INTERVISTESPECIALI

Intervista – Monolord (Esben Willems)

A soli due anni dal precedente “No Comfort”, i Monolord continuano il loro percorso di evoluzione con “Your Time To Shine”, un album più crepuscolare, riflessivo e sperimentale. Il batterista della band svedese, Esben Willems, ci racconta genesi, sviluppo e fonti di questo nuovo lavoro.

-SCROLL DOWN FOR THE ENGLISH VERSION-

Ciao Esben e benvenuto su SpazioRock. Come stai? Il vostro nuovo album, “Your Time To Shine”, uscirà a breve. Sei emozionato?

Mi sento come un sacco di chicchi di caffè appena tostati, grazie! E sì, è sempre emozionante pubblicare nuova musica. Questo sembra quasi il nostro primo saluto al mondo esterno da prima della pandemia, quindi sono super entusiasta.

Ancora una volta l’LP è stato inciso nei Berserk Studio in totale autonomia. Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di registrare in completa solitudine?

Non so se completa solitudine sia il modo migliore per dirlo; in realtà sembra più come se ci fossimo isolati in una cabina studio tra le montagne della Lapponia (ride, n.d.r.). Ma capisco cosa intendi, lavorare da soli nel mio studio è stato davvero fantastico. Si trova nel cuore della parte più vivace di Göteborg e io vivo a 5 minuti a piedi da lì, quindi è stato un vero lusso lavorare qui durante il giorno e tornare a casa dai nostri cari nei pomeriggi e nei fine settimana. Abbiamo dedicato quattro settimane alle sessioni di registrazione. Per quanto riguarda il lavoro con o senza alcun producer e/o ingegnere del suono, siamo stati abbastanza autosufficienti sin dal primo giorno di questa band. Il nostro amico Kalle Lilja ha co-prodotto le sessioni di registrazione della batteria, ma, a parte questo, eravamo noi tre, i riff e il caffè. Oh, e il semla (tipico dolce scandinavo, ndr).

Nel corso degli anni, il contenuto dell’artwork dei vostri dischi si è progressivamente ammorbidito, passando da immagini dal simbolismo apocalittico a un’ultima copertina – un coniglio circondato da una ghirlanda di fiori – molto più malinconica e crepuscolare. Ci sono ragioni specifiche per questo cambiamento?

In realtà sei il primo che ho sentito descrivere il fatto che le nostre copertine si siano gradualmente ammorbidite, interessante. Personalmente, non la vedo in questo modo, ma in realtà abbiamo sempre scelto cover che avessero un potenziale interpretativo molteplice. Il nostro processo di scelta è generalmente piuttosto caotico: cerchiamo in alto e in basso, in lungo e in largo, e quando finalmente troviamo qualcosa che tutti e tre sentiamo che cattura l’atmosfera dell’album, decidiamo per quello. Spesso abbiamo anche tre interpretazioni individuali dell’artwork, quindi probabilmente otterresti tre diverse riflessioni sull’evoluzione delle nostre copertine.

Anche il titolo, “Your Time To Shine”, sembra avere connotazioni costruttive. È solo una sensazione o anche i testi trasmettono gli stessi significati positivi?

Stessa cosa come con l’artwork, è abbastanza aperto alle interpretazioni. Detto questo, il disco è una specie di lettera aperta alle generazioni future. Abbiamo fatto un casino, abbiamo distrutto il pianeta e noi stessi siamo diventati irriconoscibili, abbiamo fallito miseramente e ci dispiace; ora è il momento di provare a risolverlo, è il momento di brillare.

“Rust” prima e “No Comfort” poi hanno segnato una rottura con la vostra precedente discografia, portando un doom canonico verso territori più sperimentali e personali. Possiamo considerare “Your Time To Shine” un ulteriore passo evolutivo del songwriting dei Monolord?

