Una pausa lunga cinque anni, successiva alla pubblicazione di “Your Time To Shine”, è stata necessaria ai Monolord per concentrarsi maggiormente sul songwriting delle nuove canzoni. “Neverending” rappresenta il frutto finale di un lavoro certosino che, oltre a vedere la presenza in veste di producer di una grande professionista del settore come Sylvia Massy, ha permesso al trio svedese di aggiungere ulteriore influenze al sound del disco, snellendo il proprio doom metal attraverso un approccio più rock e psichedelico alla composizione. Le parole, a tratti laconiche, del chitarrista, vocalist e autore dei testi Thomas V. Jäger fotografano al meglio la sua condizione d’animo attuale e lo status di una band incapace di restare ferma su sé stessa.
Ciao Thomas, e benvenuto su SpazioRock, benché non sia la prima volta per i Monolord sulle nostre pagine. Innanzitutto, come stai?
Ciao, la settimana scorsa sono andato a trovare un amico a Los Angeles, quindi dormo ancora malissimo. Per il resto, tutto bene.
L’ultimo vostro album, “Your Time To Shine”, è nato e cresciuto durante la pandemia, un periodo davvero difficile per tutti. Cosa è accaduto durante questo lustro di silenzio?
In realtà, dopo l’uscita di “Your Time To Shine”, abbiamo provato a organizzare un tour, ma ci sono stati cancellati un sacco di concerti a causa della pandemia. Insomma, ci siamo presi una pausa involontaria. Io mi sono dedicato di più ai miei progetti musicali e credo che tutti nella band abbiano lavorato un po’ ai loro, con la pubblicazione di album solisti e altro. Penso che in un anno abbiamo suonato soltanto a un festival e si è trattato dell’unico evento dal vivo in tutto il 2021. Prima di allora, eravamo stati in tour piuttosto intensi e quindi ce la siamo presa con calma. Approfittando della pausa forzata, ho iniziato a comporre delle canzoni in stile Monolord e, dopo averne scritte un bel po’, con Esben (Willems, il batterista, ndr) e Mika (Häkki, il bassista, ndr) abbiamo cominciato a prendere in considerazione l’idea di realizzare un nuovo album. Quando abbiamo iniziato a provare alcune canzoni, ci siamo detti: “Sì, dai, facciamo un altro disco”. E siamo andati avanti con quello che poi è diventato “Neverending”.
Quali sfide vi ha posto la lavorazione del nuovo album “Neverending”, considerando che sono trascorsi cinque anni dall’ultimo disco?
Voglio dire, è stata la prima volta che abbiamo registrato un album con un produttore affermato. Di solito, incidevamo i brani nella nostra sala prove e poi finivamo il tutto negli studi di Esben. Quindi penso che la sfida più grande sia stata lavorare con qualcuno che non conoscevamo; quando abbiamo registrato “Your Time to Shine”, ci siamo fatti aiutare da un nostro buon amico che lavorava in un altro studio per la registrazione della batteria. Questa volta ci è piaciuto lavorare con Sylvia Massy, una producer come lei è stata una vera novità per noi. In verità, pensavo potesse essere un problema, perché quando registri non sai mai come reagirà un produttore. Avevamo fatto delle videochiamate iniziali con Sylvia, ma, insomma, non ci conoscevamo poi così bene. Quindi, sai, a volte si ha paura che possa essere difficile lavorare insieme o cose del genere, ma le mie preoccupazioni sono risultate infondate. Le registrazioni sono andate benissimo e credo che la cosa più importante sia stato trovare il suono giusto per i brani, facendoli così rendere al meglio.
Ma in che percentuali Sylvia ha impattato sul sound dei Monolord?
È una domanda difficile a cui rispondere. Abbiamo registrato nello stesso modo in cui facciamo di solito, praticamente tutto nella stessa stanza. Ma dopo aver inciso la batteria, abbiamo registrato di nuovo alcune parti di chitarra e basso. Ed è così che facevamo anche quando registravamo da soli. Credo che la cosa più importante sia che Sylvia abbia provveduto tanto alla registrazione quanto al mixaggio del full-length. Penso che sia così che ha plasmato il nostro suono senza stravolgerlo, cioè, l’album suona ancora come i Monolord, ma è come se fosse un sound aggiornato o qualcosa del genere. Volevamo un’esperienza completa con lei, sia in studio di registrazione che in fase di produzione, e che contribuisse a dare forma al suono anche con il mixaggio. Ritengo che Sylvia sia stata la scelta migliore.
