Verso un Ferragosto di fuoco.

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Horrifier – Revelations Of Gore (Personal Records)

Giacche di pelle unta, Pilsator da tracannare a garganella, un vago profumo di polpette precotte Netto: sono queste le senzazioni che giungono dal secondo album degli Horrifier, band di Oslo campione di un death oltremodo rude, sporco e cattivo. “Revelations Of Gore”, successore del discreto esordio “Horrid Resurrection” (2023), presenta caratteristiche ben precise: basso grintoso, batteria terremotante, caustiche sei corde e un chitarrista e singer, Adrian Risøy, che sembra intento a insegnare agli hooligans come urlare al meglio delle proprie possibilità. Grazie altresì a una produzione da sala prove molto anni ‘90 e a un concept che narra di un uomo costretto a stringere un patto faustiano per non morire, compiendo omicidi in cambio della vita eterna, il disco riesce a coinvolgere davvero parecchio, avvicinandosi a un beffardo mix tra Autopsy e Repulsion. Metallo della morte old-school dunque, intriso di tocchi thrash e che, pur non disdegnando mefitiche decelerazioni doom, ama anche dissolversi in assoli e duelli d’ascia estremamente veloci, con addenda di doppio pedale e D-beat giusto per variare la formula. Un diamante grezzo che non necessita di lucidature: quando Norvegia non significa soltanto black metal.

Tracce consigliate: “Human Butchery”, “The Ingestion”, “Morbid Lust”

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Hanternoz – A Hed An Noz, A Noz, A Noz (Antiq Records)

Come molte altre band della Antiq Records, gli Hanternoz sono uno dei tanti progetti del proprietario dell’etichetta, Leon “Hyvermor” Guiselin, fondato ancor prima della label stessa. Quest’anno il moniker di Angers festeggia il suo ventesimo anniversario, e quale modo migliore per farlo se non pubblicando un nuovo album? Ed ecco dunque “A Hed An Noz, A Noz, A Noz”, il terzo della discografia dei francesi e che sembra più un’opera letteraria con l’aggiunta di musica invece di un full-length in senso tradizionale. In breve, il platter racconta la storia di un cosiddetto Ankou, una creatura della mitologia celtica che rappresenta la morte, condotta in giro attraverso la Bretagna da un tragico personaggio senza nome e costretta a confrontarsi con tutti i propri peccati e i sei demoni classici della tradizione bretone nella speranza di poter raggiungere la redenzione. Insomma, una sorta di mix tra il “”Faust”, il “Canto Di Natale” e “Il Settimo Sigillo” a suon di un melodic black metal pregno di riff martellanti, passaggi atmosferici e malinconici la cui gravità colpisce come Martin Lutero che bussa alla porta della chiesa di Wittenberg, di ritmi D-beat e suggestivi momenti medieval folk. A parte qualche prolissità di troppo, un lavoro che ha il sapore del miglior foie gras.

Tracce consigliate: “Sur Le Chemin Des Fées”, “Le Diable De Quimper – Corentin”, “Jean-Du-Feu”

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Hulder – Verbolgen (20 Buck Spin / Season Of Mist)

Il solo project Hulder, frutto della mente creativa della polistrumentista belga Marliese Beeuwsaert e di stanza negli USA, è diventato un duo con il rilascio del terzo album in studio, successore dell’ottimo “Verses In Oath” (2023). Se Sam Osborne, alias Necreon, aveva già fornito un prezioso supporto al basso alla moglie nelle precedenti pubblicazioni e durante le tournée, ora fa parte in via ufficiale della line-up, contribuendo anche con alcuni cori, benché chitarre, tastiere e la maggior parte delle parti vocali rimangano appannaggio della frontwoman. Un nuovo logo, opera della famosa – in ambito estremo – artista norvegese Jannicke Wiese-Hansen, l’elegante artwork di Morrigan e un sound migliorato grazie ad alcuni ritocchi, senza che essi allontanino troppo la band dalle proprie radici, consentono a “Verbolgen” di brillare dal punto di vista estetico e musicale. Le atmosfere evocate dalle key e dai sintetizzatori ricordano i primi lavori di Emperor, Gehenna e Satyricon, mentre l’aggiunta di flauto e ghironda sposta il disco da zone dark medieval a un folk black metal intriso di epica vichinga e suggestioni druidiche, il tutto avvolto dalla produzione calda e terrosa. L’autunno sembra già più vicino.

Tracce consigliate: “The Crowning”, “Verbolgen”, “In Blood And In Earth”

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Taake – En Skog Av Nidstang (Dark Essence Records)

Da oltre trent’anni, il moniker Taake sa coniugare tradizione e innovazione nel black metal, rimanendo fieramente indipendente e spingendosi spesso oltre i propri confini creativi: una visione carica d’intransigenza che oggi trova nuova espressione nel nono album “En Skog Av Nidstang”. Gli ultimi lustri, caratterizzati da un crescente isolamento, dal distacco dalle tendenze musicali contemporanee e dalla lontananza dall’influenza di altri generi, hanno visto intensificarsi la spinta autoriale del mastermind Hoest, il quale ora dà corpo e anima a quattro composizioni di ampio respiro che scaturiscono dalle medesime idee alla base dello scorso “Et Hav Av Avstand” (2023). Le registrazioni del nuovo disco, completate a sud di Bergen, nelle foreste ricoperte di muschio intorno all’isola di Borgøy. vedono uno scarso utilizzo della moderna tecnologia da studio, con il polistrumentista norvegese che suona e incide in maniera rudimentale, ma non rozza, oscillando tra atmosfere cupe e malinconiche, melodie glaciali e riff madidi di bestiale violenza. Il risultato è un full-length che celebra la forza duratura di una concezione artistica inflessibile, eppure vitale, distintiva e, come sempre, rilevante.

Tracce consigliate: “Einstoeingen Og Eg”, “Et Dyr Tok Min Hud”, “Engler”

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Temple Of Dread – Dreadspawn Dominion (Testimony Records)

In nove anni, le band si sciolgono, tornano insieme con grande clamore e riescono comunque a pubblicare un unico disco. Ma a quanto pare gli inverni a Spiekeroog sono così lunghi, bui e propizi all’ispirazione che Markus Bünnemeyer probabilmente compone i riff principali delle canzoni dei Temple Of Dread anche mentre esce a comprare dei panini. Dall’epoca della formazione, i tedeschi hanno fatto breccia nel panorama death metal a una velocità tale da causare brividi persino agli operai di una catena di montaggio. E dunque, dopo “Blood Craving Mantras”, “World Sacrifice”, “Hades Unleashed”, “Beyond Acheron” e “God”, ecco ora “Dreadspawn Dominion”, forse il miglior album della loro carriera, un disco le cui radici old-school crescono nella considerevole forma di un albero nodoso. Con il singer Jens Finger che sembra aver ingollato un mattone a colazione, decidendo poi di tenerselo in gola, e una line-up di cinque musicisti invece di tre, i brani mostrano di possedere un enorme urto fisico, eppure, dietro la manifesta brutalità, essi celano arrangiamenti precisi e colpi di scena singolari, mentre sfumature oscure e maestose e testi intrisi di mitologia greca provvedono a infoltirne lo scheletro. Dalla Frisia orientale un’epopea di morte e dannazione eterna.

Tracce consigliate: “Dreadspawn Dominion”, “Rites Of Blasphemy”, “Blood Pyre”

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