Il nostro processo creativo è un processo continuo. Non è necessariamente separato dall’album, ma ovviamente capisco che possa essere percepito in questo modo dall’esterno della band. Per me, ogni disco è stato un naturale passo avanti nel nostro sviluppo come gruppo. Raramente, se non mai, discutiamo del nostro sound in termini di genere, cerchiamo sempre di mantenere una mente aperta e lasciare che la musica con cui lavoriamo parli da sola, senza guidare forzatamente le canzoni in un formato prestabilito. Quando proviamo nuovi brani, di solito proviamo anche tutte le idee che potrebbero venir fuori quando noi tre le suoniamo insieme, indipendentemente dal fatto che ci sia un violino, un mellotron o solo un output diverso da quello che era inizialmente previsto. Suonare qualcosa di estremamente morbido quando l’idea originale non lo era, per esempio. Avere le orecchie aperte è la chiave, sempre.

Nonostante la pesantezza generale delle canzoni del nuovo album, all’opener “The Weary” e a “To Each Their Own” non si può negare una certa orecchiabilità, unita a un gusto psichedelico che diventa piuttosto pronunciato nella title track. Significa che i Monolord hanno imparato a rilassarsi e, allo stesso tempo, a lasciare più spazio all’evocazione?

Dal momento che tutti noi suoniamo nella band dagli anni ’80, abbiamo attraversato molte espressioni diverse lungo la strada e l’evocazione dell’immobilità – se è questo che intendi – non è esattamente nuova per nessuno di noi. In questo caso, è semplicemente il fatto di consentire alla musica di essere la più onesta possibile. Non ci limitiamo a nient’altro che al suono della band, a ciò che ci fa sentire Monolord, ma questa definizione va ben oltre qualsiasi etichetta di genere. Se pensiamo che suoni bene e che suoni come noi, la suoniamo. Probabilmente ciò farà infuriare i puritani del genere, ma essere leoni da tastiera li rende felici e noi vogliamo rendere felici le persone, quindi tutti vincono (ride, ndr).

Ascoltando la fluviale “Sirens Of Yersinia”, la mente corre sia ai Candlemass più epici che all’oscurità primordiale dei Black Sabbath. Quanta verità c’è in questa affermazione? E quanto peso ha avuto l’influenza di queste grandi band sul vostro sound?

Se è quello che senti, allora è vero per te e anche un bel complimento. Grazie. Veniamo da tre quadri di riferimento abbastanza diversi per quanto riguarda quasi tutto e la band è il punto in cui i cerchi si sovrappongono nel nostro personale diagramma di Venn, quindi sono sicuro che ci siano influenze sia dei Black Sabbath che dei Candlemass, così come di Behold!, The Monolith e YOB. Ascoltiamo tutti una grande varietà di musica, quindi direi che anche le influenze sono ampie e non definibili in modo specifico. Penso e spero che proprio questo sia il cuore del nostro sound, di ciò che sono i Monolord.

Nei cinque brani della tracklist ci sono spesso lunghe parti senza la voce e l’uso di chitarre pulite: pensate di ripetere in futuro l’esperimento di un disco interamente strumentale, operazione già vista con le edizioni in vinile dei vostri primi due lavori?

Troppo presto per dirlo, non lo so ancora. Vedremo cosa succederà in futuro.

Venendo da Göteborg, hai mai avuto un rapporto con quella famosa scena musicale così prodiga di band metal innovative? Ti senti più vicino a Stoccolma, pensando ai Count Raven e gli stessi Candlemass?

Personalmente non mi sono mai sentito geograficamente legato o connesso per quanto riguarda la musica, quindi ho abbracciato pienamente tutte le opportunità che la comunità online mi ha offerto. Per me, la musica non ha confini, mi sono sempre sentito come un bambino che scopre nuove band, non mi è mai importato minimamente da dove venissero, volevo solo buona musica. Mi sento ancora lo stesso. Amo vivere a Göteborg, ma musicalmente non ha importanza per me se siamo di base qui o a Genova, saremmo sempre la stessa band. Con un espresso migliore dietro l’angolo a Genova, lo ammetto.

