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Intervista – Di’Aul

Uscito lo scorso 18 marzo per la MooDDoom Records, “Abracamacabra” è il terzo album in studio dei Di’Aul, formazione italiana dedita un doom/sludge tanto monolitico e cavernoso quanto aperto a soluzioni melodiche di grande efficacia. Ne abbiamo discusso a fondo con la band, che ci ha svelato il dietro le quinte del disco e i suoi significati più reconditi.

Ciao ragazzi, e benvenuti sulle pagine di SpazioRock. Come state, innanzitutto? Il periodo storico non è certo dei migliori…

Ciao Giovanni e ciao a tutti gli amici di SpazioRock! Noi stiamo bene, abbiamo lasciato alle spalle tutta la negatività che ci ha portato questo biennio assurdo e abbiamo una voglia immensa di tornare sul palco! Certo, anche questo spiraglio di possibile nuovo conflitto mondiale non ci lascia indifferenti, ma cerchiamo comunque di rimanere positivi e pensare che la diplomazia prevalga sulla guerra.

Ormai siete attivi da più di dieci anni e rappresentate una delle realtà nostrane in ambito doom/sludge più importanti e, soprattutto, più credibili. Quanto è difficile in Italia emergere suonando questo tipo di musica di certo non appartenente al circuito mainstream, oltre che distinguersi all’interno di un genere di per sé restio alle variazioni eclatanti?

Di certo facciamo un genere di nicchia, ma abbiamo notato con grande stupore che, dopo la sua esplosione a livello internazionale negli anni ‘90, sta pian piano tornando in auge e questo ci fa ben sperare per il prossimo futuro. Come dici giustamente tu, i fan del genere – soprattutto quelli di vecchia data – non sono molto propensi a variazioni, ma a noi i cliché stanno un po’ stretti e cerchiamo comunque di sperimentare mixando ciò che più ci piace della musica che ascoltiamo, non solo nella composizione, ma anche nella ricerca del sound.

In ogni caso, l’apporto fondamentale dell’underground italiano alla musica esoterica viene riconosciuto anche fuori dai nostri confini: penso ad Antonio Bartoccetti, Death SS, Paul Chain, solo per citare i prime mover del cosiddetto Dark Sound. Vi sentite anche voi parte di questa scena, o comunque, in che misura ve ne siete nutriti a livello di ascolti?

In rapporto ai nomi da te citati, noi siamo dei pischelli emergenti. Paul Chain, in particolare, ha scritto dei riff monumentali per il genere. Proprio qualche giorno fa riascoltavamo l’album “Alkahest”, e cosa vuoi dirgli se non che è una pietra miliare, qualcosa da cui non poter prescindere! Per quanto riguarda l’aspetto esoterico, in realtà, per noi ha un fascino dal punto di vista dello spettacolo; per il resto, nei testi facciamo riferimento a situazioni più concrete e meno metafisiche. Almeno per il momento…

Riguardo alla matrice del vostro stile, che non fa mistero delle influenze di Black Sabbath, Crowbar, Kyuss, Sleep e similari, quanto ha inciso il vostro luogo d’origine, Pavia, con il suo particolare clima padano, brumoso d’inverno e stagnante d’estate?

Pavia credo che incida tantissimo, sia per il clima che per l’atmosfera dei luoghi che la circondano. Lo diciamo spesso, le nostre pianure sono una piccola Louisiana e il Po è il nostro piccolo Mississippi (ride, ndr.).

Passiamo ora ad “Abracamacabra”, il vostro terzo album in studio sulla lunga distanza e il primo su MooDDoom Records. Rispetto sia a “Nobody’s Heaven” che allo scorso EP “Cannabinoidoom”, si nota un ulteriore ispessimento del sound che va di pari passo con una scrittura forse mai così ricercata e complessa. Cosa ne pensate? Potete darci qualche delucidazione in merito?

Nel corso degli anni abbiamo studiato tanto per correggere i nostri errori e per imparare a fare le cose nel miglior modo possibile: dal punto di vista tecnico, armonico e soprattutto dei suoni. La ricerca sonora è in continua evoluzione, suoniamo da anni con strumenti passivi accordati due toni sotto lo standard a 432Hz. Questo aiuta i riff ad avere una vibrazione più profonda e a dare la percezione della “pesantezza”. Dal punto di vista della costruzione dei pezzi, invece, riteniamo che “Abracamacabra” sia più aperto alla melodia rispetto al precedente EP “Cannabinoidoom”, dove i brani sono una sorta di ipno-noise.