Esben ha detto che “Neverending” rappresenta l’essenza di tutto ciò che i Monolord hanno fatto sino a questo momento. Sei d’accordo con lui?
Alcune canzoni di “Neverending” sono un po’ più corte e più dirette del solito, più concise, dunque la struttura è più simile a quella di una classica canzone rock. Quando scrivo canzoni, non cerco di seguire la classica costruzione strofa-ritornello-strofa-ritornello, ma a volte questa sequenza funziona davvero bene. E ci sono un paio di brani nell’album a cui questa struttura si adatta perfettamente. Ma abbiamo anche qualcosa di un po’ più anticonvenzionale, ci sono pezzi in cui non c’è nemmeno un ritornello, solo due strofe e, sai, armonie di chitarra solista. Credo di essere d’accordo con Esben, l’album suona ancora come i Monolord, ma è anche un po’ più moderno.
Thomas, i tuoi testi sono molto più personali e introspettivi rispetto al passato. La tua vita ha subito degli sconvolgimenti da esorcizzare?
Ho avuto una serie di cambiamenti nella mia vita, come una separazione, un trasloco e altro ancora. E tutto questo mi ha reso più … oddio, credo di non essere mai stato bravo a parlare delle mie cose. Ecco perché a volte esprimo le mie emozioni attraverso la musica. E questa volta, credo che si tratti di cose importanti che mi hanno cambiato la vita. Quindi penso di aver sentito il bisogno di usare i testi come sfogo, ma non tutte le liriche parlano di me, parlano anche di quando vedo le cose attraverso gli occhi degli altri, Mi è sempre piaciuto guardare le persone che guardano e a volte inventare storie immaginarie su persone che vivono vite piuttosto tristi. Ci sono parecchi riferimenti autobiografici sparsi qui e là, ma a volte non occupano nemmeno l’intera lirica, spesso sono dei frammenti. Quindi non è che ci sia una canzone che parli solo delle mie esperienze. Magari a volte i primi due versi di una strofa possono parlare di qualcosa che ho vissuto, ma i due successivi possono parlare di anche di qualcos’altro, benché il tema generale della canzone resti il medesimo.
Le copertine degli album dei Monolord sono sempre state molto singolari, ma l’artwork di “Neverending” rimane davvero complicato da interpretare, benché sia chiaro che evochi sensazioni tutt’altro che allegre…
Penso che i testi e la musica dei Monolord mi abbiano aiutato ad affrontare diverse difficoltà nel corso della vita. Certo, è diverso quando sei un bambino rispetto a quando sei adulto, e non si tratta solo di me, riguarda anche persone che conosco o persone di cui vengo a conoscenza per caso e che hanno vissuto esistenze non dico tristi, ma vite in cui tutto, più o meno, sembrava remare contro di loro. “Neverending” parla un po’ di questo e quindi la sua copertina presenta una figura che, insomma, non se la passa molto bene, almeno secondo la mia interpretazione.
Il brano d’apertura, “Iodine”, mostra evidenti richiami alle rock band degli anni ’70. Come mai la musica di quello straordinario decennio suona ancora così moderna tanto da influenzare i Monolord e non solo?
Credo che la fine degli anni ’60 e gli anni ’70, quando il rock più pesante iniziò a diffondersi, abbiano avuto un impatto enorme sulle persone. Quella musica ha in un certo senso definito lo standard per quasi tutta la musica rock o metal in circolazione oggi. Voglio dire, ci sono così tante band che è quasi impossibile che non abbia avuto un’influenza. Quindi reputo che, anche se a livello di suono si può sentire l’influenza degli anni ’70, alcune delle composizioni di “Neverending” siano davvero uniche. E penso che soprattutto adesso, in un’epoca in cui la musica pop è così lontana da ciò che rappresentava il rock degli anni ’70, questo sia ancora più apprezzabile. Certo, negli anni ’70 c’era più musica pop fatta per scalare le classifiche, ma suonava comunque mille volte meglio di come suona la musica pop attuale. E credo di non essere il solo a pensarla così, ritengo che molte persone possano davvero condividere la mia opinione. La musica di oggi suona troppo pulita, troppo sterile, mentre quella degli anni ’60 e ’70 aveva calore ed era più artigianale. Per questo è ancora così influente e diffusa.