Il 18 novembre partirà da Oberhausen il vostro primo tour dopo la pandemia, un tour, per ora, limitato all’Europa. Dopo una così lunga pausa, come sarà tornare sul palco? Sarà difficile riabituarsi alla normalità?

Abbiamo appena ricominciato a provare di recente e in realtà ci sono volute solo un paio di sessioni per far rivivere la memoria muscolare e riavviare il motore della band. Ci si sente indescrivibilmente bene, come se una parte dormiente del cervello si risvegliasse improvvisamente. Non vedo l’ora di tornare sul palco e quando sarò di nuovo dietro il kit per il nostro primo spettacolo dopo la pandemia – che in realtà sarà a Città del Messico, all’Hipnosis Fest – sono sicuro che sembrerà una macchina del tempo, come se il tempo fosse stato sospeso per due anni e ora il pulsante di pausa sia stato rilasciato. Sarà fantastico!

Ho visto con disappunto che, almeno fino a dicembre, non ci sono date in Italia. Verrete a trovarci nel 2022 o dovremo aspettare più a lungo?

Amo l’Italia e ci piacerebbe tornare non appena si presenterà l’opportunità concreta di fissare delle date. Lo diremo assolutamente ad alta voce quando ciò accadrà.

Grazie mille per l’intervista. Vuoi lasciare un messaggio ai nostri lettori e a tutti i tuoi fan italiani?

Grazie per sostenerci ancora, grazie per aver reso possibile fare quello che facciamo. Il vostro supporto significa tutto. Siete forti. Siete grandi.

-ENGLISH VERSION-

Hi Esben, and welcome to SpazioRock. How are you? Your new album “Your Time To Shine” is going to be released in a few days. Are you excited?

I’m feeling like a bag of freshly roasted coffee beans, thanks! And yes, it’s always exciting to release new music. This one almost feels like our first greeting to the outside world since before the pandemic, so I’m super stoked.

Once again, the LP was recorded in the Studio Berserk in total autonomy. What are the advantages and disadvantages of recording in complete solitude?

I don’t know if complete solitude is the way to put it, that sounds more like that we isolated ourselves in a cabin studio deep in the Sápmi mountains (he laughs, n.d.r.). But I get what you mean, working by ourselves in my studio was truly amazing. It’s located in the heart of the most vibrant part of Gothenburg and I live a 5 minute walk from here, so it was pure luxury working here during the days and coming home to our loved ones on the afternoons and weekends. We devoted four weeks to the recording sessions. Regarding working with or without any producer and/or audio engineer, we’ve been pretty self sufficient since day 1 in this band. We had our buddy Kalle Lilja co-produce the drum recording sessions, but apart from that it was the three of us, riffs and coffee. Oh, and semla (Scandinavian sweet roll, n.d.r.).

Over the years, the content of the artwork on your records has gradually softened, shifting from images with apocalyptic symbolism to a last cover – a rabbit surrounded by a wreath of flowers – much more melancholy and twilight. Are there any specific reasons for this change?

You’re actually the first one I’ve heard describing our cover artworks being gradually softened, interesting. I don’t really see it that way myself, but then again we’ve always chosen covers that should have the potential to be open to interpretation. Our process of choosing cover artwork is generally pretty chaotic, searching high and low, far and wide and when we finally find something all three of us feel captures the vibe of the album, we go with that. It’s also often that we have three individual interpretations of the artwork, so you would probably get three different reflections on the evolution of our covers.

Even the title, “Your Time To Shine”, seems to have constructive connotations. Is it just a feeling or do the texts also convey the same positive meanings?

Same thing with titles as with artwork, it’s pretty open to interpret. With that being said, this one is kind of an open letter to future generations. We fucked things up, we destroyed the planet and ourselves beyond recognition, we failed miserably and we’re sorry; now it’s your time to try to fix it, it’s your time to shine.

“Rust” first and “No Comfort” then marked a break with your previous discography, bringing a canonical doom towards more experimental and personal territories. Could we consider “Your Time To Shine” a further evolutionary step of your songwriting?