Rispetto al passato, si nota un lavoro diverso alla voce di Cosimo A. Cinieri, meno legata ai cliché del genere e con un utilizzo da brividi del cantato pulito. É stato qualcosa di progettato o si tratta di un’evoluzione naturale che riguarda la band nel complesso?

Per l’appunto, l’aspetto melodico del disco è dato per lo più dalla voce che, grazie a una base fatta di chitarre monolitiche, ha avuto la possibilità di spaziare su armonie diverse. Di fondo, siamo da sempre convinti che un brano debba avere i riff e le melodie: intrecciare entrambe le cose ci piace ancora di più. Certo, poi c’è una più adulta concezione della voce e un’attenzione maggiore al significato ed all’interpretazione dei testi.

Anche l’artwork di Francesca Vecchio veicola le medesime sensazioni che si provano durante l’ascolto del disco: una copertina dalle atmosfere torbide e inquietanti, ricca di simboli riconoscibili, ma allo stesso tempo intrappolati in una rete di relazioni visive piuttosto sfuggenti. Quali sono state le vostre impressioni e reazioni a copertina ultimata? Credete sia una buona sintesi dei significati del disco?

Francesca ha fatto un lavoro egregio, perché ha preso le mille idee che avevamo in testa e le ha sintetizzate in una grafica che, come giustamente hai detto tu, rappresenta al 100% le sensazioni che vogliamo trasmettere con il disco; ha superato ogni nostra aspettativa, quindi siamo molto contenti!

A livello concettuale, l’album è una discesa negli abissi dell’essere umano, che, nonostante abbia poco di infernale in senso stretto, ci mette a contatto con mostri dentro e fuori di noi forse più terribili di quelli generate dal mito o dalle religioni. Quanto c’è di personale in queste liriche e cosa, invece, proviene dall’osservazione e dall’analisi della società in cui viviamo?

I sette brani che compongono il disco raccontano in un climax ascendente (o forse discendente) diverse sensazioni che tutti noi abbiamo provato o possiamo provare. Dal far fronte ad un lutto amoroso (“Thou Crawl”), all’accettazione di un vizio, quello del bere (“This Quiet”), dalla rassegnazione/accettazione dell’individuo contemporaneo dinanzi a una società in cui i “giullari sono Re” (“Abracamacabra”), alla perversa incapacità di accettare il tempo che scorre e ci ruba la giovinezza (“De Profundis”), dalla perdita di quell’arroganza giovanile che ci faceva sentire di aver capito tutto ed invece “la verità è finita e tu non l’hai mai avuta” (“The Losers’ River”) alla, infine, scelta estrema di togliersi la vita (“Time Of No Return”).

Vorrei soffermarmi ora su “Thou Crawl”, primo singolo dell’album, accompagnato da un video girato da Michele Canevari e con protagonista Alice Azzarelli. Una canzone vibrante che sembra giovarsi di un trattamento “cinematografico”: ci raccontate genesi e realizzazione della clip?

Avevamo intenzione da tempo di affidare a Michele Canevari un nostro brano: una volta terminati i mix del disco, gli abbiamo chiesto se avesse qualche girato a cui avrebbe voluto dare una soundtrack. Abbiamo lasciato a lui la scelta del brano, ed ha pensato proprio a “Thou Crawl”, brano che noi avevamo sin da subito designato come primo singolo. Michele ha fatto tutto da solo in tempi da record, utilizzando immagini di repertorio e brevi video dallo stesso girati in passato e mai pubblicati, in particolare quello in cui compare Alice.

Alla title track, invece, avete scelto di abbinare un documentario del 1975 di Walter Fietta. Quali sono le motivazioni di questa scelta, se vogliamo curiosa, ma efficacissima?

L’idea che avevamo era di fare un video che fosse molto evocativo e che non avesse un montaggio troppo incalzante, ma che accompagnasse l’andamento blues e le strofe “morbide” del pezzo. Ci siamo imbattuti per caso in questo documentario di Walter Fietta (riversato in digitale e lavorato da Angelo Formaggia) e ci è sembrato perfetto, anche perché quelle atmosfere Seventies si sposano pienamente coi nostri gusti. Quindi abbiamo fatto un montaggio delle scene che preferivamo e, per quanto ci piacesse, non eravamo del tutto soddisfatti, così ci è venuta l’idea di dividere lo schermo in due e far andare il video dritto da una parte e al contrario dall’altra e secondo noi funziona.

