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Raggiunti picchi di fama che li hanno meritatamente sollevati tra le migliori band venute fuori dal filone del revival post-punk, gli IDLES, per chi li segue dagli inizi – i primi passi rabbiosi di quel “Brutalism” seminale e incazzato come una bestia – sono tipo i figlioli che ce l’hanno fatta.

«Look at them go», insomma: con i lacrimoni li guardiamo calcare il palco del Sequoie Music Park, dominarlo con la stessa nonchalance di quando mettevano a tappeto lo stage “laterale” dell’Ippodromo delle Capannelle o quello fronte mare del Beky Bay.

Un exploit inevitabile, arrivato con perseveranza e con la maestria di chi il rock lo sa fare e lo sa tramutare in mezzo di unione: sotto alla bandiera sonora degli IDLES convergono redivivi cultori dei chitarroni e giovani discepoli che quelle corde vogliono iniziarle a sentire vibrare sulla pelle per la prima volta.

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Enola Gay

Ad aprire la data dei bristoliani, gli Enola Gay da Belfast – ormai lo stendardo dell’Éire colonizza ogni nuovo prospetto dell’alt-rock. Mix di post-punk, crossover rap e punte noise, carattere a pacchi, forse un po’ acerbini dal punto di vista scenico, ma c’è dell’ottima carne al fuoco per il futuro.

Per migliorare, basta connettersi in osmosi con Joe Talbot e compagine: qualche minuto di ritardo rispetto al programma spazzati via dalla carica dinamitarda e antirazzista della nuova “Levitator” – riff pizzicati e dissonanti che evolvono nei muri di chitarre del finale –, ormai opener ufficiale del tour dopo aver spodestato il baluardo fisso di “Colossus” come apripista.

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IDLES

La setlist è, bene o male, quella di sempre, ed è forse uno dei pochi limiti in live della band: con un repertorio ormai piuttosto ampio, ci aspetteremmo qualche chicca in più oltre alle solite; ciò non toglie prestigio ad una scaletta sempre funzionante, dal groove rombante e esplosivo di “Never Fight a Man With a Perm” all’anthemica “Mother”, dalle lezioni di aerobica (e pogo furioso) di “Mr. Motivator” alla martellante “Gift Horse”, primo estratto di “TANGK” sul ruolino di marcia. Quest’ultimo, a differenza di “POP POP POP”, debolissima sia in studio che on stage, eccelle nella resa live, stessa cosa per le piroette di “Dancer” e per il groove nero pece di “Gratitude”.

“Divide and Conquer”, come al solito, spacca in due tronconi asimmetrici il concerto e concede respiro alla strumentale – per quello vocale, invece, il compito è affidato alla malinconica “When The Ligths Come On” – prima che il mantra tamburellante di “The Wheel” accartocci il parterre e “I’m Scum” ne risollevi i pezzi rotti, con tanto di bagno di folla per Lee Kiernan e Mark Bowen prima dell’ultimo refrain.

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IDLES

“War” fa da starter per il moshpit più violento della serata e “1049 Gotho” lo segue a ruota, “Car Crash” inietta veleno noise, “The Beachland Ballroom” riordina il parterre sotto a una certa solennità con la sua lancinante delicatezza; succede tutto prima del delirio corale con cui “Danny Nedelko” abbraccia tutti, onorando gli immigrants che hanno reso il mondo un posto migliore.

Conclusione, manco a dirvelo, affidata alla schiacciasassi “Rottweiler”, la «anti-fascist song for anti-fascist folks»: l’ultimo squillo, o meglio, l’ultimo di una lunga serie di diti medi verso i fascisti e l’ultimo, sentito abbraccio al popolo della Palestina.

Lo sapevamo già da tempo, ma la performance di Bologna torna a confermarcelo come la più scontata delle ripetizioni: gli IDLES, al momento, sono la miglior band live sul pianeta. E se non doveste acconsentire, è solo perché non siete ancora capitati sotto a quel fottuto palco.

Setlist

Levitator
Never Fight a Man With a Perm
Mother
Gift Horse
When The Lights Come On
Mr. Motivator
The Wheel
Divide and Conquer
POP POP POP
Car Crash
War
1049 Gotho
Gratitude
I’m Scum
The Beachland Ballroom
Danny Nedelko
Dancer
Rottweiler

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