Our creative process is an ongoing process. It’s not necessarily separated by album, but I can of course understand how it can be perceived that way from outside of the band. To me, every album has been a natural step forward in our development as a band. We rarely, if ever, discuss our music in genre terms, we always try to keep an open mind and let the music we work with speak for itself, without us forcibly guiding the songs into a pre dictated format. When we try out new songs, we usually also try out any ideas that might pop up from how it sounds when the three of us play it together, regardless of if it’s a violin, mellotron or just a different output than what was first intended. Playing something extremely soft when the original idea wasn’t, for example. Open ears is key, always.

Despite the general heaviness of the songs on the new album, the opener “The Weary” and “To Each Their Own” cannot be denied a certain catchiness, combined with a psychedelic taste that becomes quite pronounced in the title track. Does it mean that Monolord have learned to relax and, at the same time, to leave more space for evocation?

Well, since all of us have been playing in bands since the 1980’s, we’ve covered a lot of expressions along the way and evocating stillness – if that’s what you mean – isn’t exactly new to any of us. In this case it’s merely a result of allowing the music to have the most honest output it can. We don’t limit ourselves to anything but the band sound, what feels Monolord to us, but that definition goes far beyond any genre label. If we think it sounds good and that it sounds like us, we play it. It’ll probably infuriate the genre puritans, but being keyboard angry online makes them happy and we want to make people happy, so everybody wins (he laughs, n.d.r.).

Listening to the fluvial “Sirens Of Yersinia”, the mind runs both to the most epic Candlemass and to the primeval darkness of the Black Sabbath. How much truth is there in this statement? And how much weight did the influence of such great bands have on your sound?

If that’s what you hear, then that’s true to you and with that also a really good compliment. Thank you. For us, we come from three quite different frames of reference regarding almost everything and the band is where the circles overlap in our Venn diagram, so I’m sure there are influences from both Black Sabbath and Candlemass in there, as well as Behold!, The Monolith and YOB. We all listen to a wide variety of music all the time, so I’d say that influences are also wide and not that specifically defined. I think and hope that precisely that is the core of our sound, of what Monolord is.

In the five tracks from the tracklist there are often long parts without the vocals and the use of clean guitars: do you plan to repeat the experiment of a fully instrumental record in the future, an operation already seen with the vinyl editions of your first two works?

Far too early to say, don’t know yet. We’ll see what the future brings.

Coming from Gothenburg, have you ever had a relationship with that famous music scene so lavish with innovative metal bands? Do you feel closer to Stockholm, thinking about Count Raven and the Candlemass themselves?

I’ve personally never felt geographically attached or connected regarding music, so I’ve fully embraced all the opportunities the online community has offered. To me, music has no borders and I felt the same as kid discovering new bands, I never cared even slightly about where they came from, I just wanted new good music. I still feel the same. I love living in Gothenburg, but musically it has no importance to me if we’re based here or in Genoa, we would still be the same band. With better espresso around the corner in Genoa, admittedly.

On November 18, your first tour after the pandemic will start from Oberhausen, a tour, for now, limited to Europe. After such a long hiatus, what will it be like to be back on stage? Will it be difficult to readjust to normal?

We just started rehearsing properly again recently and it actually only took a couple of sessions to revive the muscle memory and restart the band engine. It feels indescribably good, like a dormant part of the brain is suddenly sparked awake again. I can’t wait to get back on stage and when I’m back behind the kit on our first show since the pandemic – which will actually be in Mexico City, at Hipnosis Fest – I’m sure it will feel like a time machine, like the time was paused for two years and now the pause button has been released. It’s gonna be great!

I saw with disappointment that, at least until December, there are no dates in Italy. Will you visit us in 2022 or should we wait longer?

I love Italy and we’d love to come back as soon as the opportunity to book real shows arise. We’ll absolutely post loud and wide about it when that happens.

Thank you very much for the interview. Would you like to leave a message to our readers and all your Italian fans?

Thank you for still supporting us, thank you for making it possible to do what we do. Your support means everything. You rock. You also rule.

Comments are closed.

More in:INTERVISTE

0 %