“You Bastard”, invece, è una canzone sul suicidio che, oltre ad avere molti falsi finali, presenta un ritmo molto incalzante, quasi in opposizione al tema del testo. L’obiettivo era giocare sul contrasto tra le emozioni?
Forse non proprio emozioni contrastanti, è più come se fossero due lati della stressa storia. Le strofe parlano maggiormente della persona che si toglie la vita, mentre le parti del ritornello sono raccontate da chi rimane. Quasi tutti conoscono qualcuno che non se la passa bene, è depresso o ha molta ansia. Il mio intento non è giudicare male questi esseri umani perché sono dei bastardi o degli stronzi, visto che si sono suicidati, è solo che penso sia una reazione normale da parte di coloro che subiscono tale tipo di perdita provare della collera nei loro confronti. Se una persona che ami si suicida, ti adirerai parecchio, a prescindere da tutto. Sei triste, ma anche arrabbiato. Quindi “You Bastard” rappresenta il quadro emotivo della persona che viene lasciata sola, che è arrabbiata perché si ritrova con tutta quella merda ancora lì vicino.
“It’s Never Ending” è la prima canzone dei Monolord in cui non canti. Le parti vocali, in stile death metal, sono affidate all’ex bassista degli Entombed Jörgen Sandström. Cosa ci puoi raccontare di questa collaborazione?
Ho provato il growling e ci sono riuscito in un’incisione demo di “It’s Neverending”, ma non mi è mai sembrata una prestazione così buona da poter essere adatta sia a una registrazione vera e propria sia a una performance live. Insomma, non riesco a cantare in quel modo, e oltretutto mi rovina la voce. Dopo aver registrato la demo, la mia voce è rimasta fuori uso per quasi tre giorni, quindi ho capito che sarebbe stato impossibile suonarla dal vivo. Così, mentre eravamo in studio, ci vennero in mente due nomi per sostituirmi nel brano, ma poi mi sono reso conto che conoscevo da un po’ Jörgen. Gli ho mandato un messaggio e lui mi ha risposto di inviargli la demo, erano gli ultimi giorni di registrazione prima di iniziare il mixaggio. Due giorni dopo la mia richiesta ci ha mandato tutte le tracce audio, le aveva registrate a casa, credo, o nella sua sala prove. Sylvia le ha mixate ed è stato allora che abbiamo deciso di inserire “It’s Neverending”, perché avevamo registrato undici canzoni, ma non eravamo sicuri di quali sarebbero finite nell’album e quali no dato che volevamo fare un singolo LP, dovevamo rimanere sotto i quaranta minuti, un disco suona meglio se ogni lato non supera i venti minuti. Quando abbiamo sentito la canzone con la voce di Jörgen, abbiamo capito subito che dovevamo metterla nell’album perché suonava benissimo.
Thomas, restiamo sulla tua voce: durante le registrazioni di “Neverending”, l’hai utilizzata come uno strumento melodico immerso nella massa sonora. Qual era il tuo intento?
Anche in fase di mixaggio – non importa se si trattasse di Sylvia o Esben – mi è sempre piaciuto che la mia voce fosse un po’ allo stesso livello degli altri strumenti. A volte ci sono cose che devono sentirsi di più, come alcune melodie vocali o alcune specifiche parti, ma penso che, nel complesso, preferisco che la voce non sia mixata troppo in alto come nella musica pop, soprattutto su testo trattenuto, perché si percepisce quasi un senso di disperazione. Mi piace quando si sentono a malapena i testi, ma in questo album alcune canzoni hanno la voce un po’ più bassa, mixata in modo da comunicare angoscia e dolore.
Nella tracklist c’è un brano intitolato “Invisible”: ti sei mai sentito invisibile nella tua vita?
Sì, credo sia capitato a tutti, almeno una volta nella vita, A volte, forse più che sentirmi invisibile, desideravo essere invisibile. Non mi sento molto a mio agio in certe situazioni. Sai, quando andavo ai party e festeggiavo con un sacco di gente, spesso pensavo che sarebbe stato bello essere invisibile o comunque non essere visto e cose del genere, ma non sono sempre così. A volte, non ho l’energia per parlare molto e alcune persone lo scambiano per maleducazione, pensano che io sia scortese. Insomma, in quei casi è meglio non esserci affatto.
