NUOVE USCITERECENSIONI

Squid – O Monolith

Quel luminoso terreno verde, ideale via di fuga dall’asfissia di una città che inghiotte e stritola le energie vitali, è stato, volente o nolente, un game changer nel modo di costruire un certo tipo di alternative rock. Perchè di etichette su quel piccolo capolavoro di “Bright Green Field” ne sono state attaccate molte e forse, ancora oggi, nessuna di queste riesce a catturarne in maniera concisa l’essenza o, più semplicemente, il macrogenere di appartenenza. Troppi sono gli elementi a volteggiare attorno al primogenito degli Squid, una band che è atterrata sullo scuro parquet del post-punk stravolgendone i connotati più comuni a colpi di ossessioni matematiche, intrugli jazzistici e miscele funk di alchimisti in preda a nevrosi acuta.

Un art-rock dalle personalità multiple, complice anche nella destabilizzante mattanza del nuovo “O Monolith”, allentato, però, nelle trame, meno claustrofobiche e serrate, più attente al respiro, alla divagazione sperimentale e tematica, due boe di segnalazione per circoscrivere e placare la predisposizione naturale degli inglesi alla venerazione di un caos – studiato e schematizzato – che strabordava dalle linee del predecessore, e che ora sembra, invece, domato.

Ma un toro da monta, per quanto indirizzato alla calma, rimane un toro da monta: permangono gli affondi acidi in salsa alternative/noise, qui proiettati dai deliri ad occhi aperti della ossessiva “Swing (In A Dream)” e dalle sfuriate in distorsione lo-fi di “Green Light”, riprende vita quell’ancheggiare funk di “Undergrowth” – implicito seguace di “G.S.K.” – un andamento tanto sbarazzino, quanto carico di nervi tesi, pronti ad infiammarsi in folli scarichi – come rombi di tuono più incazzati del previsto – à la Primus di Les Claypool.

Photo Credits: Alex Kurunis

Intervengono, come anticipato, i momenti di raffreddamento – o di forzata calma, tramutata in esplorazione sonora – come nell’acquosa “Siphon Song”, figlia illegittima del matrimonio a tre tra i Radiohead di Kid A, i Kraftwerk il il post-rock atmosferico dei Godspeed You! Black Emperor, o nel marciante mid-tempo di “After The Flash”. Pacatezza che erige i placidi primi passi di “Devil’s Den” e della lunga “The Blades”, anche qui tanto radioheadiana – ora scomodiamo “A Moon Shaped Pool” – nella fase di costruzione, quasi shoegaze nel cataclisma sonoro che si abbatte su di essa nel potentissimo outro, l’apice dell’intero disco.

È il groove di “If You Had Seen The Bull’s Swimming Attempts You Would Have Stayed Away”, con quel basso dall’espressione furbesca che germoglia assieme all’exploit di cori, a interrompere il secondo flusso di coscienza dei genietti avanguardisti di Brighton, un’altra opera che trascende dalle categorie, rifugiandosi in quella sapiente trincea scavata in modo da essere irraggiungibile dai proiettili del mainstream e del radio friendly.

“O Monolith”, esattamente come il fratello maggiore, sfida le onde di un mare rabbioso, generando instabilità e stimolando il fascino per quest’ultima. Ma ora gli inglesi riescono quantomeno a arginarle, le onde, forse perchè quel minimo di esperienza li ha reindirizzati, forse perchè uno sprazzo di agognata pace l’hanno trovata, nascosta nel battito rassicurante di un paesaggio naturalistico. Probabilmente è per questo che viene a perdersi parte di quell’indispensabile ingenuità da “freni inibitori mandati a farsi benedire” che ha permesso a “Bright Green Field” di sconquassarci l’anima e di penetrare a fondo come un coltello caldo nel burro, cosa che non avviene istantaneamente con “O Monolith”, molto più lento e oculato nel farsi strada – sarà un grower, senza dubbio – ma non per questo meno importante per attestare la sorprendente e inarrestabile evoluzione degli Squid.

Tracklist

01. Swing (In A Dream)
02. Devil’s Den
03. Siphon Song
04. Undergrowth
05. The Blades
06. After The Flash
07. Green Light
08. If You Had Seen The Bull’s Swimming Attempts You Would Have Stayed Away

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