life”, si fruga tra le cose degli Strokes in “To and Fro”, arrivando persino a solleticare timidamente i Depeche Mode nella conclusiva “Axis of Evil”. Poi si riscende giù, con le spompissime “Plaster” e “After Party” ed il tentativo (riuscito a metà) di spoken word stralunato à la Viagra Boys di “Lampião”.
“Cutthroat” accarezza i padiglioni auricolari lasciando poche tracce: è un lavoro senza troppe pretese, tenuto in vita da un fuoco che perde vigore non appena il nastro si esaurisce. Si è persa la vera anima degli shame… o forse è sempre stata questa, l’indole dei londinesi? Quella di spaccare i palchi e i timpani, senza stare a arrovellarsi troppo sulle turbe mentali? Noi qualche dubbio ce lo abbiamo, dato che, a discografia spianata sul tavolo, ci troviamo di fronte al capitolo oggettivamente più sottotono della giovane carriera di Charlie Steen e compagine.
Tracklist
01. Cutthroat
02. Cowards Around
03. Quiet Life
04. Nothing Better
05. Plaster
06. Spartak
07. To and Fro
08. Lampião
09. After Party
10. Screwdriver
11. Packshot
12. Axis of Evil

