In passato, hai suonato il basso nei Draconian, di cui da poco è uscito il nuovo “In Somnolent Ruin”, ma poi hai deciso di lasciare la band. Ci sono state delle ragioni particolari?
Li conosco tutti da quando ero piccolo. Io e il chitarrista Johan Ericson andavamo a scuola insieme, quindi ci conosciamo da quando avevamo sei o sette anni, il bassista Daniel Arvidsson lo conosco da quando avevo circa dodici anni, e Anders Jacobsson, il cantante, lo conosco da quando avevo quindici o sedici anni. Quindi sono tutti buoni amici e non me ne sono andato perché ci siamo lasciati per qualche ragione particolare. Non ricordo nemmeno il motivo, penso di essermene andato semplicemente perché mi sono trasferito a Göteborg.
Thomas, suoni in diversi progetti, tra cui i Bruised Lee. Ti servono per esprimere qualcosa di diverso rispetto a ciò che fai nei Monolord?
Ho i miei album solisti in cui scrivo cose tipo colonne sonore, roba ambient o strumentale, sono cose che mi piace molto realizzare. E poi faccio cose rock più rilassate. Per quanto concerne i Bruise Lee, nacquero quando incontrai un ragazzo che aveva e ha un modo di suonare la batteria un po’ simile allo stile di John Bonham dei Led Zeppelin. Io avevo un paio di riff che suonavano un po’ alla Led Zeppelin e così abbiamo registrato un po’ di canzoni, pubblicandole con il nome di Bruised Lee. Ed è semplicemente divertente fare cose diverse con persone diverse, ma nessuno dei miei altri progetti, che siano album solisti o collaborazioni con altri, è nemmeno lontanamente paragonabile al successo dei Monolord. A volte si ha soltanto il bisogno di staccare un attimo.
La Svezia è nota per aver dato i natali a molti gruppi doom metal di un certo rilievo. Qual è la situazione attuale dalle vostre parti a livello di band emergenti nel settore?
Ho la sensazione che ci siano ancora un sacco di band, ma credo che si sia arrivati a un punto in cui molte cose suonano uguali. È tutto molto simile e va bene così. Persino i Monolord non erano esattamente la band più originale quando abbiamo pubblicato il primo disco, “Empress Rising”. Voglio dire, suonano simili ad altre cose. Credo che sia anche per questo che trovo positivo che i Monolord non suonino allo stesso modo ora rispetto a quando abbiamo iniziato, e poi non ci siamo mai inseriti nel genere doom metal, quello è ciò che hanno fatto altri. E ritengo che più dischi abbiamo pubblicato, più influenze diverse si sono aggiunte, rendendo il nostro sound un po’ più nuovo o aggiornato, come dicevo prima. Ma in generale non ascolto molta musica nuova. Quando ascolto musica nuova, si tratta perlopiù di death metal o di qualche tipo di rock. E tendo a riscoprire sia musica vecchia che non avevo mai sentito prima sia a perlustrare generi che non mi interessano particolarmente. In generale, ci sono così tanti gruppi doom/stoner che non riesco a star dietro a tutte, anche perché non credo ci sia niente di veramente entusiasmante in questo periodo.
I Monolord partiranno in autunno per un tour europeo che includerà anche l’Italia. Quali sono le vostre aspettative per questa serie di date dopo cinque anni di assenza?
A volte più a lungo aspetti di suonare, più la gente desidera che tu torni. E spero che sia così. Abbiamo fatto due tour europei e due tour americani ogni anno per circa cinque anni e ora non siamo andati in tour per quasi un lustro intero. Quindi sarà super divertente, ovviamente, ma sono anche un po’ nervoso.
Thomas, grazie per la tua disponibilità. Vorresti lasciare un messaggio ai nostri lettori e ai vostri estimatori italiani?
Non suoniamo in Italia da non so quanti anni, ma quando ci siamo stati, il pubblico è sempre stato davvero fantastico ed energico. Quindi spero che riusciremo a portare ai nostri concerti più fan possibili, suoneremo alcune canzoni nuove, ma abbiamo anche provato alcuni brani più vecchi. Sarà quindi un bel mix di vecchio e nuovo. Ci vediamo sotto il palco!