“La notte di Valpurga” mi ha fatto pensare alle ancestrali tradizioni pagane tinte di magia e al “Faust” di Johann Wolfgang Goethe. Visto anche la profondità dei testi, la letteratura e l’occultismo sono fonti a cui attingete spesso?

Per la stesura dei testi di “Abracamacabra” ci siamo ispirati a diverse opere della letteratura moderna e contemporanea, letture che ci hanno accompagnati negli ultimi anni, da Fernando Pessoa a Jack Kerouac, da Manuel Carnevali a Michail Bulgakov. L’occultismo fa parte, volente o nolente, della nostra cultura popolare, dei vecchi racconti e tradizioni che ci tramandiamo e conserviamo, fatti di rituali a volte innocenti e a volte no.

L’ultima traccia, “Time Of No Return”, sembra aprire un piccolo spiraglio di serenità, almeno musicalmente, in un disco dai toni fortemente lividi: questo tempo del non ritorno può essere considerate il principio di un nuovo modo di vedere e affrontare il mondo dopo l’Apocalisse?

In realtà, il brano è ispirato alla storia vera di una splendida giovane ragazza, madre di una giovanissima figlia, che in un viaggio di lavoro ha deciso di togliersi la vita. Abbiamo provato ad immaginare cosa possa aver provato o pensato nel momento del trapasso: di tutte le responsabilità che avrebbe potuto/voluto addossare agli altri per la sua scelta, rimane comunque il senso di colpa nei confronti della figlia “che è troppo giovane per rimanere da sola proprio negli anni della più difficile crescita”. “Time Of No Return” crediamo sia, purtroppo, la descrizione degli odierni rapporti interpersonali, tipici di una società superficiale. Di un modo di rapportarsi agli altri tipico dei social network, fatti di soggetti solitari e soli, incapaci di comprendere i propri bisogni e allo stesso tempo quelli degli altri e non in grado di esprimersi senza il timore di essere malintesi: “le parole riempivano il silenzio ma tradivano i miei segreti, ed ogni cosa che costruivo poi crollava in un minuto”. Più che affrontare l’Apocalisse, la protagonista del brano, forse, avrebbe potuto spiegare come evitarla.

Nel corso della carriera, avete diviso il palco con molte band italiane e internazionali. Da chi siete riusciti a “rubare” qualcosa? E cosa, durante i live, cercate di trasmettere al pubblico?

Abbiamo avuto la fortuna di suonare con band come i Crowbar e in questi casi non puoi far altro che guardarli ed imparare il più possibile, però l’underground italiano è pieno di gruppi pazzeschi, fortunatamente, ed è per questo che amiamo condividere il palco e conoscere più band possibili, perché da ognuna di loro si impara qualcosa! Ciò che vogliamo trasmettere durante i live è “vibrazione”, ogni riff, ogni arrangiamento che abbiamo creato vogliamo che venga trasmesso con le giuste vibrazioni attraverso il muro di suono che proviamo a creare.

In questi due anni abbiamo assistito a dolorose cancellazioni di festival e concerti vari, che oggi, pian piano, sembrano tornare a un regime più regolare. Quali sono, in questo senso, i programmi immediati e futuri dei Di’Aul?

Innanzi tutto avremo (e non vediamo l’ora) il release party al The Old Jesse di Saronno ad aprile, poi stiamo buttando giù più date possibili, qualcosa anche all’estero, per dare una giusta promozione a questo disco. Ci abbiamo lavorato tanto e per noi è come se fosse un figlio, quindi ci impegneremo al massimo per promuoverlo al meglio!

Grazie mille per l’intervista. Vorreste lasciare un saluto ai lettori di SpazioRock e ai vostri fan?

Grazie a SpazioRock per averci supportato e sopportato – sappiamo di essere pesanti anche nelle risposte (ride, ndr) – e per averci dato la possibilità di rubare cinque minuti del vostro tempo e magari di avervi incuriosito ad ascoltare “Abracamacabra”.

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