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RECENSIONI

Heavenly – Carpe Diem

“Mentre parliamo il tempo, invidioso, sarà già fuggito.
Cogli l’attimo, confidando il meno possibile nel domani”.

Carpe Diem. La locuzione tratta dalle Odi del poeta latino Orazio si staglia nell’oscena cover del nuovo disco dei francesi Heavenly. Oscena non tanto per le graziose fanciulle in vesti succinte del front, ma per il fraintendimento mortale della filosofia oraziana che dall’immagine si potrebbe ricavare; l’impressione è di  un semplice richiamo all’edonismo più scontato, invece di un sincero consiglio a sfruttare tutto il potenziale del presente, dell’attimo, dato che non ci è concesso visionare la planimetria del futuro.

Ora non so cosa i transalpini vogliano intendere con questo titolo azzardato, quello che posso affermare è che il disco viaggia sui classici canoni di un power/speed metal riciclato ma di buon livello, come d’altronde la storia della band insegna. Gli Heavenly fanno capolino nel nostro mondo fatto di metallo e borchie nel 1994, dietro la collaborazione del singer Ben Sotto e del batterista Maxence Pilo. Per assistere al debutto ufficiale bisogna però aspettare il duemila con l’album "Coming From the Sky". L’anno successivo esce Sign of the Winter ma è la terza uscita, Dust to Dust, a dar maggior visibilità alla formazione. Il disco in questione segue la scia dei capisaldi del power mescolando con maestria Stratovarius, Gamma Ray, Angra e un pizzico di Rhapsody (Of Fire) per l’ampiezza del sound e dei cori. Nulla di nuovo. Sarà l’indubbia capacità del versatile singer, o l’indole avvolgente delle potenti melodie, fatto sta che "Dust to Dust" mi colpì molto, e da quel giorno in poi ho sempre seguito con attenzione i passi dei francesi.
La delusione però era dietro l’angolo. "Virus", uscito nel 2006, fu un flop. Banale, ripetitivo, fiacco. Inutile azzarderei.

Per fortuna il nuovo "Carpe Diem" scaccia i fantasmi del precedente e, seppur non incanti come il masterpiece Dust to Dust, presenta una band rinvigorita e anche abbastanza ispirata. Certo, solite melodie, solita struttura e soliti richiami a Tizio o Caio, ma il disco si fa valere e apprezzare. L’opener ne è la conferma. Tirata e aggressiva al punto giusto vanta un buon riffing e un prezioso ricamo di tastiere che apre la strada al chorus avvincente e di facile presa. Non è da meno la successiva “Lost In Your Eyes” in piena sintonia con le produzioni passate della band. Idem per l’armoniosa “Full Moon” dal refrain luminoso che pesca a piene mani dal repertorio dei brasiliani Angra. La quinta traccia, “Better Me”,  è un altro estratto felice, più ragionato, congiunto da un filo setoso che lega la chitarra al pianoforte. Ma il brano più esplosivo è senza dubbio “Ashen Paradise”. Dalla ritmica decisa e graffiante, sboccia come un germoglio in primavera nel travolgente refrain enfatizzato dai soliti cori da stadio. Probabilmente la top song. “Ode To The Joy” è up-tempo simpatico e coinvolgente che prende spunto dal leggendario "Inno alla Gioia" di Friedrich von Schiller, musicato poi da Beethoven nella sua Nona Sinfonia. Il chorus è arrembante.
Unica nota dolente del disco è la ballad “Farewell” che non raggiunge gli apici armoniosi toccati, ad esempio, nella title-track di "Dust to Dust". Dietro la lavagna anche “The Face Of Truth”, scialba e anonima. Buona la chiusura affidata a “Save Our Souls”, traccia dai tempi veloci e dal solito, gradevole chorus.

"Carpe Diem" riaffila la lama dei transalpini e schiaccia impietoso le incertezze di Virus. Un album dai colori vivaci e ricco di melodie preziose da cantare sotto l’albero tra muschio e regali. Bentornati Heavenly.  

Tracklist

01. Carpe Diem
02. Lost In Your Eyes
03. Farewell
04. Fullmoon
05. A Better Me
06. Ashen Paradise
07. The Face Of The Truth
08. Ode To Joy
09. Save Our Souls