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NUOVE USCITERECENSIONI

All Them Witches – House Of Mirrors

Gli All Them Witches occupano da sempre una posizione particolare nella musica contemporanea: troppo inquieti e spirituali per lo stoner, troppo abrasivi per il revival psych, troppo raffinati per l’underground jam-oriented. Il gruppo di Nashville sembra voler trasformare questa natura sfuggente in una dichiarazione estetica definitiva nei brani di “House Of Mirrors”, un disco – il primo senza il batterista e co-fondatore Robby Staebler – che non cerca l’impatto subitaneo, bensì il disorientamento programmatico. Il titolo rende perfettamente l’idea dell’indole dell’album, capace di funzionare quale una stanza degli specchi: ogni pezzo riflette una versione diversa della band, con momenti che costeggiano il blues desertico di “Lightning At The Door” (2013), altri che ammiccano da remoto al krautrock, altri ancora – la maggior parte – immersi in un ipnotico minimalismo. Deviazioni però accomunate da una precisa funzione narrativa, attraverso cui gli statunitensi mostrano la voglia di smarcarsi dalla pura improvvisazione che spesso caratterizzava alcune sezioni degli scorsi lavori, cercando dunque una progettualità meno sbarazzina a livello di songwriting.

L’opener “Red Rocking Chair”, rivisitazione di un vecchio tema bluegrass, si sostiene su robusti riff doom che emergono pian piano dalle nebbie della Louisiana, accompagnati dalla voce del bassista Charles Michael Parks Jr., una sorta di predicatore in crisi confessionale afflitto da allucinazioni da dormiveglia. La canzone cresce lentamente, ma esplode davvero soltanto a tratti, generando un’atmosfera southern gothic carica di oppressiva ansia rituale. “Culling Line” e “Aethernet” rappresentano, invece, il cuore sciamanico del lavoro: asce vagabonde sulle acque placide del Delta, sotterranee correnti di tastiere, la seziona ritmica che entra ed esce dal mix al pari di un’apparizione mistica nelle rosse sabbie del Wyoming. E se “Hold Up, Say What” punta sull’urgenza tipica del garage rock e “Go-Getter” fa il verso ai Madrugada più notturni, “Starting Line”, intrisa di psichedelia liquida e metropolitana malinconia, rappresenta forse la traccia emotiva del lotto, un po’ Greateful Dead, un po’ Pink Floyd, e simbolo agrodolce di un nuovo inizio per i nordamericani.

Qualche nota di piano, una melodia elegante, cantato introspettivo, “The Welterweight” procede calda e sinuosa, questo anche per merito del lavoro in cabina di regia di Eddie Spear, già collaboratore alla console ai tempi di “Sleeping Through The War” (2017) e artefice di una produzione ricca di sfocature e che non rinuncia alla costruzione di un’area sonora calda e organica attraverso l’impiego di apparecchiature analogiche vintage. Eppure, il quartetto dà il meglio di sé soprattutto quando lavora per contaminazioni, come in “Turn On The Light” e “Angel On The Wayside”, paesaggi sonori che richiamano tanto gli Arctic Monkeys quanto i The Kinks, entrambi riletti in una chiave folk/lisergica settantiana, o allorché evocano bagliori narcotici dal profumo Screaming Trees (“Saturn Song”).

Per gli All Them Witches, “House Of Mirrors” rappresenta una notturna esplorazione di sé stessi e che moltiplica le riflessioni anziché proporre delle soluzioni: benché il platter resti sospeso e meditativo, si percepisce forte la voglia di ripartire dopo le ruvidezze di “Nothing As The Ideal” (2020) e i successivi e dolorosi smottamenti a livello di line-up.

I just want to shine, shine, shine…

Tracklist

01. Red Rocking Chair
02. Culling Line
03. Aethernet
04. Hold Up, Say What
05. Go-Getter
06. Starting Line
07. Turn On The Light
08. Angel On The Wayside
09. The Welterweight
10. Saturn Song